Il derby di Siviglia

Siviglia. Un pomeriggio estivo come tanti. Caldo torrido, terrificante. Non esistono possibilità di vittoria contro la calura andalusa, soprattutto nella prima metà del ‘900. Precisamente nel 1934, il 14 agosto. La campana della magnifica Catedral de Santa Maria de la Sede rintocca cinque volte. Las cinco de la tarde, orario in cui, solitamente e tradizionalmente, comincia ogni corrida. Ed è anche uno dei leitmotiv letterari più celebri di tutta la letteratura spagnola. Lo si può trovare nel Llanto por la muerte de Sanchez Mejìas, (Pianto per la morte di Sanchez Mejìas): la firma è di Federico Garcia Lorca. Quel 14 agosto 1934 a Siviglia migliaia di persone sfidarono il calore infernale per riversarsi nella strade, a contatto con l’asfalto torrido; c’era da salutare, per l’ultima volta, el torero intelectual, morto come ogni torero, forse, vorrebbe morire. Il feretro, sorretto fisicamente dalla famiglia, e metaforicamente da un’intera città, venne portato al cimitero di San Fernando. Il perché di così tanta gente è semplice da spiegare: Sanchez Mejìas non è stato solamente un torero, ma anche un aviatore, un pilota, un letterato appartenente a quella generazione del ’27  di cui fa parte, tra gli altri, proprio il suo grande amico Garcia Lorca. Quel giorno a Siviglia c’erano anche tanti, tantissimi appassionati di calcio, perché Ignacio Sanchez Mejìas, in una delle sue numerose vite, ha ricoperto la carica di presidente del Betis, una delle due squadre del capoluogo andaluso. «Ay, que terrible cinco de la tarde».

Sanchez Mejìas.
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Il Betis Sevilla si chiama così in onore del nome latino del Guadalquivir, il fiume che divide in due la città. Oggi è unanimemente considerata la seconda squadra del capoluogo andaluso, relegata in un angolo dai trionfi europei del Siviglia di Unai Emery.; ma nel secolo scorso la differenza fra le due squadre sivigliane non è stata così marcata. Il Sevilla è tra le squadre più antiche di Spagna, fondata addirittura nel 1890. È un club nobile, aristocratico, in poche parole: non può essere per tutti. E difatti a inizio ‘900 non può giocarci chiunque, ma solamente chi ha un grado di parentela con qualche ricco signore andaluso, spesso un grande proprietario terriero dato il carattere agricolo e rurale della campagna sevillana dell’epoca. Non può esserci posto per il figlio di un operaio, ne va della tradizione e dell’orgoglio del club.  Anche se è il più bravo della squadra ed è il miglior giocatore di Siviglia fino a quel momento. Non tutti però nella dirigenza del clùb la pensano allo stesso modo. Eladio Garcia de la Borbolla si dimostra il più acuto, o comunque il meno conservatore: lascia il suo ruolo dirigenziale del Sevilla Fc e fonda un’altra squadra che prenderà presto il nome di Real Betis Balompé. In questo nuovo clùb (maglia biancoverde) può esserci spazio per il figlio di un operaio.

Spesso commettiamo l’errore di considerare il calcio spagnolo come una eterna lotta fra Madrid e Barcellona. Sono queste due città, d’altronde, che si prendono ingordamente i calciatori migliori e, di conseguenza, i titoli dei giornali. L’Andalusia e in particolare Siviglia, però rappresentano probabilmente la Spagna più vera, genuina, sincera. È la fetta di territorio iberico maggiormente soggetto alla dominazione araba, si utilizza un accento simile a quello sudamericano dove le S, al termine delle parole, scompaiono magicamente. È una regione il cui tasso di disoccupazione è tra i più alti a livello europeo. Ma è anche un regno dove la bellezza artistica governa incontrastata. Nel calcio, la rivalità fra Sevilla e Betis non ha nulla da invidiare ai più celebri derby continentali. Sulle influenze climatiche che agiscono sul carattere degli uomini si è fatta tanta letteratura, specialmente nel XVIII secolo. Siviglia è calda, torrida, focosa e il derby cittadino non può essere da meno. Una prova? Corre l’anno 1945, l’Europa intera esce dalle macerie della seconda guerra mondiale, ma la Spagna rappresenta un’oasi distinta; certamente una penisola non troppo felice perché anche gli spagnoli hanno avuto la loro guerra (civile) e si trovano sotto la dittatura franchista. Il Betis, per fare cassa, deve vendere il proprio calciatore migliore, tale Francisco Antunèz. L’offerta più vantaggiosa arriva dai rivali cittadini e la dirigenza del Betis accetta. Apriti cielo. Manifestazioni di piazza, proteste formali, ma anche giuridiche: scottato dalle lamentele dei tifosi, il presidente del Betis chiede, invano, l’annullamento del trasferimento di Antunèz a causa di una presunta firma falsa. Indietro non si può tornare, ma, saggezza popolare alla mano, oltre al danno avviene la beffa. Il Sevilla grazie al colpo di mercato vince la Liga, il Betis retrocede in Tercera Division. I verdiblancos navigano nei bassifondi del calcio spagnolo per quasi un decennio e i tifosi inventano un coro che esprime magnificamente l’amore incondizionato verso il clùb: «Viva el Betis, manque pierda!» (Viva il Betis, nonostante perda).

La curva del Betis.
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Nel nuovo millennio, uno degli episodi più significativi del derbi sevillano avviene durante la stagione 2006/07. Siamo a marzo, un momento solitamente caldo per ogni stagione calcistica e quell’annata, per le due anime sivigliane, non rappresenta un’eccezione. Obiettivi differenti, antitetici: il Betis deve salvarsi, il Siviglia fa il terzo incomodo nel duello Real – Barcellona. Allo stadio Benito Villamarìn, casa dei verdiblancos, va in scena l’ennesimo scontro calcistico fra i due clùb. Il Sevilla va in vantaggio a inizio primo tempo e l’allenatore Juande Ramos si alza dalla panchina per esultare. Dopo aver abbracciato il suo staff e i calciatori, avviene un episodio che passerà alla storia come il Bottelazo. Al mister sivigliano piove in testa una bottiglia piena d’acqua scagliata dalle tribune; Juande Ramos si accoscia al suolo perdendo i sensi e il derby viene immediatamente sospeso. D’altronde, quando vuole, la sempiterna lotta fra patrizi e plebei sa essere tremendamente violenta.

Juande Ramos al derby di Siviglia
Juande Ramos privo di sensi.
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C’è stato un periodo storico, verso la fine del ‘900, in cui vigeva la convinzione per cui Betis e Sevilla potessero avere un’unica casa, precisamente lo Stadio Olimpico costruito per i mondiali di atletica leggera del 1999. Con buona pace della giunta politica sevillana, i tifosi e i clbb non erano minimamente d’accordo con questa idea: l’Estadio Olimpico de la Cartuja è tutt’ora calcisticamente inutilizzato e ha avuto il merito di ospitare  qualche star musicale spagnola (Miguel Bosè, Joaquin Sabina) e internazionale (gli AC/DC). Le partite delle due squadre continuano a disputarsi al Sànchez Pizjuàn e al Benito Villamarìm, rispettivamente casa del Sevilla e del Betis. Due volte all’anno si gioca il derby in un clima infernale. In tutti i sensi.

 

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