Il futuro da disincantare

Martin Heidegger Fonte: www.the-american-interest.com
Martin Heidegger
Fonte: www.the-american-interest.com

«Ormai solo un Dio ci può salvare»: queste le ultime parole espresse dal filosofo Martin Heidegger in un’intervista rilasciata al settimanale Der Spiegel il 23 settembre del 1966 e pubblicate soltanto una settimana dopo la sua morte. Parole emblematiche per il nostro tempo, più attuali che mai, e che ancora oggi trovano accoglienza in un mondo occidentale incapace di uscire dallo quello stato di crisi che lo caratterizza da anni, una crisi che non è più l’eccezione alla regola ma la regola stessa del nostro vivere.

Una frase che sembra voler evocare disperatamente quel Dio che è morto e che ora ha lasciato gli uomini e il mondo sotto il controllo dei due nuovi generatori simbolici di valori: la tecnica e il denaro. Qualche anno prima, nel 1953, in una conferenza chiamata La questione della tecnica, Heidegger riprendeva il tema della salvezza dalla sopraffazione della tecnica attraverso questi versi del poeta Friedrich Hölderlin: «Dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva».

Il pericolo è appunto quello della subordinazione dell’uomo e dell’ambiente naturale alla tecnica e la speranza di salvezza dovrebbe crescere in relazione all’aumento del pericolo tecnico. Ma come è possibile credere che aumentando il pericolo aumentino anche le possibilità di salvezza? Con i bombardamenti nucleari avvenuti il 6 e 9 agosto 1945 rispettivamente a Hiroshima e Nagasaki, la storia è diventata testimone dell’insensatezza dello sviluppo tecnico e, inoltre, il pericolo è aumentato vertiginosamente, eppure non si sono prospettate possibilità salvifiche, anzi centinaia di migliaia di morti…

Sia quest’ultima citazione, sia il celebre «Ormai solo un Dio ci può salvare», rappresentano quell’atteggiamento di abbandono (Gelassenheit) di fronte agli accadimenti della tecnica che Heidegger considera come la giusta predisposizione a una (im)possibile salvezza futura.

Un atteggiamento di rinuncia, di contemplazione, di eterna passività che fa dell’uomo un semplice granello di sabbia nel bel mezzo di un torrente storico, scisso da ogni prassi umana. Se ci lasciassimo abbandonare in questa corrente nichilistica non saremmo più in grado di poter scegliere quale futuro riservare a noi e alle generazioni future. Continueremmo a vivere in balìa di un presente assediato dallo stato di crisi e di un futuro che da luogo della speranza, è diventato luogo dell’angoscia.

Fonte: www.costaparadisonews.it
Fonte: www.costaparadisonews.it

Ogni giorno, sui giornali e nelle trasmissioni televisive, assistiamo alla predica di molti filosofi ed economisti che ci ripetono continuamente la stessa massima, che risuona più o meno così: «Non avrai altro futuro al di fuori di questo presente». Sembra un mantra…

Forse per introdurre una visione capace di combattere lo “strapotere della tecnica” e l’impossibilità di immaginare un nuovo futuro, come dice lo stesso Heidegger, l’uomo di oggi non deve rinunciare a gettare in campo il pensiero meditante contro il pensiero puramente calcolante. C’è la necessità di pensare un radicale cambiamento della concezione del “futuro-minaccia”, iniziando con un disincantamento dall’incantamento del mondo tecno-economico attraverso una nuova prospettiva della realtà capace di generare nuovi orizzonti di senso in cui poter credere.

Solo distaccandoci da questo atteggiamento passivo saremo in grado di disincantare il futuro da quella gabbia d’acciaio in cui oggi sono intrappolati i sogni e le speranze delle nuove generazioni.

Pietro Regazzoni

 

 

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