L’insostenibile leggerezza
del giudicare

Tiziana Cantone. Fonte: Corriere della Sera
Tiziana Cantone.
Fonte: Corriere della Sera

Giugno 2015. Tiziana Cantone si trova in un parcheggio del capoluogo partenopeo, in compagnia del suo amante, al quale sta praticando del sesso orale. L’amante sta filmando la scena e lei pronuncia una frase destinata a diventare tristemente famosa: «Stai facendo un video? Bravo!». Il video sarebbe poi stato mandato su WhatsApp ad alcuni amici, per poi finire nel mare magnum della rete.

Fino a questo momento, se avessimo sentito pronunciare il nome di Tiziana Cantone, questo non ci avrebbe detto alcunché. Poteva essere una qualsiasi dei 59 milioni d’italiani. Poi è arrivato quel video, finito su tutti i principali social network, con migliaia di condivisioni e ripreso e amplificato da tutti i giornali. Così il nome di Tiziana Cantone è diventato noto a tutti. Fin troppo noto, forse.

Probabilmente nessuno ha pensato a lei, a Tiziana Cantone, a cosa potesse provare. Ieri sera Tiziana Cantone si è tolta la vita nella sua casa a Mugnano, in provincia di Napoli. Come riportato dal Corriere della Sera, la donna – 31enne – aveva da poco ottenuto dai giudici che quel video venisse rimosso dai social network, poiché, sebbene consapevole che stesse venendo filmata, lei non ne aveva autorizzato la diffusione. Con una beffa: le spese legali – 20mila euro – da pagare.

Oggi si apprende che la Procura di Napoli ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio. Ma chi può essere ritenuto responsabile? Chi ha realizzato il video? Chi l’ha caricato sui social? Chi l’ha visto, lo ha condiviso, ci ha fatto meme, ha riso della vicenda, le ha dato della troia, ci ha fatto magliette? Probabilmente sembrava divertente. E forse lo era davvero. Ma, appunto, probabilmente nessuno ha pensato a lei, a Tiziana Cantone, a cosa potesse provare.

La triste vicenda di Tiziana Cantone è emblematica, perché è un “fenomeno” – se così si può chiamare – nato e morto nel web. A ben vedere in effetti Tiziana Cantone è morta due volte: è morta ieri, impiccata con un foulard, ma è morta anche quando il video è uscito dalla cerchia ristretta degli amici per finire sui social network.

In un certo senso, forse, siamo tutti colpevoli del suicidio di Tiziana Cantone. Lo è chi ha caricato il video, lo è chi lo ha diffuso, lo sono i giornali che hanno ripreso la vicenda come se fosse un qualsiasi video virale del momento, come Il Fatto Quotidiano che in un articolo si chiedeva se non si trattasse di una trovata pubblicitaria di un’aspirante pornostar (ora l’articolo è sparito, sostituito da un editoriale di scuse di Peter Gomez). Ma è colpevole anche chi, davanti all’esplosione della vicenda, un anno fa, è rimasto in silenzio, senza provare timidamente a dire: «Scusate, ma secondo voi cosa prova l’essere umano Tiziana Cantone a essere trattata così?».

Probabilmente nessuno si aspettava questo triste epilogo, che ora, di nuovo, sta facendo discutere il mondo dei social network, tra chi fa autocritica e chi dice che in realtà se la sia cercata. Insomma, un po’ come la 13enne calabrese stuprata da 9 ragazzi per tre anni…

Tutto questo fa riflettere, e non poco. Fa riflettere perché sembra non si riesca più a capire se siamo esseri umani o bestie. Il web ha creato una massa enorme – quella cosa che per Sigmund Freud rivela sempre comportamenti intellettualmente più deboli di quelli del singolo individuo – di persone che, a differenza di quanto accadeva con la “massa tradizionale”, sono quasi simultaneamente connesse tra di loro, e questo di conseguenza ha reso possibile una velocità mai immaginata prima per lo scambio di informazioni. Che è una cosa bellissima, ma che ha anche risvolti che, come in questo caso, possono essere tragici.

Il pettegolezzo da bar si è spostato sui social network e, se prima il suo pubblico era di pochi intimi, ora può avere una diffusione potenzialmente globale. Siamo tutti pronti a ridere insieme, a indignarci insieme, a piangere un lutto insieme. Ma siamo anche tutti pronti a esercitare una delle attività preferite: giudicare gli altri. Dimenticandosi forse che al centro di questo giudizio c’è una persona, che viene messa alla pubblica gogna davanti non a tre persone (cosa che sarebbe già di per sé deprecabile), ma davanti a milioni di esseri non più pensanti, bensì giudicanti. Il caso di Tiziana Cantone è forse una forma estrema di quella piaga social(e) chiamata cyber-bullismo.

Probabilmente lei, con quella sua frase in quel video, inviato probabilmente inconsciamente ad amici poi rivelatisi traditori, non si poteva nemmeno immaginare tutto quello che è venuto dopo. Sicuramente è stata ingenua, non ha riflettuto sulle conseguenze di quell’invio. Ma da qui a dire che lei stessa è causa del suo suicidio, o che se l’è cercata, beh, ce ne vuole.

Probabilmente noi quando abbiamo condiviso quel video, fatto meme e magliette, articoli di giornale o anche solo taciuto, non potevamo immaginare quello che sarebbe venuto dopo. Sicuramente siamo stati ingenui, non abbiamo riflettuto sulle conseguenze di quella condivisione, di quel meme, di quelle magliette o di quell’articolo. E semplicemente perché non siamo mai stati educati al web. Pensiamo che sia un modo a parte, slegato dalla vita quotidiana e che non può avere ricadute su di esse, mentre le due sfere oggi sono indissolubilmente legate. Sottovalutiamo l’effetto che il giudizio di milioni di persone possono avere su di una persona.

Allora forse servirebbero due cose. Innanzitutto che fin dalle famiglie e dalle scuole si educhino i ragazzi, oltre al sacrosanto rispetto per gli altri, a usare internet in modo consapevole, consapevole anche delle conseguenze che possono esserci nella vita reale (il suicidio di Tiziana Cantone, purtroppo, non è stato virtuale ma reale, fin troppo reale). In secondo luogo forse bisognerebbe ricordarsi sempre di quei quattro versi di Fabrizio De André, quando cantava che «Si sa che la gente dà buoni consigli / sentendosi come Gesù nel tempio, / si sa che la gente dà buoni consigli / se non può più dare cattivo esempio».

Forse dovremmo giudicare tutti un po’ di meno, e provare un po’ di più a capire i nostri simili – che sono reali, proprio come noi, e non virtuali.

 

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Classe 1992 di Civate (LC), laureato triennale in Filosofia, studente magistrale in Scienze Filosofiche alla Statale di Milano. Giornalista pubblicista, direttore de "Il fascino degli intellettuali". Irrazionalmente innamorato dei borghi medievali.