“Gone Girl”: dal romanzo al film
uno sguardo impietoso
sui i lati più oscuri dell’amore

Tratto dall’omonimo romanzo best seller di Gillian Flynn, Gone Girl: l’Amore Bugiardo (2014) è un film prismatico, dai toni che sfiorano il thriller e il dramma psicologico, creando un senso di incertezza che attrae lo spettatore fino alla fine. Coppia apparentemente perfetta, Nick (interpretato da Ben Affleck) ed Amy Dunne (il cui volto è l’algida bellezza di Rosamunde Pike) si lasciano lievemente trasportare dalle spumose ed effervescenti onde della loro relazione, suscitando invidia e desiderio agli occhi del mondo. Narrata attraverso il diario di Amy, la loro storia patinata si intervalla fra frammenti di un estatico passato e momenti di tragico presente, in cui la coppia, ormai sposata da cinque anni, pare essersi dissolta e sfilacciata.

La loro insoddisfatta routine viene interrotta dall’improvvisa scomparsa di Amy, e tra ipotesi di rapimento e presunto omicidio, la vita di Nick verrà sconvolta e trascinata in un turbine di insospettabili tranelli e bugie. Inizialmente sostenuto dalle autorità e dalla comunità, Nick si tramuterà in un mostro quando, oltre a prove inconfutabili come cospicue tracce di sangue e screzi economici, verrà ritrovato il diario di Amy, mezzo bruciato ma ancora intatto, dove la donna descrive il marito indifferente e violento, concludendo con la raccapricciante ipotesi di poter essere assassinata.

Gone Girl
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L’America intera insorge contro Nick, dai programmi trash e mediocri sino ai notiziari, e la sua stessa sorella, Margo (Carrie Coon) arriva a sospettare di lui. Probabilmente lo stesso spettatore resta col fiato sospeso nell’attesa di conoscere la varietà, che si rivelerà essere meno martoriata e più contorta del previsto. La bella Amy, subdola e vendicativa calcolatrice, è infatti viva e vegeta, perfettamente al sicuro, mentre osserva da lontano la miseria dell’uomo che l’ha tradita e messa da parte. Donna brillante, ricca e avvenente, Amy pianifica alla perfezione il tracollo di Nick, dopo il tradimento di quest’ultimo con una giovane studentessa (Emily Ratajkowski). Documentandosi come un serial killer, tra crime fiction alla CSI, programmi e libri vari, Amy riesce a scomparire, lasciando dietro di sé quel tanto di indizi non solo per incriminare Nick, ma anche per far comprendere a quest’ultimo di essere in trappola.

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Accompagnato da una luce verdognola, come un obitorio ambulante che si diffonde in una placida e tranquilla cittadina del Missouri, Gone Girl è attraversato da toni freddi, da una perpetua sensazione di perversione e sadico piacere, lasciando intendere delle verità parzialmente celate, infiltrandosi negli incubi e nei sogni inespressi dei matrimoni infelici. Come un’inchiesta seguita dall’interno, il film fa comprendere come l’apparenza sia la vera colpevole di ogni delitto, la vera artefice di molte condanne con le sue impietose critiche, i suoi giudizi affrettati e il suo patetico sentimentalismo. Nick Dunne, come molti altri, è un uomo vittima del pregiudizio, dell’insulso calcolo mentale dell’inquisizione popolare, che lo massacra senza scrupoli mentre la moglie gusta bibite ghiacciate in una vestaglia di seta nella villa del milionario amico Desi Collings (Neil Patrick Harris).

Lungi dal suo epilogo, Gone Girl si sofferma sulla bipolarità, sulla follia e sul cruento cinismo di Amy che, spinta da una voglia irrefrenabile di tornare dal marito, uccide Desi sgozzandolo con un taglierino. Lasciando registrazioni che indicano torture e supplizi, nonché un ben inscenato aborto, Amy torna sanguinante e quasi santificata tra le braccia di Nick, che la accolgono con paura e repulsione. Dopo la chiusura del caso, Nick spera finalmente di poter lasciare Amy che invece sfodera l’ultima, la più meschina e letale arma del suo arsenale: una gravidanza. Sorretto dal senso del dovere, Nick sceglie suo malgrado di restare con la moglie, vivendo nell’incertezza e in un costante stato di angoscia.

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Con occhio critico ma al tempo stesso venato da una sottile ammirazione, David Fincher analizza la psiche di Amy, tanto contorta quanto lucida e precisa, e avvia un’ipotetica psicoanalisi della violenza repressa, della frustrazione placata, facendo sorgere una femminilità terribile contro una realtà androcratica, rigirando le carte in tavola e inscenando una perfetta farsi dove non è mai chiaro chi sia la vittima e chi il carnefice. Liberando l’individualità dalla finzione, spogliandola di qualunque artificio, il regista presenta la singolarità nuda e cruda di due esseri umani che non sono più in grado di nascondere la loro vera natura, e lascia alla folla il compito di mantenere quel perbenismo di facciata tanto caro all’odierna civiltà. Senza dubbio drammatico, triste nel suo glaciale ritratto del matrimonio, Gone Girl sviscera quelle questioni che si ha paura di affrontare, di confessare, come il desiderio di vendetta, il sadismo psicologico che gode del dolore dell’altro, il masochismo che ama essere la causa di una godereccia sofferenza, e quella crudeltà che sopravviene alla fine di un rapporto, quando si vive e si muore di un amore bugiardo.

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