Il concetto di biopolitica in Michel Foucault

Che cosa si intende con biopolitica?

foucault43Chi ha letto le opere degli anni ’70 di Michel Foucault non può non averne sentito parlare. È proprio il famoso filosofo francese che usa per la prima volta la parola “biopolitica” nelle ultime pagine de La volontà di sapere (1976), per riprenderla e sviscerarla nei corsi degli anni successivi.

La sua ricerca si muove nello spazio delle relazioni di potere, perché per Foucault il potere non è mai univoco e dall’alto, ma si realizza in una fitta trama di rapporti tra tutti gli individui. In quest’ottica ogni rapporto è un rapporto di potere, al centro sta il bìos, la vita, ma non la vita di ognuno preso singolarmente, bensì la vita della collettività, della popolazione.

Secondo l’autore infatti vi è un importante cambiamento nel XIX secolo, il passaggio dal potere “sovrano” che agiva appunto dall’alto, con la spada, esercitando il diritto “di far morire o lasciar vivere” i suoi sudditi, a un potere che invece vuole organizzare, ordinare, dirigere la popolazione e vuole quindi gestire la vita, non più la morte! Paradossalmente la morte non esce affatto dal panorama, ma viene sfruttata come strumento per ottenere “un più” di vita. Perché proprio nell’epoca contemporanea si sono viste le più crudeli e terribili guerre e stragi dell’umanità? Facciamo rispondere Foucault: «le guerre non si fanno più in nome del sovrano che bisogna difendere; si fanno in nome dell’esistenza di tutti; si spingono intere popolazioni a uccidersi reciprocamente in nome della loro necessità di vivere».

foucaultNell’emergere della pratica biopolitica si crea un nuovo modo di intendere il concetto di popolazione, come corpo compatto governato da determinate e precise leggi. Queste leggi vanno quindi studiate, analizzate e conosciute al fine di piegarle verso il proprio interesse di governanti e per il mantenimento del corpo stesso, tramite determinati dispositivi quali possono essere la demografia e la statistica, o con l’inquadramento in determinati organismi come l’esercito e la scuola (Foucault opera una distinzione tra tali dispositivi, che non trovo opportuno riportare in questa sede perché ci allontana dal nostro discorso). L’analisi di Foucault procede individuando l’importante e indissolubile legame tra biopolitica e capitalismo: le nuove tecniche di potere agiscono specialmente a livello dei processi economici, per consentire contemporaneamente la crescita e la docilità, ovvero la governabilità della popolazione.

L’obiettivo sbandierato è quello del raggiungimento del benessere “per tutti”, che naturalmente fa gola al soggetto popolazione, ma questo benessere come si raggiunge? Ed è davvero un benessere di tutti? Vediamo il modo in cui concretamente agisce il potere che proclama il benessere per tutti. Secondo Foucault più che promulgando leggi da far rispettare, il potere biopolitico agisce creando una “norma” che va seguita se si vuole rientrare nei parametri di chi ha diritto al benessere, fornendo tecniche (come ad esempio quella medica) che permettano di rientrare in questi suddetti parametri.

Ma chi non vi riesce comunque? Il folle? Il povero? L’omosessuale? Ancora oggi tristemente ci troviamo di fronte all’esclusione di tali categorie dall’orizzonte della normalità, di chi quindi ha pieno diritto al benessere. Tale esclusione comporta una successiva reclusione in determinati spazi creati appositamente, come poteva essere un tempo il manicomio, come poteva essere la work-houses di vittoriana memoria, e come è stato il campo di concentramento per gli omosessuali in epoca nazista.

Non per niente Foucault individua nel razzismo un potentissimo dispositivo biopolitico: non solo si addita una determinata parte della popolazione come non idonea a farne parte (escludendola dunque di fatto dal corpo stesso della popolazione), ma si lascia aleggiare, se non addirittura si fomenta, la paura che tale parte possa costituire un germe che vada a infettare la parte “sana”, trascinandola nel baratro della sua a-normalità. Un’eco sinistra risuona in queste parole, un deja-vu compare alla mente, non si tratta precisamente di ciò che ha fatto il nazismo? Sì, e la conseguenza è quella che sappiamo (forse ancora troppo poco) tutti. Da affermazioni simili all’eugenetica infatti il passo è breve, questo il ragionamento che sottosta: «più le specie inferiori tenderanno a scomparire, più gli individui anormali saranno eliminati, meno degenerati rispetto alla specie ci saranno, e più io – non in quanto individuo, ma in quanto specie – vivrò, sarò forte, vigoroso e potrò prolificare». Inquietantemente vediamo ricomparire queste derive, secondo Foucault, nella società contemporanea, cui protagonista è l’homo oeconomicus, che è invitato a essere imprenditore di se stesso, a contribuire in prima persona alla crescita, non solo economica, essendo agente attivo che si sposta, si educa e a sua volta educa, per garantire anche una continuità familiare. Si tratta a ben vedere di un governo razionale, che è però ben più dispotico di quel potere sovrano che esercitava il re sul suddito: è razionale perché segue una logica ben precisa che promette risultati dal sapore estatico (il benessere, quasi la felicità), è più dispotica perché le sue trame sono nascoste appunto sotto questa razionalità, che fa apparire giustificata anche l’azione più aberrante. La resistenza a un simile tipo di potere è pressoché impossibile perché si rimane incastrati nella sua logica e anzi la si fomenta, semplificando: io sto bene, vedo chi sta male e non voglio assolutamente finire così, perciò ringrazio chi mi governa e seguo scrupolosamente le sue indicazioni normalizzatrici.

In una situazione di crisi economica come quella attuale la soglia di normalità è sempre più alta e gli esclusi sono sempre di più, perché diventano esclusi anche quelli che non lo sono mai stati. Si viene così a creare una situazione che socialmente può essere pericolosissima, e ne abbiamo un esempio in ciò che accade in Grecia proprio in questi giorni. Foucault aveva compreso e descritto queste dinamiche già trentacinque anni fa, e per questo nei suoi ultimi anni di vita rivolse la ricerca alla possibilità di un nuovo tipo di soggetto, che riesca a plasmarsi dall’interno e che non sia invece soggetto-assoggettato alle relazioni di potere. Questo è l’argomento del corso del 1984 L’ermeneutica del soggetto, ma è un’altra storia.

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