“Il GGG”: Dahl e Spielberg
tornano a far sognare

Il GGG

Roald Dahl e Steven Spielberg si presentano immediatamente come un connubio vincente: due maestri nei rispettivi settori che hanno sempre avuto un occhio di riguardo per i più giovani, puntando sulla fantasia e sull’impossibile che diventa possibile. Ne è la prova l’ultimo adattamento del regista statunitense, Il GGG (The BFG), basato sull’omonimo romanzo per ragazzi dello scrittore gallese, pubblicato nel 1982 – proprio l’anno di debutto di ET, capolavoro di Spielberg.

Se in genere il pubblico è scettico quando sono toccati romanzi emotivamente importanti – soprattutto se si rifanno alla giovinezza dello spettatore – con Il GGG firmato Spielberg si può essere sicuri di non rimanere delusi. Il film è nelle sale cinematografiche statunitensi dal 1° luglio, registrando purtroppo i risultati non sperati a causa della concorrenza (pubblicitaria, più che qualitativa) di Alla ricerca di Dory. L’Italia sarà però costretta ad aspettare fino al 1 gennaio.

the bfg laugh

Cosa aspettarsi da questo film dalle ottime premesse? L’opera funziona in quanto punta su una trama solida anche se non esclusivamente basata sull’azione, merito del romanzo di Dahl, ormai da trent’anni onnipresente nelle librerie. La storia è quella di Sophie (Ruby Barnhill), una bambina tutta pepe che vive in un orfanotrofio. Una notte, l’incontro casuale con un mostruoso gigante (Mark Rylance, con il notevole aiuto della computer grafica) che si rivela presto essere incredibilmente gentile, da qui il suo nome, Grande Gigante Gentile. Con lui, Sophie partirà per la terra dei giganti, andando a caccia di sogni colorati (basta un tuffo nel lago!) tra strani marchingegni e giganti meno amichevoli del suo nuovo amico.

I passaggi da un mondo all’altro – quello reale in live-action, dove appaiono Buckingham Palace a il Big Ben, e quello fantastico creato al computer, fatto di alberi sulle cui foglie scivolano e danzano sogni colorati – risultano estremamente naturali. Una strategia alla Mary Poppins in cui realtà e fantasia si mescolano senza che ci sia un netto confine.

the bfg

Il film è piuttosto fedele all’opera originale, anche nell’inglese malconcio e creativo del gigante buono, cogliendo e al tempo stesso rielaborando l’atmosfera grottesca e fantasiosa di Roald Dahl. L’opera infatti spaventa senza terrorizzare, diverte puntando sulla volgarità infantile tanto amata dallo scrittore, mette in scena la tenerezza nella sua forma più pura: gioca insomma le carte giuste al momento giusto come pochi film sanno fare.

Il GGG è poi tecnicamente di grande effetto, merito di un team preparato che vanta i nomi più celebri, come la sceneggiatrice Melissa Mathison, che lavorò con Spielberg già ai tempi di ET. Il film gioca per esempio su luci e ombre, soprattutto nella prima mezzora, mostrando figure solo a metà, illuminando dettagli particolari, suggerendo appena allo spettatore, curioso di vedere il volto del gigante. Predominano i toni caldi e freddi del giallo e del blu, creando un’atmosfera particolare dove interni illuminati e angoli bui si contrappongono. Oltre a una fotografia ai massimi livelli, la pellicola presenta punti di vista e soggettive insolite, dando così una grande vitalità all’opera. Una nota di merito va poi alla colonna sonora, un insieme di emozioni firmato John William, che già si era dedicato a lavori come ET, Jurassic Park e Harry Potter.

Da non dimenticare poi gli attori, primo su tutti Mark Rylance, che dà al gigante una buona dose di umanità, dolcezza e goffaggine. In questo modo, viene messo in scena un bambino enorme diventato vecchio troppo in fretta, un personaggio da cui è impossibile non farsi intenerire. Sophie risulta invece severa nella sua risolutezza, scorbutica e so-tutto-io, ma al tempo stesso dolce in un finale strappalacrime, ma non eccessivo.

the bfg dito

La pellicola si rifà inoltre ai classici di Spielberg con piccole autocitazioni da cogliere, come il dito del gigante che, alieno, sfiora la piccola Sophie.  Si tratta effettivamente di un’opera che trasporta lo spettatore indietro nel tempo, un tuffo negli anni ’80 per ritrovare un Roald Dahl alle prese con storie come Matilda e uno Spielberg dall’animo sognatore che crea classici di fantasia indimenticabili. L’unico  elemento che ci riporta al presente è l’uso del digitale che, pur stravolgendo il film, non risulta pesante o stucchevole.

Il GGG riporta in auge un cinema d’intrattenimento ben fatto e innalza una categoria spesso bistrattata. Spielberg e Dahl, dopo decenni, sanno ancora insegnare a sognare alle vecchie e alle nuove generazioni, predicando la gentilezza senza mai apparire moraleggianti.

Il GGG

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