Henry David Thoreau e l’importanza della disobbedienza

Henry David Thoreau era un uomo libero e della libertà decise di fare la sua vita. Per intuirlo è sufficiente dare un’occhiata al ritratto fotografico in bianco e nero che spunta fra le immagini digitando su Google il suo nome: gli occhi limpidi e sereni, il volto smunto sebbene non affaticato, la barba incolta, ma soprattutto un sentimento di leggerezza dipinge i tratti del filosofo americano, spesso dimenticato o volutamente lasciato in disparte (ad esempio nei manuali scolastici di storia della filosofia) per dar spazio ai Filosofi con la maiuscola, definiti tali in ragione di un vecchio accademismo – che è dogmatismo, spesso – che si fatica ad abbandonare. Thoreau rientra a pieno titolo nella lista di quei grandi uomini e pensatori che subirono la ghigliottina della memoria finendo nel dimenticatoio perché non riconosciuti (a torto) fra coloro che si crede abbiano dato un concreto contributo alla costruzione del pensiero.

Henry David Thoreau fu una di quelle poche figure che scelsero la vita, piuttosto della cattedra, come luogo di pratica e raffinamento della propria filosofia. Nasce a Concord nel 1817, paesino americano dello Stato del Massachussets, ove frequenterà il circolo filosofico del Trascendentalismo, fondato qualche anno prima da un altro grande dimenticato, Ralph Waldo Emerson, più anziano di David, da questi guardato come maestro e ispiratore. Thoreau, sulla scorta dell’insegnamento di Emerson, intuisce la limitatezza e la tetraggine della vita di società, della burocrazia statale, del sistema che imprigiona l’esistenza umana soffocandola e riducendola a grigio corpo privo di sentimento; nutre invece un amore spassionato per la natura, luogo ove si raccoglie la voce più profonda della coscienza che s’ode tuttavia in solitudine, non immersi nel frastornante chiacchiericcio che inonda la dimensione comunitaria e la vita di città. Deciderà di ritirarsi per due anni (dal 1847 al 1849) nel vicino bosco di Walden per scandagliare la propria interiorità, godere della vera libertà umana («datemi la vera povertà, onde io possa godere della più profonda ricchezza» dice da qualche parte nel meraviglioso resoconto di quest’esperienza pubblicato in Italia per Bur col titolo Walden, ovvero vita nei boschi) e ritornare alla vita civile armato di consapevolezza per indicare i confini invalicabili che ogni cittadino deve pretendere per sé, affinché non siano calpestati dallo Stato. È di questo Thoreau che ci vorremmo brevemente occupare: del Thoreau che c’insegna a disobbedire.

Davanti al gremito liceo del paese, il 26 gennaio 1848, Thoreau tiene un discorso destinato ad ispirare i grandi teorici moderni della rivoluzione senz’armi, quali Ghandi, Tolstoj e Martin Luther King, che guarderanno costantemente e con dichiarato assenso a Thoreau come loro mentore. Il titolo della conferenza, La disobbedienza civile, dice già tutto: ciò che Thoreau propone è una teorizzazione, suffragata dalle voci più disparate della storia umana (chiamerà in causa Confucio, Gesù, William Shakespeare), della dissidenza pacifica, della rivolta non armata, della disobbedienza negativa cioè, non frutto della violazione di principi statali tesa alla violenza nei confronti di altri, ma quale rifiuto di prestare assenso alla coercizione di norme impositive e malvagie, che ledono l’individuo piuttosto che salvaguardarne la persona.

Le prime parole, acute e dirette, rendono ben chiaro l’intento dell’intero discorso: «È con vero entusiasmo che sottoscrivo il motto: “il miglior governo è quello che governa meno”. Mi piacerebbe che fosse realizzato il più rapidamente e sistematicamente possibile». Qui Thoreau, rifacendosi a una teorizzazione politica attribuita a Confucio e alla scuola cinese del tardo V secolo a.C., mostra cosa il governo dovrebbe essere: promozione della libertà del cittadino, non suo imbrigliamento. «Deve sempre il cittadino – si chiede Thoreau – abbandonare la propria coscienza nelle mani del legislatore? E allora perché ha una coscienza? Penso che dovremmo essere uomini prima di essere sudditi». La domanda è chiaramente retorica: il cittadino dimentica il più delle volte che affidarsi a una rappresentanza statale significa subordinarsi a questa, perdendo la propria identità: «È così che la massa degli uomini serve lo Stato, non come uomini coraggiosi ma con macchine, con il loro corpo». Thoreau sembra davvero presagire gli sviluppi reali del mondo post-moderno in preda alla frenetica globalizzazione, ove il soggetto è ridotto ad atomo di un tutto impersonale, liquido – per dirla con Zygmunt Bauman – e dunque incontrollabile, sotterraneamente incuneato negli strati privati dell’esistenza per controllare quest’ultima, alienante bio-politica.

