Grand Budapest Hotel: il sogno a cinque stelle di Wes Anderson

Il tocco ironico, impavido e pseudo – psichedelico del regista statunitense Wes Anderson (I Tenenbaum, Il treno per il Darjeeling, Fantastico Mr. Fox) prenota una lussuosa camera in un albergo d’altri tempi, il Grand Budapest Hotel (2014), dove si incontrano camerieri in livrea alla naftalina e pittoresche signore dal rossetto sbavato. Ispirato ai romanzi del grande Stefan Zweig (Lettera di una Sconosciuta, La Donna e il Paesaggio) il film di Anderson è pari al caos organizzato delle strutture alberghiere, in cui ogni cosa, per quanto assurda e imprevedibile, è perennemente sotto il vigile controllo di un maître.

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Tutto viene innescato quando l’anziana Madame D. (Tilda Swinton) passa a miglior vita, lasciando un prestigioso quadro, il Ragazzo con mela di Johannes Van Hoytl, in eredità al concierge del Grand Budapest, Monsieur Gustave (un superbo Ralph Fiennes). Le bizzarrie che accompagnano l’evento porteranno Monsieur Gustave e il suo fedele lobby boy Zero (Tony Revolori) in una sorta di circo delle meraviglie ambulante, dove si susseguono personaggi fantasmagorici e paesaggi innevati. La chiave di volta che apre le porte alla comprensione e all’interpretazione del film è proprio la metafora alberghiera, è il Grand Budapest stesso che sovrasta con il suo intonaco rosa le avventure dei protagonisti. L’albergo è il microcosmo della società, dove la dinamica servo – padrone raggiunge il suo apice: la gerarchia interna, fatta di camerieri, cuochi e direttori, è a sua volta al servizio dei facoltosi clienti, ciliegina sulla torta dell’élite. Ma trattandosi di Wes Anderson niente è dato per scontato, e la ciliegina può essere scartata dal dolce mentre se ne esalta il ripieno, che dal ventre della società si erge a suo vertice in una sola forchettata.

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All’analisi sociologica si sussegue quella antropologica, il profondo scrutarsi gli uni con gli altri, il giudicarsi e il comprendersi che funge da collante umano fra gli individui.  Ogni personaggio rappresenta nel suo io il bello e il brutto dell’umanità, i suoi pregi e i suoi difetti, e laddove alcuni cedono all’oscurità, altri la fronteggiano con eleganza e abbondanti dosi di profumo francese. Emblema di ciò è certamente Monsieur Gustave, l’esteta raffinato dal cuore d’oro e dal grande coraggio.

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Ecco infine il singolo, l’individuo, che dalla calca del salone si chiude nella solitudine di una stanza d’albergo, lasciando il mondo esterno per affrontare quello interno.  Il grande messaggio di umanità trasmesso dal film, è profondo ma pur sempre meravigliosamente frivolo, e lascia comprendere come i “gran signori” di ogni tempo non sono quelli che soggiornano negli alberghi, ma quelli che vi lavorano. Ed ecco che la struttura stessa del mondo si condensa nel Grand Budapest, dove sono i lavoratori, gli umili, a sorreggere i vizi dell’alta società, dove nulla cambia, ma dove a volte avvengono miracoli inaspettati. Con grande ironia, vezzo e lo sguardo incantato, Anderson regala un altro piccolo gioiello cinematografico, che può aiutare il pubblico a comprendere il meccanismo del mondo, della società e del proprio io.

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