Giuria popolare: ma siamo proprio sicuri?

Durante il contro-discorso di fine 2016, il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, ha raccontato un interessante aneddoto dello psicologo austro-americano Paul Watzlavick, noto per aver messo a nudo i circoli viziosi che possono innescarsi nelle comunità sociali. La storiella narra degli abitanti di Cartagena, che regolavano gli orologi in base ai colpi di cannone sparati a mezzogiorno. Un giorno, un turista giapponese nota che il cannone è in anticipo di cinque minuti rispetto al suo cronometro. Gli dicono che non è possibile, il segnale arriva dall’orologiaio del paese, il più famoso del mondo. Il giapponese allora va dall’orologiaio e gli chiede: ma lei in base a cosa regola i suoi orologi? Risposta: in base ai colpi di cannone.

L’aneddoto viene usato come metafora per descrivere la politica italiana: un sistema assurdamente autoreferenziale fino all’arrivo dei Cinque Stelle.

A questo riguardo, come osservato da Maurizio Ferrera, nessuno può negare che dalle elezioni politiche del 2013 i Cinque Stelle abbiano fortemente scosso quel circolo. Ciononostante, se si vuole essere come il turista giapponese, non solo è necessario costatare l’autoreferenzialità e la viziosità di un circolo, ma serve avere un cronometro di precisione che sappia descrivere fatti concreti e scientifici, basati su criteri condivisi di misurazione. Possiamo dire con certezza che il Movimento sia detentore di questo strumento di precisione? Più in generale, possiamo dire che esista in politica uno strumento di misurazione obiettivo e oggettivo che si elevi al là delle interpretazioni e che questo sia nelle mani e nel programma penta-stellato?

Lasciamo per il momento la domanda aperta e veniamo ad un altro ragionamento che viene proposto dal leader del Movimento questa settimana. Prendiamo la frase ad effetto postata sul blog, che ricalca esattamente la stessa accusa precedente: Giornali e TG sono i primi fabbricatori di notizie false nel Paese con lo scopo di far mantenere il potere a chi lo detiene. Anche in questo caso il messaggio è chiaro: il sistema di informazione in Italia riceve le notizie dalla classe dirigente che a sua volta prende le proprie decisioni sulla base dell’opinione pubblica la quale viene informata dai media stessi, giornali e TG appunto. Come contro-prova di questa autoreferenzialità, il leader Cinque Stelle cita l’unanime schierarsi delle forze politiche e dei media contro l’unico canale di informazione, secondo Grillo, libero: internet.

Il ragionamento è semplice: c’è un circolo vizioso che va spezzato con strumenti di precisione che rivelino la realtà dei fatti e aprano gli occhi ai cittadini. Il Movimento 5 Stelle e la rete rappresentano in questa narrazione l’apriscatole ideale per uscire dal pantano in cui ci siamo venuti a trovare. Quello che serve allora è dare a questi due strumenti la possibilità di essere effettivi e smascherare con ogni modo possibili i propri avversari.

In questo contesto, nasce la proposta di istituire una giuria popolare per determinare la veridicità delle notizie pubblicate dai media. Scrive Grillo:

«Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media. Cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali. Se una notizia viene dichiarata falsa il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse e riportare la versione corretta dandole la massima evidenza in apertura del telegiornale o in prima pagina se cartaceo. Così forse abbandoneremo il 77° posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa».

A primo impatto il ragionamento e la proposta di una giuria popolare non mancano sicuramente di fascino. Ciononostante, la situazione, come sempre, è più complessa.

Il dibattito che si è scatenato con la diffusione della notizia ha visto giornalisti e forze politiche sbizzarrirsi nel cercare e trovare le più diverse riflessioni sulla nefasta proposta a Cinque Stelle. Il pensiero è stato subito rivolto agli anni ’30 e al Volksgerichtshof (o Tribunale del Popolo), tribunale speciale istituito da Adolf Hitler tra il 1934 e 1935 con lo scopo di giudicare i reati politici contro il regime nazista. In questo caso, i giudici non erano estratti a sorte, come avveniva nell’antica Atene e come propone Grillo (che pur tuttavia non specifica tra chi avvenga questa elezione a sorte) ma venivano scelti dal führer in persona. Al di là di queste differenze, la critica di fondo è che il riferimento generico al popolo come arbitro della giustizia sia solo nominale e che con la giustificazione della volontà popolare si celi in realtà il forte rischio di degenerazioni totalitarie.

La confusione del dibattito che si è scatenato ha avuto come risultato una ulteriore polarizzazione dei fronti: il sistema cosiddetto autoreferenziale della politica e dei giornali e delle televisioni, da un lato, e il Movimento Cinque Stelle e internet, dall’altro. È evidente che simile esito non possa che favorire i secondi. Secondo questa logica, infatti, il Movimento Cinque Stelle ne emergerebbe come chi ha denunciato l’esistenza di un circolo autoreferenziale, che, a prescindere dalla validità o meno di una giuria popolare, rimane pur sempre un circolo vizioso, quindi da estirpare. Allo stesso tempo, giornali e TG sono corsi al riparo provando a giustificare la loro imparzialità mentre internet ne è uscito con le mani pulite.