Le considerazioni di Thoreau si spingono fino a prendere in esame quei campi spesso trascurati dell’agire politico che tuttavia fanno anch’essi parte della vita dello Stato: il rifiuto di andare in guerra, come gesto di disobbedienza civile, è applaudito da quegli stessi uomini che pagano di loro tasca le tasse atte a finanziare l’esercito statale. L’incoerenza si cela dietro l’ipocrisia della virtù sociale, falsa maschera di vile servilismo. «Tutti riconoscono che esiste un diritto alla rivoluzione – il diritto di rifiutare obbedienza o di opporsi a un governo la cui inefficienza o tirannia siano grandi e insopportabili» e qualche riga dopo: «Sulla mia persona e proprietà il governo ha i diritti che gli concedo e nulla di più». Ribadire come persona la propria irriducibile individualità, questo, dice Thoreau, l’avevano capito perfino gli orientali cinque secoli prima di Cristo, quando dell’individuo facevano il fondamento dell’Impero e non il contrario. Conviene riportare per intero il breve passo che chiude l’intero discorso, per rendere giustizia alla grandezza di spirito e libertà interiore che vive nell’animo di Thoreau:

«Non ci sarà uno Stato veramente libero e illuminato finché lo Stato stesso non riconoscerà l’individuo come una forza più alta e indipendente dalla quale la forza e l’autorità di esso Stato derivano […]. Mi piace immaginare che un giorno ci sarà uno Stato che potrà permettersi d’essere giusto verso tutti gli uomini e tratterà gli individui con lo stesso rispetto con cui si tratta un vincolo; uno Stato che addirittura non penserà sia pericoloso per la sua quiete [e qui Thoreau parla di sé] che alcuni individui vivano per proprio conto, senza alcun rapporto o commercio con esso- individui che abbiano compiuto tutti i loro doveri di vicini e di esseri umani. Uno Stato il quale producesse questi frutti, e li lasciasse cadere appena fossero maturi, preparerebbe il cammino a uno Stato ancora più glorioso e superiore. Io ho immaginato che anche questo possa esistere, ma non l’ho ancora visto in nessun luogo».

La soluzione dunque? Rifiutarsi di prestar soccorso allo Stato artefice d’ingiustizia (come «trattare il ladro nella stessa maniera in cui lui tratta la vittima»), non impugnando le armi, ma vincolandosi alla coerenza del proprio esser uomini, e dunque liberi, non pagando le tasse, ad esempio, quelle stesse tasse che finanziano l’esercito che «l’oratore», come lo chiama Thoreau, dice di aborrire: «Migliaia gli oratori, i politici, le persone eloquenti, ma ancora nessuno che abbia aperto la bocca per risolvere la molto questione del giorno». Far sentire la propria voce, ecco il gesto politico d’opposizione, come un «Tersite sbraitante» (formula, questa, di Edward Said) con un “no” risoluto.

Thoreau, allo stesso modo di Socrate, rivendica l’obbligo morale alla coerenza interiore, tenendo ben ferma la sovrapposizione che deve coesistere nell’individuo di foro interno e foro esterno: qualora lo Stato pretenda si sopraffare ciò che in quanto persona ogni uomo rappresenta è doveroso ribellarsi, come doveroso è ribellarsi a ciò che dello Stato pare malvagio. La disobbedienza civile è l’arma più efficace che l’uomo abbia a disposizione, ancor più della violenza. «Le leggi ingiuste esistono: saremo felici di obbedirvi?[…] e se le trasgredissimo subito, all’improvviso?».

Come Eraclito che volle ritirarsi fra i boschi di Efeso per rendere manifesta la sua disapprovazione rispetto al nuovo governo demagogico instaurato nella sua città, così Thoreau ci insegna a disobbedire quando la legge è «di tal natura da spingerci a compiere qualche ingiustizia nei riguardi d’un altro». Si infranga la legge dunque, mostrandosi indignati, arrabbiati, ma non disposti a valicare quella stessa legge per la quale si reclama giustizia impugnando le armi o facendo violenza. È questa la grandezza di Thoreau e la forza di poche pagine (poco meno di 40, pubblicate per Bur in un libriccino dal titolo La disobbedienza civile) che i tempi correnti pretendono di non dimenticare, ma tenersi costantemente vicine, magari sul comodino, o, ancora meglio, nella tasca della giacca.

Giovanni Fava

 

 

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