Il generale Dalla Chiesa:
cento giorni di coraggio

di Margherita Vitali
«Sono nella storia italiana il primo generale dei carabinieri che ha detto chiaro e netto al governo: una prefettura come prefettura, anche se di prima classe, non mi interessa. Mi interessa la lotta contro la Mafia, mi possono interessare i mezzi e i poteri per vincerla nell’interesse dello Stato».
Carlo Alberto Dalla Chiesa

Dieci morti nel 1980, cinquanta nel 1981 e quasi venti nei primi mesi del 1982: in Sicilia è guerra di mafia, è un’emergenza. Nell’aprile di quello stesso anno il Consiglio dei Ministri, presieduto da Giovanni Spadolini, nomina prefetto di Palermo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Dalla Chiesa il fenomeno mafioso lo conosce bene, ne ha già scoperto gli intenti, sa ed ha capito – in anticipo rispetto a tutti – quanto questo possa essere pericoloso e radicato nel nostro paese. Giunge quindi a Palermo e chiede al governo poteri speciali, affinché nella lotta alla criminalità organizzata ci sia lo stesso impegno e dispiegamento di forze che si è avuto nella lotta al terrorismo. Questo non avvenne mai, passerà alla storia come il Generale solo, come l’uomo che avrebbe saputo o potuto arginare significativamente il problema mafioso ma che nelle istituzioni non trovò mai il sostegno necessario.

dalla chiesaDalla Chiesa è sempre stato in prima linea nella lotta alla mafia, nel periodo che va dal 1966 al 1973 è impiegato col grado di colonnello presso il comando dei carabinieri di Palermo, perennemente sulle tracce di Cosa Nostra. Quando nel 1969 la guerra di Mafia riesplode dopo una breve tregua lasciando una scia di cadaveri, egli intuisce la gravità della situazione, le conseguenze che probabilmente questa avrebbe avuto e tenta di arginarla, con ogni suo mezzo.

Non è semplice, è quasi impossibile. In un momento in cui nel paese ci si sta ancora interrogando sull’effettiva esistenza del fenomeno mafioso, Dalla Chiesa è dieci anni avanti a tutti. Le sue capacità investigative sopra la media lo portano ad intuire l’intrecciato sistema che sta alla base del potere mafioso: gli spacci, i sequestri, gli appalti. Sbatte i pugni sul tavolo, punta il dito contro membri delle istituzioni invischiati nella criminalità organizzata, sostiene a gran voce che la magistratura debba fare la sua, che l’unico modo per combattere la mafia sia istituire un reato di associazione mafiosa, guardare il quadro complessivo e mettere insieme i pezzi, non arrestare per singoli reati i suddetti mandanti o autori, esattamente come venti anni dopo disse Giovanni Falcone.

Perché negli anni settanta la mafia era considerata quasi un’ipotesi, non vi era da parte delle istituzioni la reale certezza che questa esistesse – forse per la paura di guardarla in faccia – e il ramificato sistema di documenti falsi e la mancanza di leggi atte a perseguire questo fenomeno rendeva quasi impossibile qualunque battaglia contro di esso.

Nel 1974 viene promosso generale e diventa Comandante della Regione Militare di Nord-Ovest, con giurisdizione su Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria. Il caso sul quale si trova a dover lavorare è quello delle Brigate Rosse, i terroristi che dilagano in quel periodo. Anche in questo caso le sue capacità investigative si dimostrano all’avanguardia ed efficaci: capisce che per riuscire a sradicare questa macchina infernale di scellerata follia si devono triplicare gli sforzi: infiltra quindi tra gli studenti universitari e tra gli operai della FIAT alcuni dei suoi uomini, riuscendo così ad assorbire efficacemente informazioni.

dalla chiesaSempre nel 1974 seleziona dieci ufficiali qualificati dell’arma e crea nel maggio di quell’anno una struttura antiterrorismo con base a Torino: il Nucleo Speciale Antiterrorismo. Con questo infiltra agenti all’interno delle Brigate e riesce a catturare a Pinerolo Renato Curcio e Alberto Franceschini, due esponenti di spicco nonché tra i fondatori delle Brigate Rosse.

Nel 1981 Dalla Chiesa viene promosso Vice Comandante Generale dell’Arma diventando quindi generale di corpo d’armata, la massima carica per un ufficiale dei Carabinieri.

Il 30 Aprile 1982 viene ucciso Pio La Torre, quella stessa sera Dalla Chiesa è prefetto di Palermo. Lo sarà per poco, giusto per cento giorni.

È il sette agosto, dall’inizio dell’anno le strade di Palermo contano ottantasei morti ammazzati e il generale Dalla Chiesa è più solo che mai in questa guerra. Preme sul governo, chiede in tutti i modi mezzi e uomini. Non avendo risposta, decide di rivolgersi direttamente all’opinione pubblica.

Il dieci agosto 1982 il quotidiano La Repubblica pubblica un’intervista clamorosa rilasciata a Giorgio Bocca titolata: Un uomo solo contro la mafia.

«Non spero certo di catturare gli assassini a un posto di blocco, ma la presenza dello Stato deve essere visibile, l’arroganza mafiosa deve cessare».
Il giornalista stesso racconta che si rese conto di quanto l’uomo fosse solo perché quando andò ad intervistarlo non c’era nessuno in prefettura, non passò nessun controllo, entrò nell’ufficio del questore senza alcuna perquisizione o fermo.
Ma la mafia si fece ancora più beffarda. I carabinieri ricevono una telefonata: «siamo i killer del Triangolo della morte, con l’assassinio di oggi l’operazione Carlo Alberto è quasi conclusa, dico quasi conclusa».
Questa è la prima volta che la mafia preannuncia un omicidio e lo invoca, e intanto il governo non ha ancora formalizzato i poteri del generale, che si muove scoperto per le strade della città senza alcuna protezione, senza scorta: il messaggio che passa è che chi è solo è destinato a morire.
0Ma si vede una luce quando il venti agosto il Ministro dell’Interno Virginio Rognoni vola a Palermo e rassicura il generale, avrà ciò di cui a bisogno.
Dalla Chiesa può finalmente iniziare la sua lotta, ma la mafia ha già predisposto l’offensiva finale.
Il 3 settembre 1982, alle 21.15 circa il generale Dalla Chiesa è a bordo di una A112 bianca guidata dalla moglie Emanuela Setti Carraro, si stanno dirigendo a cena. Un agente di scorta, Domenico Russo, li segue. Poi trenta pallottole. Trenta pallottole sparate dagli uomini di Totò Riina uccisero tutti e tre.
Il 4 settembre 2013 il boss Totò Riina viene intercettato nel carcere in cui è detenuto. Le sue parole sul generale lo dipingono per il mostro che è.
«A primo colpo, a primo colpo abbiamo fatto… Eravamo qualche sette, otto… Di quelli terribili… Eravamo terribili… L’A112… O uno, due tre erano appresso… Eh… L’abbiamo ammazzato; nel frattempo… Altri due o tre… Lui era morto ma pure che era morto gli abbiamo sparato… Là dove stava, appena è uscito fa… ta… ta… ta… ed è morto».
Furono cento giorni di coraggio, cento giorni in cui un immenso professionista, un grande uomo, rimase solo ma non smise mai di svolgere il suo compito. Con le poche forze che un solo singolo può avere, scese nelle strade a dimostrare la presenza dello Stato, lo stesso Stato che invece si era voltato dall’altra parte.

 

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