Ma siamo proprio sicuri che la rete sia così neutra e non manipolata/manipolabile? Siamo sicuri che internet sia quello strumento di precisione che possa svelare, dall’alto della sua imparzialità, la viziosità del circolo autoreferenziale? E coloro che saranno chiamati a giudicare la veridicità degli articoli e delle notizie dei giornali e dei TG su quale base potranno esprimersi? Non certamente sulla base delle notizie giornalistiche perché torneremmo al punto di partenza. Dunque dovrebbero affidarsi ad internet. E chi carica l’informazione su internet? Se deve essere non asservita la rete deve chiaramente essere libera e la sua obiettività non può che derivare dal contenuto caricato dagli utenti, quindi dai liberi cittadini. Ora le questione è nuovamente la medesima: chi controlla il contenuto che viene caricato sulla rete?

Ora, se riprendiamo entrambi i ragionamenti, tanto quello sull’autoreferenzialità della politica quanto quello sul sistema di informazione, quello che emerge è che, in entrambi casi, si propone di uscire da un circolo ermeneutico, alla ricerca di una purezza perduta e di un obiettività che, tuttavia, resta pura utopia. Come ci ricorda Friedrich Nietzsche, non esistono fatti ma solo interpretazioni, e, Martin Heidegger docet, uscire dal circolo delle interpretazioni non è possibile. Ma senza scomodare i grandi filosofi, basterebbe un po’ di sano buon senso per riconoscere l’ingenuità di una simile pretesa. Oppure, e qui sta il punto, di ingenuità non si tratta. E se non è uno spirito naïf quello che guida il leader penta-stellato nelle sue proposte, forse, c’è un pizzico di malafede.

Davvero il leader del Movimento crede nella purezza della rete? Davvero la rete autocensura le cosiddette bufale, che, invece, i giornali e i TG contribuiscono a diffondere? Davvero una giuria popolare avrebbe le capacità di discernere del vero e del falso? E perché gli odierni processi civili per diffamazione e penali per chi scrive o dice il falso non bastano più e nemmeno sono degni di menzione? Eppure i giornali e i TG hanno responsabilità editoriale e quindi sono responsabili civilmente e penalmente di quello che scrivono. Perché è necessaria una giuria popolare e non è sufficiente la giustizia ordinaria?

Nel novembre 2016 BuzzFeed News ha pubblicato un’inchiesta giornalistica sulla disinformazione prodotta in Italia dal Movimento 5 Stelle. L’inchiesta (https://www.buzzfeed.com/albertonardelli/italys-most-popular-political-party-is-leading-europe-in-fak?utm_term=.tal48zE9z#.jlMjwd4Gd), realizzata dal giornalista italiano Alberto Nardelli, ex data editor del Guardian, e da Craig Silverman, esperto di meccanismi dell’informazione online, cerca di ricostruire il funzionamento di questa rete, che non include solo il blog di Grillo e gli account social collegati – che presi da soli hanno già milioni di follower – ma anche una serie di altri siti che si presentano come “indipendenti” (si pensi a TzeTze, La Cosa, e La Fucina) ma che di fatto sono controllati dal M5S. BuzzFeed ha scritto: «questi siti rigurgitano inesorabilmente le campagne del M5S, la sua disinformazione e i suoi attacchi ai rivali politici».

La domanda che sorge spontanea è: chi ha responsabilità editoriale per la pubblicazione di queste notizie false? E perché nessuno propone una giuria popolare per le menzogne scritte su internet? Perché nessuno vuole rivedere la direttiva europea competente nel merito?

Non stiamo certamente sostenendo che i giornali e i TG raccontino la verità sempre e in modo nitido e chiaro. Come non stiamo accusando la rete di diffondere bufale. Tuttavia, fare un po’ di chiarezza era necessario.

In questo modo, anche nell’era, molto italiana, della post-verità, neologismo che “fa marketing” ma sul quale ci sarebbe da discutere, si scopre che non c’è solo una Verità ma c’è addirittura spazio per diverse verità contemporaneamente. Si scopre che la divisione tra Verità e post-verità cela il rischio di semplificare per sommi capi una serie di interpretazioni diverse dalle nostre e tacciarle di falsità. Uno dei problemi del sistema di informazione consiste allora nel fatto che, benché tutte le notizie abbiano lo stesso peso, non a tutte viene data la stessa responsabilità.

Lasciamo allora la giuria popolare da parte. Uniformare il sistema sarebbe il primo passo da fare. Se vogliamo, discutiamo sulla possibilità di affiancare giudici popolari nei processi esistenti. E se proprio vogliamo avere una giuria nuova, riprendiamo, per la felicità di Immanuel Kant, quel famoso tribunale della ragione critica di cui sempre di più, pare, avremmo bisogno.

 

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Francesco Corti

Dottorando (PhD candidate) presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano e collaboratore dell'eurodeputato Luigi Morgano. Ho lavorato al Parlamento Europeo da Maggio 2016 fino gennaio 2017 e sono laureato in Filosofia Politica presso il Dipartimento di Filosofia dell'Unimi. Mi interesso di teorie contemporanee della democrazia, con un'attenzione particolare all'UE e alle politiche sociali dell'Unione. Attivo politicamente nel PD dalla fondazione nel 2007 e nei GD di Brescia. Ho studiato e vissuto quasi due anni in Germania, dove ho approfondito il tema del deficit democratico dell'UE e le diverse teorie dell'integrazione europea.