Il cicisbeismo

di Nicolas Calò.

Cantato dai poeti, raffigurato dai pittori e problematizzato dai filosofi, l’amore è per eccellenza il sentimento che più di tutti accomuna gli uomini d’ogni tempo e d’ogni luogo; esso può manifestarsi con sintomi diversi a seconda di chi ne sia colpito, come le ricorrenti farfalle nello stomaco dell’innamorato e gli ancor più caratteristici sudori freddi scaturiti da uno sguardo traboccante d’amore. Cos’è l’amore? È una domanda fatidica, inesorabile, alla quale tutti hanno cercato di dare risposta. C’è chi sostiene che sia il sentimento che più di tutti ci affranca dagli affanni della vita; chi supporta l’idea, anch’essa fondata, che sia il più grande motivo di travaglio e sofferenza interiore; chi afferma che non potrebbe viverne senza e chi ne farebbe volentieri a meno.

Certo è che, analizzando la fenomenologia del sentimento amoroso in un’ottica diacronica, appare molto interessante notare come la passione sentimentale non abbia sempre viaggiato parallelamente al vincolo matrimoniale. Quest’ultimo, infatti, soprattutto nelle epoche passate, tendeva a manifestarsi come vincolo contrattuale primariamente di matrice economica. Esso suggellava la relazione fra due individui appartenenti alla nobiltà o alla borghesia; il rapporto fra i due soggetti chiamati in causa, dunque, era spinto e alimentato dall’intenzione di preservare le proprie ricchezze e cercare il più possibile di entrare in possesso, non senza raggiri di varia natura, di una cospicua parte della dote del proprio marito o della propria moglie. Spesso e volentieri, e la cosa non desta neppure troppo stupore, i matrimoni erano combinati dalle stesse famiglie dei futuri convolati a nozze.

Appariva quindi inevitabile, in una situazione tanto sentimentalmente castrante, andare alla ricerca di una figura piacevole capace di appagare la propria sfera più intima: nasceva così la figura settecentesca del cicisbeo e, con lui, l’istituzione del cicisbeismo. Il termine con cui si designa questa figura caratteristica della realtà alto-borghese e nobile dell’Italia del Settecento richiama nel suo significato il piacevole atto del conversare,  il cinguettio, il cicaleggio e il chiacchiericcio. Questa istituzione non mancò di destare notevole scalpore, oltre che nelle istituzioni ecclesiastiche, anche negli osservatori stranieri, che vedevano in questo rapporto impudico l’emblema dell’indecenza italiana.

cicisbeismo
Norina, interpretata da Laura Solari, circondata dai cicisbei nel “Don Pasquale” (Mastrocinque, 1940)

Ma chi era esattamente il cicisbeo? Che funzione sociale e privata assolveva? Il cicisbeo, definito anche “cavalier servente”, era tendenzialmente una figura marginale appartenente all’aristocrazia, che aveva come compito quello di accompagnare una nobildonna sposata in occasioni mondane. Il cicisbeo, essendo un giovane aristocratico decaduto, intraprendeva questa carriera di servizio presso una dama per fruire di un lusso e un’agiatezza che altrimenti non gli sarebbero mai stati possibili.

Egli si arrogava quindi il compito di servire e accompagnare la nobili presso feste, teatri, ricevimenti, compere, visite, giochi e assisterla durante le incombenze personali. Doveva passare con lei gran parte della giornata e doveva elogiarla, sedersi accanto a lei durante pranzi e cene, accompagnarla e dilettarla  nelle passeggiate e nei giri in città. Al cicisbeo era richiesta di avere una certa avvenenza e buona educazione, di essere spiritoso e  un ottimo affabulatore; erano altresì richieste la conoscenza delle lingue e una cultura capace di spaziare il più possibile. Proprio a causa di questa tanto intima quanto promiscua vicinanza tra il “cavalier servente” e la dama che riceveva  il suo servizio, molte volte veniva messa in dubbio, anche a buon ragione, la legittimità del figlio della coppia sposata: proprio per evitare che il buon nome della famiglia venisse screditato e per garantire la legittimità del figlio nascituro alla donna, in seguito al concepimento del bambino, era assolutamente proibito alla moglie di far vita mondana.

Poiché, come detto precedentemente, il matrimonio era, prima ancora che un auspicabile vincolo di affettività anche solo sporadica, un contratto economico, il cicisbeo non poteva che essere in buoni rapporti col marito della donna che serviva; era infatti una prassi consolidata, soprattutto nelle città dell’Italia settentrionale, quella di avere un proprio cicisbeo che entrava in questo modo nel nucleo familiare. Il marito, dunque, non poteva ostentare scortesia nei confronti del servitore personale della moglie, anche perché, essendo il cicisbeismo un’istituzione socialmente accettata, egli sarebbe apparso solamente ridicolo. Alcune volte, questa pratica non veniva assunta unicamente dalle famiglie appartenenti al ceto nobiliare: accadeva anche che vi fossero famiglie borghesi tanto benestanti da potersi permettere un cicisbeo, seppur limitatamente solo per il giorno della domenica.

Alcuni tra i più importanti esponenti della letteratura italiana di quel tempo prestarono servizio come cicisbei: si ricordi Vittorio Alfieri, che nelle sue memorie fa riferimento al “servizio” prestato per due anni alla marchesa Gabriella Falletti, e Giovanni Verri, che fu il cicisbeo di Giulia Beccaria, moglie di Pietro Manzoni e madre di Alessandro Manzoni, riguardo l’identità paterna del quale non si è del tutto certi. Giungono testimonianze di cicisbeismo anche attraverso il drammaturgo Carlo Goldoni, che ironizza su questa figura all’interno della commedia La famiglia dell’antiquario e, in particolar modo, grazie al poeta Giuseppe Parini, che, all’interno del Giorno, oltre ad attaccare la stantia moralità dell’aristocrazia, spiega l’origine dell’istituzione del “cavalier servente” con un’allegoria: lamentatosi Eros presso la madre Venere di non poter ferire nel modo a lui più congeniale i cuori incatenati dal vincolo del matrimonio, ella concesse che il fratello di questo, Imeneo, mantenesse il suo imperio sugli uomini soltanto durante la notte, cosicché durante il giorno  Eros li avrebbe potuti colpire con le proprie frecce. In questo modo il giorno sarebbe stato riservato alle tenere cure dei cicisbei.

L’istituzione del cicisbeismo, come tutti i vezzi più in voga per un determinato periodo, decadde. A decretarne la fine furono diversi fattori. Nell’Ottocento, ne catalizza il collasso sicuramente la rivoluzione francese, apertamente ostile alle usanze nobiliari, soprattutto quelle ritenute un «costoso orpello inutile»; gli ideali sorti e temprati nel Risorgimento quali l’impegno, la promessa e il sacrificio civile, simbolicamente ma anche concretamente trasposti sul piano coniugale in una prospettiva di fiducioso e reciproco amore ebbero il loro ruolo, amplificato dalla risonanza  del Romanticismo. Quest’ultimo, infatti, propugnava  una nuova visione dell’amore, non più concepito in qualità di esperienza  vissuta come un mero e sterile accordo matrimoniale fra un uomo e una donna benestante, ma come una forza travolgente e appassionante, capace di infrangere le regole degli ordini sociali e di far innamorare due persone appartenenti anche a classi differenti.

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In redazione: Michele Castelnovo, Ginevra Amadio, Yuri Cascasi, Silvia Ferrari, Dalila Forni, Camilla Volpe.