Il testo sacro per ogni tifoso: Febbre a 90′

«Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore e allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé». Così comincia uno dei libri cult più importante degli ultimi decenni, perlomeno per gli amanti del calcio. La firma è di Nick Hornby e il romanzo è il suo celeberrimo Fever Pitch, Febbre a 90′ nella traduzione italiana. Quest’ultimo è il primo libro dello scrittore inglese, uno degli autori tra i più letti e amati del XXI secolo; fra gli altri suoi titoli si possono ricordare Alta fedeltà, Non buttiamoci giù e Un ragazzo.

Nel 1992 Febbre a 90 si presenta sulla scena letteraria europea e mondiale come un libro particolare, non appartenente a nessun genere letterario specifico; è un romanzo biografico, certamente, ma Nick Hornby è stato il primo a raccontare la propria vita accompagnando le proprie vicissitudini personali alle cronache della propria squadra del cuore. Nel caso specifico, l’Arsenal. Sotto questo punto di vista, una delle frasi più celebri con cui si potrebbe riassumere il primo capolavoro dello scrittore inglese, deriva dalla trasposizione cinematografica del libro (a cui lo stesso Nick Hornby ha collaborato). Colin Firth, sfiduciato e deluso per i risultati stagionali dei Gunners, si rassegna: «Dopo un po’ ti si mescola tutto in testa e non riesci più a capire se la vita è una merda perché l’Arsenal fa schifo, o viceversa».

L’edizione italiana del libro.
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In termini flaubertiani si può dire che Febbre a 90 rappresenta l’educazione sentimentale per ogni tifoso. All’interno sono descritte tutte le passioni irrazionali che può provare qualsiasi appassionato di calcio. Una parabola che va dall’esaltazione per la vittoria, alla depressione post-sconfitta. Nel mezzo, tanti, troppi, ignavi pareggi per 0-0, vissuti al freddo e al gelo dell’inverno inglese.

L’assunto di base su cui si focalizza l’autore è molto semplice: un periodo positivo della propria vita deve corrispondere per forza di cose a un periodo positivo per l’Arsenal; e, ovviamente, viceversa. I Gunners vincono qualche parte consecutiva? È molto probabile che in questo preciso arco temporale Nick Hornby abbia le congiunzioni astrali favorevoli. L’Arsenal naviga in una stagnante posizione di metà classifica? In questo caso è giusto che il tifoso si rassegni: da un momento all’altro potrebbe perdere il proprio lavoro, la propria donna o qualsiasi altra cosa.

Con il classico tono umoristico tipico dell’autore inglese, per cui ci si chiede quanto effettivamente l’autore creda, realmente, a ciò che scrive, Nick Hornby racconta episodi tragicomici della sua esistenza. Per esempio, tutte le volte in cui è andato a Wembley per assistere alla finale di Coppa d’Inghilterra: egli ha dovuto attendere ben tre sconfitte consecutive (una contro squadre di terza divisione) per poter esultare come un folle dopo uno storico e leggendario 3-2 al Manchester United. Correva l’anno 1979 e, dopo aver visto il capitano dei Gunners alzare la Coppa, Nick Hornby si mise a riflettere: «Quel pomeriggio del 12 maggio avevo raggiunto gran parte di quello che avevo sempre sperato di raggiungere nella vita, e che non sapevo cosa farmene del resto. Avevo ventidue anni e il futuro, improvvisamente, mi apparve vuoto e inquietante». Ovviamente, dopo aver vinto la Coppa, il giovane Nick passò senza particolari problemi esami universitari per cui, al contrario, i suoi compagni trascorsero innumerevoli nottate in bianco chini sui libri; senza quel gol decisivo di Alan Sunderland all’ultimo respiro, statene certi, il futuro autore di Febbre a ’90, questi esami non li avrebbe mai superati.

Michael Thomas contro il Liverpool: il gol più celebre della storia dell’Arsenal.
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Ciò che viene scritto all’interno del romanzo può sembrare il frutto di momentanee e temporanee passioni giovanili. In parte è così, ma non del tutto, dato che l’ultima partita raccontata (un sempreverde 0-0 contro l’Aston Villa) viene disputata nel gennaio del 1992, cioè quando l’autore viaggia spedito verso i quarant’anni. Febbre a ’90 è un testo che può essere realmente compreso solamente da un tifoso; agli agnostici non è consigliata la lettura. Come si potrebbe realmente capire l’episodio raccontato nel capitolo da Hampstead a Tottenham? È uno dei capitoli più paradossali e allo stesso tempo controversi del romanzo, infatti alla descrizione del derby londinese Tottenham – Arsenal viene accompagnato una tematica maledettamente seria come la depressione. Un giovedì qualunque della primavera del 1986 all’interno dell’agenda di Nick Hornby sono segnati due appuntamenti. Il primo è una visita da uno psichiatra ad Hampstead, ricco quartiere del nord di Londra; il secondo è lo stadio di White Hart Lane, casa del Tottenham, dove è pronta a disputarsi la semifinale di Coppa di Lega inglese. Da qualche tempo l’autore del romanzo è in cura da uno psicologo per risolvere molteplici problemi personali; la cura junghiana, però a quanto pare, non sembra fornire la via d’uscita migliore, così Nick è costretto a andare a farsi visitare da questo psichiatra di Hampstead. Il colloquio medico dura il tempo che deve durare, poi il protagonista muove verso lo stadio inglese. Il match, per stessa ammissione dell’autore, «fu il secondo di quei tre/quattro momenti calcistici che si ricordano di una vita»: l’Arsenal rimonta lo svantaggio nei minuti finali della partita, vince 2-1 e si qualifica per la finale di Coppa eliminando gli odiati rivali cittadini. Di colpo, nella prospettiva hornbiana, non risulta più necessario andare né dallo psichiatra di Hampstead né dallo psicologo che lo aveva in cura da molti mesi. «La depressione con cui avevo convissuto per buona parte degli anni Ottanta fece le valigie e cominciò ad andarsene quella sera, e nel giro di un mese iniziai a star meglio».

Una scena del film.
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Chiaramente queste parole sembrano uscite dalla bocca di un folle e per certi versi ciò è innegabile. Come si può realmente credere a questo? Realmente la scarica di adrenalina in seguito alla vittoria di un derby calcistico (vissuto da tifoso, sia chiaro, e non da un calciatore o allenatore) può in qualche modo rappresentare una giustificazione plausibile? No, non può essere una spiegazione razionale, ma la prospettiva è un’altra: non c’è razionalità nel tifoso. Nick Hornby, come tutti noi, è costretto a rispondere alle molteplici domande che si palesano nella sua mente: e la sua risposta, da quando era bambino, è una soltanto, cioè l’Arsenal. Chi pensa che quelli come Nick diano eccessiva importanza al calcio probabilmente, in termini razionali, hanno ragione; ma sbagliano a inquadrare il contesto nella prospettiva migliore.

La propria squadra del cuore è come una fede religiosa e ciò non è blasfemia, ma una semplice constatazione. È l’unica passione che perdura l’intero arco di una esistenza. La verità è che quello del tifoso è un gioco a perdere, perlomeno da un punto di vista materiale:  si investono soldi e tempo e si ricavano solamente emozioni, ma non sempre queste ultime sono gratificanti. Perché per una vittoria in rimonta c’è sempre una sconfitta all’ultimo secondo; novanta minuti spettacolari, spesso, fanno seguito a insulsi pareggi senza reti. Gli agnostici non devono cercare di comprendere quelli che amano follemente Febbre a 90′: «è qualcosa che non puoi capire se non ci sei dentro».

Fonte foto: Thefamouspeople.com

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