Intervista a Michele Serra:
«la satira è critica culturale
contro dogmi e pregiudizi»

La suggestiva cornice del Teatro Romano di Verona fa da scenario, durante questa settimana (dal 1 al 7 giugno), al Festival della Bellezza, un’iniziativa organizzata dall’associazione culturale veronese IDEM. Linea portante di questo Festival è la Cultura nelle sue forme più eteree, come suggerisce l’uso del sostantivo che ne dà la specificazione “Bellezza”. Cultura, quindi, come cibo per l’animo umano, come ciò che rende l’uomo massimamente tale. Arte, teatro, letteratura e filosofia sono i grandi ambiti. Ad accompagnare in questo viaggio sono invitati intellettuali rappresentanti di ognuno dei campi in cui la bellezza si dipana e prende forma. Sono stati e saranno ospiti del Festival Veronese, tra gli altri, Galimberti, Lo Cascio, Sorrentino, Cacciari, Arbasino, i quali, in dialoghi di circa un’ora e mezza, spesso intervallati da delicati momenti musicali, cercano di spiegare cosa significhi per loro agire nel nome della Bellezza, nella particolare forma d’arte propria di ciascuno.

Ieri, 4 giugno, alle ore 18.30, è stato il turno di Michele Serra. Scrittore, giornalista, intellettuale arguto, ironico e sagace è intervenuto parlando di un tema a lui caro: la satira.

Dopo aver dialogato sul palcoscenico del Teatro, sebbene stanco e sicuramente provato dal caldo afoso del pomeriggio, ci ha concesso un’intervista.

Serra

 Il titolo del suo intervento al Festival della Bellezza è “satira preventiva”: cosa si intende con questa espressione?

«Negli anni della Guerra del Golfo, Bush se ne uscì, ad un certo punto, con questa direi meravigliosa espressione: “questa è una guerra preventiva”. Come a dire che loro non ci stanno attaccando, ma potrebbero farlo, allora per sicurezza meglio se mettiamo le mani avanti. Mi sembrava un’idea assolutamente satirica questa, anche se Bush non se n’è accorto. Allora anche io ho pensato di fare “Satira Preventiva”».

 Se penso ad una possibile e grossolana “storia della satira”, vedo come essa si configuri nel corso dei secoli come la più alta forma di critica culturale. In che senso essa può esserlo ancora oggi?

È importante specificare che la satira dovrebbe essere critica culturale alla società, non solo al potere. Io penso che la satira vada fatta sul sociale, quindi sui costumi. La dicitura latina originaria era «castigat ridendo mores», castiga ridendo i costumi. I costumi non sono solo quelli del Palazzo e del potente, sono quelli di tutti noi. Insomma, Plauto e Terenzio facevano ridere tutti parlando di tutti. La presunzione di credere che solo il potere sia vizioso, e come tale degno di satira, non è del tutto corretta. La satira è una deformazione della realtà nel suo insieme, che mentendo, esagerando, ribaltando, coglie però l’essenza veritiera del reale. L’uomo di satira è innanzitutto un uomo sociale, che ama stare nel mondo, ed è dotato di arguto spirito di osservazione ed enorme interesse per la gente. La satira deve essere istruttiva, deve avere una sorta di presunzione pedagogica, usando i suoi mezzi, che sono distruttivi. Da questo punto di vista, la satira è il contrario della retorica: è il linguaggio che il moralista adopera quando vuole salvarsi dalla retorica.

Davanti ad una satira sempre più pungente e a volte offensiva, quali pensa siano i limiti tra satira ed insulto? Cosa ne pensa dei fatti di Charlie Hebdo?

Un limite c’è, il problema è che non lo si può indicare per legge. È un limite che si verifica volta per volta. Il lato rischioso della satira è proprio questo: a volte scrivi una cosa che ti sembrava banalissima e risulta, invece, offensiva; altre volte scrivi qualcosa che pensi sicuramente offenderà il soggetto e poi non accade nulla. Non ci si muove dentro giustezze precise. È un limite empirico. I ragazzi di Charlie Hebdo nel ricercare questo limite sono morti, un prezzo, secondo me, troppo alto per aver fatto dei disegni. Non è facile, penso, in questi anni essere direttore di un giornale di satira e per questo sono felice di non esserlo più. Perché ora, come potrebbe essere successo al direttore di Charlie Hebdo, è pressochè impossibile avere la libertà di pubblicare solo ciò che piace. Questo perché ci si sente obbligati a pubblicare qualcosa, anche se lo si ritiene volgare o eccessivo, in segno di battaglia di libertà. È doloroso pubblicare in quella condizione, perché non si è liberi. Si è spinti a pubblicare per una sorta di dovere etico. Se qualcosa non mi piace, lo devo pubblicare lo stesso, perché non voglio che le persone inizino a darmi del codardo. Una cosa vorrei precisare: non si fa mai satira verso Dio, ma contro il fanatismo e le gerarchie ecclesiastiche. Sono due cose ben diverse. Non si fa satira verso Dio per due motivi: perché se Dio non esiste, si sta facendo un lavoro a vuoto, se Dio esiste, credo sia decisamente al di sopra delle limitate prese in giro umane. Si fa satira, invece, contro ciò che è assoluto, esclusivo, limitante, contro ciò che prendente di essere unico e vero. Queste cose, piene di prosopopea, sono esche per i satirici. È proprio un qualcosa di fisiologico, prima ancora che culturale.

