Informazione e chiarezza
in tempi di stragi

Immagine da Il Post
Immagine da Il Post

«Talvolta, i media cedono alla tentazione di voler spiegare in tempo reale gli avvenimenti, in luogo di narrarli, cercando nello smarrimento della gente, nei frammenti di immagine, in testimonianze, rese talvolta sotto choc, conclusioni destinate sovente a rivelarsi fallaci alla luce dei fatti. Non può valere in questo caso il detto “the show must go on”, perché non si tratta di spettacolo bensì della vita e del futuro delle persone».

Con queste parole il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha messo in guardia gli italiani da ipotetici stati di panico e crisi collettive dovute al terrore di essere vittima di attentati o stragi. Il monito presidenziale si inserisce in un momento di confusione e incapacità di reazione da parte dell’opinione pubblica, italiana ed europea, di fronte al susseguirsi, ormai quasi quotidiano, di attentati e stragi.

Con l’assassinio del parroco in Normandia, ormai siamo a una strage ogni 24 ore e questa volta, ad essere colpita, è anche la Germania che era, fino agli ultimi giorni, non attaccata e all’apparenza non attaccabile. Di fronte a questo caos, serve fare chiarezza e capire che cosa sta succedendo per decidere che fare.

Anzitutto, è doveroso distinguere gli attentati secondo la tipologia dell’attentatore. Per fare ciò, possiamo riprendere gli spunti offerti dall’analisi del professor Aldo Giannuli, il quale parla in primis di attentato del militante Jihadista, che lo fa coscientemente, immolandosi per una forma di lotta. In questo caso, l’azione è politicamente razionale ed è ciò che fino poco tempo fa avevamo sperimentato. In secondo luogo, si trova l’eccidio compiuto da una persona psichicamente disturbata e aizzata da uomini dell’Isis. Infine, c’è la strage compiuta dal singolo folle che lo fa per “sindrome imitativa” e che non ha rapporti con l’Isis se non immaginari.

Dei tre tipi di attentatori sopra descritti, il pericolo maggiore è ovviamente rappresentato dal terzo modello. Nel primo caso, infatti, si può intervenire attraverso un buon lavoro di intelligence. Ugualmente, anche se con maggiori difficoltà, si può pensare di arrivare anche al secondo tipo di attentatore. Ciò che invece non riusciamo a prevenire è lo psicopatico isolato, come il carnefice di Nizza, il violentatore di Reutlingen o il ragazzo della Normandia. Questi gesti eclatanti lasciano inermi tanto le forze dell’ordine quanto i servizi di intelligence. Ma quel che è peggio, sono gli sguardi impietriti delle milioni di persone che, fissi al televisore o alla pagina dei giornali, si guardano attorno diffidenti di qualsiasi movimento sospetto e di qualsiasi soggetto diverso, pronto nel loro immaginario a tagliare gole o farsi saltare in aria.

Nello stare con gli occhi fissi al televisore e nella diffidenza quotidiana verso il prossimo e lo straniero, risiede, tuttavia, la forza e l’energia stessa dell’attentatore del terzo tipo. Quest’ultimo è alla ricerca disperata di quelli che Andy Warhol chiamerebbe i 15 minuti di gloria nella propria vita e un attentato del genere di quelli che ci vengono raccontati quotidianamente offre una platea europea, quindi un bacino vastissimo di potenziali spettatori.

Da questo punto di vista, c’è un gruppo particolare ma molto ampio dal quale può sorgere il potenziale “psicopatico solitario”, quello delle persone di fede islamica che si sentono in un partibus infidelium, ossia coloro che si sentono marginalizzati e messi da parte, esclusi da una società nella quale paradossalmente sono nati (immigrati di seconda generazione). Sotto quest’ultimo punto di vista, è condivisibile la riflessione di Giannuli, secondo il quale, pur restando convinti che la grande maggioranza degli islamici che vivono in Europa non ci sono affatto ostili, va considerato che si tratta di oltre 20 milioni di persone, e che, anche una piccola percentuale di una persona su 10.000 fa 2.000 potenziali attentatori, il che è molto preoccupante.

