Il flâneur italiano: Piergiorgio Branzi

«[…] La grande città nel suo delirio ufficiale, fatto apposta per sconvolgere il cervello anche al più renitente dei solitari. In mezzo a quel frastuono, a quella baraonda, trottava ansiosamente un asino, aizzato da un buzzurro armato di frusta».

Lo spleen di Parigi, Charles Baudelaire

Sono i primi anni ’50, al cinema c’è il neorealismo non codificato di Roberto Rossellini e il realismo magico di Federico Fellini. Nello stesso tempo l’universo della letteratura è proiettato su un mondo sconosciuto di un’Italia arcaica, arcana e mitica, tra Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi e L’uva puttanella di Rocco Scotellaro. Ci sono le persone vere, le storie vere narrate da scrittori e registi.

Prima di quegli anni Piergiorgio Branzi nasce passeggiatore e osservatore inconsapevole, sono proprio quegli anni e quell’atmosfera a farlo scoprire «un botanico del marciapiede», come avrebbe detto Baudelaire del suo flâneur.

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Il flâneur, figura letteraria che non ha mai abbandonato il suo successo iniziale, nasce in un contesto urbano ben preciso, ovvero la metropoli di Parigi agli inizi del XIX secolo, nella forma di un gentiluomo che vagando per le vie cittadine è in grado di immergersi nei luoghi, sentendo le emozioni del paesaggio.

Per ciò che concerne la lingua italiana, si può cogliere una corrispondenza tra la parola flâneur e il modo di dire fare flanella, espressione che significa bighellonare e trascorrere il proprio tempo oziando.

Lo stesso vagabondo in cerca di ispirazione che è entrato nel mondo accademico e negli studi urbani, in primis con Walter Benjamin.

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Da Benjamin in poi, l’istituzione accademica ha utilizzato il flâneur come veicolo per l’esame delle condizioni di vita della modernità urbana, per la sua alienazione e le tensioni di classe.

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È precisamente il 1953, l’anno della mostra di Cartier-Bresson a Firenze, in cui Piergiorgio Branzi rimane impressionato per la prima volta da quanto aveva compreso. L’imprinting alla fotografia è già scattato e il giovane decide di comprare subito una macchina fotografica Condor, prodotta nelle officine Galileo di Firenze.

Nel documentarsi trova una rivista di letteratura americana chiamata Prospetti con un inserto sui grandi fotografi statunitensi di allora: La Bourke-White, Ansel Adams, Eugene Smith. Vedendo queste immagini un secondo shock attraversava i suoi occhi e la sua mente, tanto che conserva tuttora quella rivista come ricordo. Qualcosa di sempre più forte spingeva Branzi verso la fotografia, un’intuizione che diventava passione.

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Tutti questi elementi lo spingono verso quelle maschere di umanità che, in realtà, ha sempre ricercato. Il primo viaggio, intrapreso in motocicletta verso l’Abruzzo, il Molise, la Lucania, la Calabria e Napoli lo porta a proseguire ancora verso le zone depresse del Veneto e poi ancora verso Spagna e Grecia.

Viaggia intorno all’uomo, alle sue tensione e alla sua fatica di vivere. Da qui nasce il suo viaggio interiore immerso nella realtà quotidiana.

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Altro grande influsso positivo l’incontro con Mario Giacomelli grande fotografo formalista: alla semplice contemplazione dell’opera, Giacomelli sostituisce un coinvolgimento emotivo, un’angoscia esistenziale che prende forma in un bianco e nero grottescamente contrastato, nella brutalità della ripresa, in alcuni casi iperdiretta.

Giacomelli e Branzi lavorano fianco a fianco, accostando i loro occhi in più progetti e influenzandosi vicendevolmente.

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L’immagine definitiva di Piergiorgio Branzi risulta essere l’insieme studiato di previsioni e riflessioni: aggiustamenti di tono e di tagli in camera oscura conferiscono ai suo scatti il giusto equilibrio formale e il momento decisivo, proprio secondo le indicazioni scritte nelle fotografie di Cartier-Bresson. Come un demiurgo Branzi cura la regia della messa in posa, dal momento dello scatto fino alla stampa.

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Si leggono le attese, si legge la solitudine, la noia, si legge ancora il formalismo dei vestiti e dei comportamenti, si riesce a scorgere l’ingenuità, la timidezza, il narcisismo, l’incomunicabilità, tutto compreso in queste immagini rigorosamente bilanciate.

«Perché noi toscani si vuole raddrizzare tutto anche la natura».
Piergiorgio Branzi

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Tra Nord e Sud, la fatica di vivere, che si intravede tra gli scorci assolati o nelle espressioni dei volti, non è mai la fatica del lavoro. La figura umana in queste immagini è ritratta in cornici, dentro porte o davanzali che diventano gabbie o sedie che sembrano piedistalli.

Nel 1962 Enzo Biagi lo invia a Mosca, così Piergiorgio Branzi diventa il primo corrispondente televisivo occidentale in terra Sovietica. Rimane in Russia per quattro anni e, quando ritorna, appende la macchina fotografica al chiodo per dedicarsi alla pittura e all’incisione.

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Ma il neorealismo torna a bussare alla sua porta. Lo stesso movimento culturale in grado di influenzare registi come Pier Paolo Pasolini, che aveva dato il via alla curiosità iniziale e senza regole di un giovane Branzi, lo porta a riprendere la Leica tra le mani nel 1995. In quell’anno partecipa, con Gabriele Basilico, Ferdinando Scianna, Franco Fontana e altri, all’iniziativa Itinerari Pasoliniani in Friuli.

In tutta la sua carriera Branzi si fa apprezzare come un conoscitore analitico del tessuto urbano, in grado di coniugare la forza del bianco e la rivincita del nero, fino a diventare figura fedele e aristocratica della fotografia italiana contemporanea.

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Guardare le sue fotografie è come immergersi, felicemente, nella massa amorfa della città, è come entrare nell’Uomo della folla di Edgar Alan Poe il cui protagonista, a racconto concluso, scoprirà come il vecchio sia attratto in maniera quasi ipnotica dalla folla, che agisce su di lui come una sostanza stupefacente, calamitandolo all’interno di un vortice febbrile che non gli concede pause: è l’Uomo della folla colui che non vuole, anzi non può, rimanere da solo.

La mostra dei suoi scatti è stata inaugurata martedì 30 giugno scorso e sarà visibile gratuitamente fino al 12 settembre alla Galleria Leica di Milano a pochi passi dal Duomo. È possibile così godere dello spettacolo dei suoi muri, delle sue cornici e delle sue figure umane in equilibrio costante nei suoi scatti.

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