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Secondo lei perché i ragazzi di oggi sono così “sdraiati”? C’è un modo per farli alzare? È forse il mondo che non ha più niente da offrire o loro che sono senza più fantasia? In questo scossone che ruolo può avere la cultura e la bellezza, considerando il fatto che quest’ultima è sempre più volgare e meno pura?

Io credo che le soluzioni siano due: o qualcuno rovescerà questi divani e vi farà alzare, cosa che personalmente non sono in grado di fare. Oppure sarete voi a non voler più stare, finalmente, con le nostre vecchie barbe. Una volta l’andar via di casa era fattore fisiologico. La cosa che ora mi spaventa è che questa esigenza fisiologica mi pare un po’ compressa, direi quasi fuor di misura. In parte anche perché fuori di casa non c’è lavoro, che non è un dettaglio da poco. Forse però è anche dovuto al fatto che sul divano si sta molto comodi. Ad esempio si può portare la fidanzata o il fidanzato in casa, cosa che ad esempio io non mi sono mai permesso di fare, perché era un mondo molto diverso. La cultura, anche se sembra banale e scontato, è tutto. E per cultura non intendo solo libri, ma anche il vignaiolo che pota la vite, cioè cercare di sapere come funziona il mondo. Questa è la cosa più bella della vita, si vive per quello. Una cosa che rimprovero molto ad un mondo come quello della televisione, ad esempio, è che non insegna più niente. Io voglio imparare! Mi sveglio alle 4 del mattino per guardare i documentari su National Geographic, perché mi interessa sapere com’è la riproduzione del Coyote. Dovunque imparo qualcosa di nuovo, lì mi fermo. La cultura è la molla che ti spinge a vivere, in tutti i sensi.

Un suggerimento: in un mondo iper-tecnico e iper-scientifico ha ancora senso il giornalismo critico-culturale? In quale forma può ancora interessare ed avere diffusione?

Da lavoratore della parola ti dico che sì, ha ancora senso. Io con il giornalismo ho un rapporto un po’ controverso. Ho iniziato a fare il giornalista perché volevo fare lo scrittore, quindi io amo più la parte riguardante le parole e su questo ti posso dire che la cultura umanistico-letteraria è fondamentale. È fondamentale anche nel mandare un messaggio. Il linguaggio è ciò che ci mette in contatto con gli altri, qualunque sia il mezzo. Non è vero che il mezzo è il linguaggio, è il linguaggio che fa il mezzo. Se uno decide che gli sms sono una forma di comunicazione artistica e li usa come tale, ben venga!, anzi fa del bene a se stesso agli altri. Oggi mi arrabbio quando leggo il giornale, perché il potere dell’informazione, che è enorme, viene male usato. E questo potere viene male usato perché si dimentica l’importanza della parola, che sarebbe un mezzo potentissimo ed è invece una risorsa sprecata. C’è pigrizia nell’uso della parola in un ambiente, quello del giornalismo, che dovrebbe essere il principe di tale uso. C’è troppa ansia, velocità, concorrenza di mercato. Le notizie sono merci e si fa a gara a chi le pubblica prima. I bollettini politici sono vuoti, non c’è riflessione. Nella satira, invece, questa consapevolezza del potere della parola esiste ancora. Allora sarebbe meglio se il giornalismo ed i giornali fossero meno, ma di più alta qualità. In questo modo formi anche meglio l’opinione pubblica. E sarebbe importante dare più spazio alla società, alla critica, meno spazio alla politica, ed assieme a questo abbassare i toni e rallentare: allora il giornalismo tornerebbe davvero utile. 

Michele-Serra-foto-Europaquotidiano

 Costanza Motta

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