J’accuse…!

Sono ore concitate e pesanti per il Partito Democratico. Sono ore in cui tutti i leader democratici sono sulla bocca di ogni italiano, sull’inchiostro di tutte le prime pagine, tra le prime notizie di tutti i telegiornali e delle radio. I social network parlano del PD e il dibattito pubblico si interroga su quello che fanno e faranno i dem. Questa attenzione e concentrazione segna, tuttavia, lo scoccare dell’ora più triste del partito, che si espone al ludibrio pubblico e si assume la grave responsabilità di dare della politica l’immagine più bassa. È un passo sbagliato, la storia, quella con la s minuscola, scriverà che sotto la segreteria di Renzi è stato possibile commettere questa grave abdicazione ad ogni responsabilità politica e sociale. Nel suo J’Accuse, Emile Zola scriveva:

E poiché è stato osato, oserò anche io. La verità, la dirò io, poiché ho promesso di dirla, se la giustizia, regolarmente osservata non la proclamasse interamente. Il mio dovere è di parlare, non voglio essere complice.

Purtroppo, da nessun dirigente e membro di partito è arrivato questo tanto sperato J’Accuse. Nessuno nel partito ha alzato la propria voce denunciando il re nudo, nessuno che si sia ribellato e abbia dato freno a questa corsa forsennata verso il burrone. Ricorre come monito l’immagine delle due auto che corrono, nel Chicken Game che Gianni Cuperlo ha provato ad evocare durante l’Assemblea Nazionale di una settima fa. A poco sono servite le citazioni, le analisi raffinate e i ragionamenti in un partito che sembra aver smarrito la bussola e che mostra la debolezza di un pensiero incapace di dare risposte convincenti alle sfide che ha dinanzi. Di fronte alla gravità politica del momento, la maggior parte dei rappresentanti e delegati ha palesato, miopia, scarso spessore politico e, talvolta, gravi lacune culturali.

La gravità di quanto successo è che si è accettato di definire questa rappresentazione plastica di debolezza politica come fosse una prova eccellente di democrazia interna. Eppure bastava guardare gli occhi di chi ha parlato in assemblea, in direzione e sulla stampa, e, troppo spesso, si è mostrato pauroso di un confronto vero, incerto e insicuro nel trovare giustificazioni argomentate delle proprie scelte. L’occhio rivolto alla telecamera e il mito della diretta streaming hanno offerto l’immagine di un partito di monadi, senza finestre, chiuse nelle proprie deboli convinzioni e incertezze, ma desiderose di trovare legittimazione nel consenso effimero e liquido dello spettatore. Non è questo il partito democratico. Non è la diretta tv in cui si fa la conta dei like che si discute delle linee politiche di una forza che ambisce ad essere protagonista di questa fase storica. Non è questo l’atteggiamento e il modo in cui devono essere trattati i militanti e gli elettori.

La responsabilità di questa involuzione interna è assolutamente e senza dubbio bipartisan.

Da un lato, negli aspiranti scissionisti si è palesata l’assenza di una critica costruttiva, di un’argomentazione politica minima. Ore di diretta e fiumi di dichiarazioni e parole, spesso contro singole persone, troppo poco discutendo di contenuti e programmi, hanno lasciato un vuoto profondo. L’elettore e, soprattutto, il militante ne è uscito, più o meno consapevolmente, senza una minima idea di che cosa andasse bene ed, eventualmente, di cosa andasse male nella riforme che il governo ha portato a termine. Molti hanno criticato la riforma del lavoro. Pochi hanno alzato la voce per spiegare concretamente quali siano le parti del Jobs Act che devono essere migliorate. Molti hanno urlato contro la riforma costituzionale. Pochi hanno sviluppato argomentazioni che dettagliassero cosa andasse bene e cosa andasse male. La ripetizione stanca e poco convinta di un certo lessico, che si richiama ad una gloriosa tradizione di lotte per i diritti dei lavoratori, non è stata accompagnata da altrettanti approfondimenti e valutazioni esaustive. E questo non certamente perché mancasse la possibilità di portare critiche legittime e motivate, ma perché ogni ragionamento è stato con grave responsabilità accantonato. In questo modo, il partito democratico ha rinunciato ad educare e spiegare, a fare formazione, ma ha accettato il gioco triste per cui democrazia è videocrazia, e non più partecipazione.

Venendo ora alle colpe di chi aveva il compito e il ruolo di gestire il PD, Matteo Renzi è responsabile della situazione che si è creata. È responsabilità sua, da segretario, il fatto che il partito che abbia diminuito gli iscritti e perso le sedi dove le decisioni e le linee politiche vengono discusse e portate avanti. È parzialmente responsabilità sua la scissione di una parte del partito ed è sua responsabilità la data delle primarie, il 30 di aprile. Fino all’ultima direzione si sono moltiplicati gli appelli a rimandare il congresso e a spegnere le telecamere. Questi richiami sono stati ignorati e con questo rifiuto si è affievolita anche la speranza che il Partito Democratico cambiasse verso. Il rischio forte è che non si esca dalla stagione della politica del pensiero debole, da 140 caratteri e delle telecamere puntate 24 ore su 24. La linea politica di un partito non si decide nei caratteri di un tweet, in un post su facebook, nella dichiarazione sul giornale o per un telegiornale. Questi sono strumenti che vanno utilizzati solo quando la riflessione politica è stata decisa nelle sedi e con le regole opportune.

La scadenza per la presentazione delle candidature alla segreteria è a metà marzo. Mancano tre settimane e si dovrebbe decidere in questo arco di tempo la linea politica e programmatica di ciascun candidato e insieme stabilire nuove regole del partito. Questi temi richiedono ben più tempo per essere discussi.

La decisione che è stata adottata invece è ben altra. Chi l’ha adottata ha assunto su di sé la responsabilità di aver privato il Partito Democratico del diritto di discutere della sua posizione politica. Trattandosi della più grande forza del centro-sinistra italiano ed europeo, alfiere dei migliori valori del cattolicesimo sociale e del socialismo democratico, la responsabilità di chi ha scelto di andare in questa direzione è molto alta.

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Dottorando (PhD candidate) presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano e collaboratore dell'eurodeputato Luigi Morgano. Ho lavorato al Parlamento Europeo da Maggio 2016 fino gennaio 2017 e sono laureato in Filosofia Politica presso il Dipartimento di Filosofia dell'Unimi. Mi interesso di teorie contemporanee della democrazia, con un'attenzione particolare all'UE e alle politiche sociali dell'Unione. Attivo politicamente nel PD dalla fondazione nel 2007 e nei GD di Brescia. Ho studiato e vissuto quasi due anni in Germania, dove ho approfondito il tema del deficit democratico dell'UE e le diverse teorie dell'integrazione europea.