Jeff Buckley,
la voce delle sirene

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Un respiro, liberato da una persona assorta e fantastica, poi un secondo ancora, un suono e un altro: sono le corde dove si distende l’Hallelujah di quel ragazzo dalla faccia d’angelo che ha sentito parlare di un accordo segreto, remoto. Gli anni Novanta, tutti gli anni, vivono allora nella bocca di Jeff Buckley e lui, il mago, li ricompone a forma di canto: cercatela in quei sei minuti la musica, è lui che l’ha evocata col respiro.

L’unico disco pubblicato in vita, Grace, è una perla che ha impressionato autori del calibro di Bob Dylan David Bowie. Poi la morte improvvisa nel ’97, per annegamento in un fiume. Da allora sono caduti a cascata ristampe su ristampe di Grace, video inediti, più di dieci album di concerti, accessori e accessori, e una grande voglia di far resuscitare il trentunenne scomparso così, per caso (niente droga o alcol, né biglietti sibillini: una morte venuta accidentalmente). Ma fino a dove può arrivare questo smodato uso – perché di questo si tratta – di Jeff Buckley?

È il caso di You and I, CD di registrazioni inedite risalenti alla fine del 1993 che la Columbia Records ha rilasciato una settimana fa, il 16 marzo 2016. Piuttosto trascurabile musicalmente, permette almeno di riascoltare la voce mesmerica del ragazzo californiano.

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Per overdose, al caldo dell’estate 1975, muore Tim Buckley. Il cantautore lascia un solo figlio, musicale e di sangue: Jeff, che nell’aprile del ’91 durante un concerto tributo dà il suo ultimo saluto al padre. Non è una storia strappalacrime quella fra Tim e Jeff. Ancor prima che gli nasca il figlio, infatti, l’uomo lascia la moglie per proseguire la carriera da cantautore nella Grande Mela. E se c’è una cosa che Jeff non ha ereditato è proprio il dono della composizione, come dimostra You and I.

L’album di fresca uscita contiene otto cover, e due soli brani d’autore. Ma la gran parte delle tracce si trova già nella gremita discografia postuma, You and I non ha nulla di nuovo – un ottimo articolo dell’americana Pitchfork vi si sofferma. Da una parte, è un CD della Columbia più che di Jeff Buckley. Dall’altra è un modo per ricordarsi questa foresta fatata a cui la storia della musica si trova davanti nel ’94, quando il rock muore ad aprile con Kurt Cobain, suicida ultimo fra gli ultimi. E invece eccola arrivare in agosto la gioia più bella, il capolavoro capace di ridare alla musica i colori della realtà: Grace è la sola opera di Jeff Buckley; il resto sono candeline accese in suo omaggio, spesso deboli.

Dunque You and I  non si consiglia come primo ascolto. È perfetto per chi si vuole immergere malinconicamente nella consapevolezza che Buckley è morto, e che nessuna trovata delle etichette major può sortire effetto. Tuttavia, se You and I si considera come una nuda serie di registrazioni sbobinate alle nostre orecchie, allora sì, assume un senso: si riescono così ad apprezzare il metodo interpretativo di Buckley, i suoi saliscendi vocali, le note che funzionano come parole.

Just like a woman è il brano d’apertura. Che di Bob Dylan rimanga solo il nome lo si capisce subito dalla prima sillaba, dal no di nobody ripetuto più volte come da un bambino (molto intonato) che canta la ninna nanna alla madre. Siamo agli antipodi del tono nasale e scanzonato del Bob, di più: è un altro mondo, abitato da note alte e da una Fender stralunata ma incalzante che le accompagna. Come I know it’s over – l’altra vetta dell’album, una delle due cover degli Smiths presenti – il vero testo è scritto nel cuore di Jeff Buckley ed emerge dalle note. Le vere parole sono nei suoni della voce. Ecco perché il figlio di Tim non ha ereditato il dono della composizione, tipico dei cantautori.

Oltre a Morrissey e Dylan, spuntano il funk di Sly &  the Family Stone (Everyday people), il soul di Don’t let the sun catch you crying – interpretata negli anni anche da Ray Charles – e di Calling you, il blues delle radici con Poor boy long way from home e fanno capolino pure i Led Zeppelin nella cover Night Flight. Jeff Buckley non ha rifondato alcun genere, anzi: con coraggio qualcuno può affermare che non conta nulla in nessuna storia, con quella voce tremante, poi. Ma quante correnti ha attraversato il suo genio per arrivare dritto alle radici della musica, e con quale grazia questo ragazzo umile e discreto ha fuso la tradizione in un solo arcobaleno sonoro così variegato?

Nonostante i casi di Night fight o della bozza di Grace – unico brano nel disco sotto il nome di Jeff Buckley assieme a Dream of You and I – facciano pensare a  veri e propri tappabuchi escogitati dalla Columbia per confezionare il prodotto, e tralasciando l’ansia di novità che appesta gli studi discografici quando si parla di talenti defunti, la voce continua a incantare – anche solo col racconto di un sognoYou and I, fortunatamente, non riesce ad afferrare le magie di Jeff Buckley: ci ammalieranno sempre a distanza. 

Andrea Piasentini

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