Intervista/Modena City Ramblers:
«Il 25 aprile ci ricorda chi siamo»

Nel 2005, a sessant’anni dalla Liberazione, i Modena City Ramblers pubblicano il loro ottavo album, Appunti Partigiani, una sorta di appendice di Materiale resistente 1945-1995 (una raccolta di brani  a cui avevano collaborato vari artisti in occasione del cinquantennio della Liberazione). Nell’album sono presenti numerose partecipazioni − tra gli altri, Francesco Guccini, Moni Ovadia, Piero Pelù, Paolo Rossi dei CCCP − che reinterpretano diversi classici della Resistenza, da Bella CiaoLa guerra di Piero; è presente anche un inedito dei MCR, Il sentiero, e lo scritto di Italo Calvino Oltre il ponte.

I Modena City Ramblers (MCR) sono un gruppo italiano di combat folk nato nel 1991 a Modena; tra contaminazioni punk e rock, il loro amore incondizionato resta la musica irlandese, a cui si ispirano per le basi dei loro brani, i riff e gli assoli.

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In occasione del 25 aprile, abbiamo intervistato Massimo Ghiacci, storico componente della band, per parlare di Liberazione, fascismo e memoria partigiana.

Innanzitutto che cosa rappresenta per voi il 25 aprile, oggi? 

Per noi è una ricorrenza ancora importante. Una sorta di festività laica che ci ricorda da dove veniamo e chi siamo. E, soprattutto, senza scadere nella retorica, ricorrenza che diventa occasione per sentirci popolo unito, oggi come ieri, da un comune insieme di valori riconducibili all’antifascismo. Valori che a nostro avviso sono i punti fermi su cui proseguire il cammino verso una società giusta ed equa, tollerante e rispettosa delle leggi. 

Questa ricorrenza ha un valore diverso rispetto a qualche decina di anni fa o viene concepito allo stesso modo, in particolare dai giovani?

Per noi naturalmente il suo valore è immutato. Come immutata è la necessità quotidiana della pratica antifascista, nel nostro privato come a livello collettivo. Questo concetto esce anche dalla bocca di Maria Cervi, ‘catturata’ e inserita in un intermezzo di ‘Appunti Partigiani’. Nonostante Berlusconi, nonostante Salvini e compagnia delegittimante, nonostante la sempre più netta disaffezione per i partiti tradizionali, anche della sinistra, siamo profondamente convinti che questi significati il 25 aprile li conservi anche tra i giovani, tra i quali tutti gli anni lo festeggiamo in musica.

Credete che la memoria del valore partigiano sia in qualche modo in pericolo? 

Nonostante i continui ‘attacchi’, i revisionismi, le bordate qualunquiste, crediamo proprio che questa memoria sia ancora forte. È una parte fondante della nostra identità repubblicana. Che si rinnova grazie all’operato dell’Anpi e alle tante iniziative culturali sul territorio.

Sui social network e nelle piazze sembra che si stiano diffondendo sempre di più gruppi di ispirazione fascista, che inneggiano al Duce e rimpiangono gli anni di “quando c’era lui” anche se, secondo la nostra Costituzione, qualsiasi associazione neo-fascista è illegale. Secondo voi, perché ci troviamo di fronte a questa indifferenza ed impunità generale?

Queste cose ci sono sempre state, negli anni ’70 come ora. Fa parte della democrazia. E nelle pieghe della legge spesso si inseriscono situazioni impunite che più che preoccupare fanno incazzare: il busto del duce nell’autogrill, il saluto romano alla manifestazione. Ma più che gli elementi nostalgici, ci preoccupano forme striscianti di intolleranza e prevaricazione verbale che sempre più spesso abbondano nel populismo di certi politici e, purtroppo, nei discorsi di molti cittadini. Su questi occorrerebbe lavorare per non farle diventare nuova identità fascista.

Dicevamo del 25 aprile, la festa della liberazione. Ad oggi, di quale fardello dovrebbe liberarsi l’Italia?

Più che liberarsi di qualcosa, forse sarebbe già sufficiente resistere. Come mentalità, cultura e valori. Comunque, per rispondere, sarebbe bello liberarci dalle mafie, dal clientelismo, dall’interesse personale nelle cose pubbliche.

E per quanto riguarda Appunti partigiani, da dove è nata l’idea per questo album? A quale brano siete più legati, e perché?

Il disco fu concepito per festeggiare i 60 anni della Liberazione, come lavoro ‘corale’ che in sé costituiva omaggio anche a ‘Materiale Resistente’ di dieci anni prima. Alcuni brani di quel disco spesso vengono tuttora riproposti dal vivo; la nostra versione riarrangiata di ‘Oltre il ponte’, che sul disco ha l’inestimabile contributo vocale di Moni Ovadia, è sicuramente uno due brani più profondamente entrati nel cuore di chi ci segue.

Se penso a voi, mi vengono in mente le vostre versioni di Bella Ciao e di Fischia il vento e la carica, così come il senso di appartenenza, che riuscite a trasmettere quando le cantate live. Com’è per voi interpretare questo pezzo di storia?

È espressione della nostra identità. Cantiamo da dove veniamo, con convinzione profonda.

Per i MCR il legame fra buona musica e politica è indissolubile? Perché avete deciso di prendere la strada della musica impegnata?

Non necessariamente la buona musica è legata al tema politico. Ci mancherebbe… Le espressioni artistiche possono rappresentare l’individuo, i suoi sogni, le sue varie facce, come anche indagare l’aspetto più legato al collettivo, al suo appartenere ad una comunità, ad una società, ad un popolo. Noi viviamo questa doppia identità, dove l’individualità ha senso se la si rapporta al mondo che la accoglie.

Quali progetti ci sono nel futuro dei MCR?

Un disco particolare e molto ambizioso. Scritto e suonato con una fanfara albanese, un progetto che firmeremo collettivamente con loro: la Fanfara Tirana. Stiamo già registrando e con loro ci esibiremo sul palco romano del Primo Maggio!

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