Ovviamente i disagi psichici hanno un legame anche con le condizioni sociali ed economiche, oltre che religiose, nelle quali sono nati gli attentatori: povertà e mancanza di educazione o difficoltà di accesso al welfare sono fattori determinanti. Tutti questi fattori, messi assieme, non fanno che aumentare il rischio e la possibilità che si verifichino attentati.

La diagnosi del problema che abbiamo cercato sopra di proporre può essere più o meno condivisibile e, in larga misura, è quanto ascoltiamo dai media di informazione quotidianamente. Questi ultimi ci offrono un modello di causa-effetto che dà una spiegazione, più o meno soddisfacente, di quanto accade ma che, allo stesso tempo, suona in questo modo: “X ha fatto questo e quello perché era così e così. Prevenirlo era impossibile perché, in quanto soggetto irrazionale, X è imprevedibile nelle sue mosse”.

L’effetto di fronte a questa spiegazione è duplice. Da un lato, coloro i quali ascoltano queste notizie e rientrano nella categoria del soggetto X trovano illustrato il vademecum di chi come lui o lei, affetto dalle stesse patologie, è riuscito comunque a ottenere i suoi minuti di gloria. Dall’altro, chi non ne è affetto, viene terrorizzato dalla paura di poter essere vittima della stessa rabbia e ferocia incontrollata.

Che fare dunque? Certamente non possiamo rinunciare a raccontare i fatti, ammutolire il giornalismo. Tanto meno sarebbe corretto pensare che una ripetizione quotidiana del numero di vittime di attentati, stupri e violenze sia la strada da percorre.

Il primo errore che va evitato è che il trattamento delle notizie riguardanti la Jihad sia in Medio Oriente sia in Europa venga fatto in modo poco accorto e semplicemente al fine di suggestionare l’opinione pubblica per vendere qualche pagina di giornale in più. Questo non fa altro, infatti, che contribuire a creare un immaginario eroico dell’Isis che moltiplica il contagio emotivo fra le persone più deboli e predisposte.

Andrebbe anche evitato di descrivere notizie in modo poco chiaro così da prevenire confusioni tra tipi di attentatori. Quanto, in particolare, a quelli del terzo modello, sarebbe talvolta opportuno evitare del tutto simili notizie. Dire all’opinione pubblica che esistono i pazzi, senza aggiungere altro, è tanto inutile quanto dannoso. Al contrario, servirebbe prevenire, in modo da evitare che costoro possano colpire e fare male al resto della società. Scrive Giannuli:

«In Europa esistono le normative più diverse sul trattamento del disagio psichiatrico e della tossicodipendenza, per cui il fenomeno emerge dalle più diverse situazioni. Ad esempio, in Germania il servizio sanitario pubblico non cura le tossicodipendenze; in Italia non esistono più i manicomi giudiziari, in altri paesi minori, il disturbo psichiatrico non è ritenuto una vera e propria malattia e non è assistito dal servizio pubblico, un po’ in tutta Europa veniamo da continui tagli alla spesa sanitari con particolare riferimento alla psichiatria e questi sono i risultati».

Come possiamo vedere, la prevenzione di attacchi, terroristici o meno, da parte di soggetti non direttamente affiliati all’Isis passa attraverso un’operazione di potenziamento degli strumenti di Welfare statale e previdenza sociale.

«Qui infatti non si tratta solo del problema della Jihad e dello scontro con l’Isis, ma anche di una emergenza di cui nessuno parla: l’esplodere del disagio psichiatrico in un tratto molto particolare e numeroso della nostra società. Affondare i barconi, fare spedizioni militari in Libia, sognare impossibili epurazioni delle nostre società dagli immigrati non serve a niente: il problema è un altro! Da questo caos non se ne uscirà costruendo muri o affidandosi al solo intelligence ma serve una mobilitazione dell’intera società per integrare e non emarginare nessuno».

Il compito non è certamente facile ma la risposta alla crisi del momento non risiede certamente negli slogan bellici che sentiamo ogni giorno. Grande responsabilità allora sta nei mezzi di informazione che devono svolgere un lavoro di sensibilizzazione ed educazione. A loro spetta il compito di descrivere e studiare i fatti in una prospettiva storica. Alla classe dirigente quello di prevenire le cause che hanno scatenato la pazzia del momento.

Smettiamola con gli slogan del “siamo in guerra” e mobilitiamoci per sconfiggere un pericolo che minaccia tutti.

 

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