Il sognatore di Dostoevskij
nei colori di Chagall

È notte in una città deserta. Una panchina, un ponte e una donna scossa dal pianto, chiaramente disperata. Lui si avvicina e questo incontro casuale lo segnerà per sempre. Questo il nucleo essenziale e modernissimo del racconto Le notti Bianche (1848) del ventisettenne Fëdor Michailovič Dostoevskij, che si cimenta in un inatteso «romanzo sentimentale», come recita il sottotitolo. L’anno dopo l’autore sarà arrestato con l’accusa di attività sovversiva e comincerà il periodo più tormentato della sua vita, scandito da tanti capolavori (come Delitto e castigo, I demoni, I fratelli Karamazov), caratterizzati dalla macerazione psicologica ed esistenziale dei protagonisti.

Dostoevskij

In questo momento Dostoevskij scrive una novella che sembra perfetta per il teatro, perché strutturata soprattutto in dialoghi.  È l’inizio della primavera in una Pietroburgo sospesa nel chiarore magico delle notti bianche, che carezza le onde del fiume Neva. La giovane Nasten’ka in grande apprensione attende sul ponte l’amato che le ha dato appuntamento in questo luogo esattamente un anno prima, con la promessa di tornare per sposarla. L’anonimo Narratore ascolta la ragazza, se ne innamora all’istante, e nelle notti seguenti la consola, la consiglia e cerca di aiutarla, pronto a sacrificarsi per assecondare i suoi desideri. Egli è un Sognatore, che trova la felicità solo nelle fragili composizioni della mente, viaggiando fra meraviglie e labili fantasmi. Questa però è un’avventura viva, e veri sono i suoi palpiti d’amore. E quando sembra che l’Altro non arriverà, sembra perfino possibile sognare una vita insieme a Nasten’ka… Ma invano. Si tratterà solo di «un intero attimo di beatitudine! Ed è forse poco, seppure nell’intera vita di un uomo?».

©Agnesa Dorkin
©Agnesa Dorkin

Fino al 14 febbraio il regista Lorenzo Loris presenta al Teatro Out Off di Milano, in prima nazionale, la sua rilettura, un esperimento lodevole, se pure con alcune potenzialità ancora da sviluppare.  La scena è asciutta: due scalinate a destra e a sinistra indicano le direzioni della vita (il passato, cioè la casa di Nasten’ka e il suo futuro con l’Altro), mentre due panchine e una balaustra segnano il lungofiume. Infine una finestra, a indicare la povera stanzetta del protagonista. Non è una struttura verticale da cui affacciarsi ma è appesa sopra, a mo’ di lucernario, e inclinata. Segnala lo sguardo obliquo del Sognatore sul mondo: per lui la vita scorre fuori, inattingibile; meglio quindi vivere con una finestra sopra la testa, una via di fuga spalancata sulla fantasia.

I dialoghi sono accompagnati da immagini proiettate sullo sfondo, riproduzioni animate di quadri famosi (a cura di Lorenzo Fassina). Il Sognatore descrive «l’infinito sciame di fantasie» con cui riempie la sua vita e intanto dietro di lui prendono vita paesaggi del periodo pre-astrattista (1908-1909) di Vassilij Kandinskij, in viola e arancione sgargiante che gradatamente si sfilacciano in girandole policrome. Oppure ancora, mentre il Sognatore e Nasten’ka sono persi in nuvole di sogno progettando il futuro insieme, la loro euforia si rispecchia nei notissimi amanti di Marc Chagall che volano sulla città.

Vassilij Kandinskij, Weilheim-Marienplatz 1909
Vassilij Kandinskij, Weilheim-Marienplatz 1909

Eppure il protagonista ha la consapevolezza che le sue fantasticherie sono un vizio alienante e un veleno illusorio. Il regista sceglie di accentuare questo tratto, dando giusto rilievo al secondo sottotitolo del racconto (Memorie di un Sognatore) : il personaggio, ormai appesantito dagli anni e da una vita scialba, ricorda. Al contrario di altri adattamenti, si affida la parte a un attore maturo (Massimo Loreto) che dà ottima prova di sé: egli rivive quelle quattro notti indimenticabili con partecipazione emotiva, si scioglie in lunghi soliloqui visionari tipici delle persone solitarie, oppure è confuso e intimidito, a tratti goffo nelle sue esternazioni e come inebetito dalla disillusione finale.

Accanto a lui Nasten’ka è pertanto creatura della memoria, congelata nella sua giovinezza e interpretata dalla ventiseienne Camilla Pistorello. Se il Sognatore ha uno sguardo strabico sul mondo, lei invece è chiusa nel suo egoismo di innamorata, premurosa verso l’amico solo quando egli è asservito alla sua causa, capace di ferirlo anche con la lettera riparatoria finale: cieca dunque alla realtà, evita spesso lo sguardo del compagno, anche se a tratti questo vezzo diventa stucchevole e astratto, e la recitazione risulta acerba, statica e poco vibratile.

©Agnesa Dorkin
©Agnesa Dorkin

Impossibile non citare il film di Luchino Visconti (1957) Leone d’argento al Festival di Venezia: il regista sceglieva l’ambientazione in bianco e nero in una Livorno anni Cinquanta, trasformando il protagonista in un piccolo impiegato di provincia (Marcello Mastroianni) non restio all’avventura con la ragazza incontrata per caso (Maria Schell), che invece appariva come un’eroina ottocentesca d’altri tempi (per la scena finale in una suggestiva città innevata: https://youtu.be/xAQFpknkUTk). Se l’esteta Visconti creava questo scarto/dialogo fra Ottocento e Novecento, Loris ripiega sulla malinconia del rimpianto, sottolineato da un motivo di balalaika (Simone Spreafico) e dal tripudio di colori dei pittori russi che si spengono nel grigio del quotidiano, cioè un ritorno alla vuota e illusoria vita di fantasticherie.

Il rischio però di scadere nel melodrammatico è dietro l’angolo: il testo di Dostoevskij è punteggiato di ironia, che nella trasposizione teatrale emerge raramente. Infatti il lirismo sovreccitato e carico di “autismo romantico” del Sognatore è affidato solo alla bravura dell’attore, mentre si preferisce ad esempio strizzare l’occhio allo spettatore con i “sogni di colore” di Chagall. Dunque un esperimento di riguardo, a cui però sembra mancare ancora qualcosa.

Le Notti Bianche
da Fedor Dostoevskij
adattamento e regia di Lorenzo Loris
Teatro Out Off, Milano
13 gennaio – 14 febbraio 2016

Notti Bianche4

 

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