Il fascino d’estate – i nostri consigli:
“Il giovane Holden” di J. D. Salinger

il giovane Holden«Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle belle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto».

Holden Caulfield è un sedicenne, troppo alto e troppo magro, che alla vigilia delle vacanze di Natale decide di scappare dall’Istituto Pencey, scuola di preparazione al college a cui era stato iscritto dai genitori, siglando la sua eroica decisione con un grido: «Dormite sodo, stronzi!». In realtà Holden ha semplicemente prevenuto l’espulsione che gli sarebbe toccata, di lì a poco, in sorte, causata dalla bocciatura alla maggior parte degli esami. Per non rivelare ai genitori il suo fallimento, Holden arrivato a New York comincia a vagare alla ricerca di un posto dove stare. Tra hotel fatiscenti, night club, pub, vecchi amici e prostitute la storia, narrata in prima persona dall’iper-realistico tono del ragazzo, occupa il tempo di un fine settimana e lo spazio di Mahnattan.

Il Giovane Holden di Jerome David Salinger è un romanzo di formazione mancato. Holden decide, anche se non si può dire con esattezza con quanta consapevolezza lo faccia, volontariamente di non voler entrare nel mondo degli adulti, che egli ritiene subdolo, sporco, ipocrita. Tutti gli adulti con cui il ragazzo entra in contatto saranno caratterizzati da qualità negative, sudici, fasulli, approfittatori. Persino l’unico adulto con cui il ragazzo instaura un rapporto di stima e fiducia, alla fine, nasconde un lato oscuro che fa sì che, nuovamente e per l’ultima volta, Holden decida di fuggire.

Agli antipodi si trova il mondo dell’infanzia, a cui il ragazzo tenta ripetutamente di rimanere aggrappato, con la sua innocenza e bonarietà. Non a caso l’unica àncora di Holden si rivela essere la sorellina minore: la «vecchia Phoebe», unica persona al mondo con cui il protagonista si confidi e si confronti, caricandola di un’aura di saggezza quasi paradossale, data la giovane età.

Il Giovane Holden, uscito in America nel 1951 e in Italia nel 1961, è divenuto un classico della letteratura americana novecentesca. A renderlo celebre, tra le altre cose, la meravigliosa traduzione di Adriana Motti, che rende indimenticabile la storia proprio perché filtrata e narrata attraverso le irriverenti espressioni giovanili del protagonista. Dopo la lettura, quasi tutti, continueranno per un poco a farcire le loro frasi con «vattelapesca».

Holden è una figura colossale tra i personaggi letterari del Novecento. Immagine di ogni ragazzo arrabbiato, di una rabbia viscerale causata da un non meglio precisato motivo, pronta a divenire, quindi, la personale rabbia di ogni lettore. Animo ribelle senza volerlo, precede ogni recente moda di hipsteria e ribellismo, fugge ma non per qualche luogo comune, fugge perchè vorrebbe anche lui salire sulla giostrina dei cavalli con Phoebe e non pensare più a diventare un grande. Un moderno Peter Pan con la fobia per la nevrosi della Grande Mela, consapevole a un punto che l’Isola Che Non C’è è solamente una favola.

«Ehi, Horwitz, – dissi. – Ci passa mai vicino allo stagno di Central Park? Giù vicino a Central Park South? – Al cosa? Allo stagno. Quel laghetto, cos’è, che c’è laggiù. Dove ci sono le anitre, sa?
– Sì, e allora? – Be’, sa le anitre che ci nuotano dentro? In primavera ec­cetera eccetera? Che per caso sa dove vanno d’inverno? – Dove vanno chi? Le anitre. Lei lo sa, per caso? Voglio dire, vanno a pren­derle con un camion o vattelappesca e le portano via, oppure volano via da sole, verso sud o vattelappesca?»

[…]

«Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia».

Costanza Motta

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