Gesualdo Bufalino, il sognatore
scettico della Sicilia perduta

Gesualdo BufalinoGesualdo Bufalino (Comiso, 15 Novembre 1920 – Vittoria, 16 Giugno 1996) lo scrittore rintanato nella sua grotta d’intimità, venne ucciso in un incidente stradale. La morte così colse sull’autostrada un uomo riservato, che era solito uscire dalla sua Comiso unicamente per ragioni essenziali; in quel giorno d’estate Bufalino uscì di casa con un suo fidato amico per fare visita alla moglie, che abitava a Vittoria nella casa di alcuni parenti, dopo essere stata colpita da un ictus. Carmelo e Giovanna erano gli unici bagliori che valeva la pena vivere, per questo anziano che non credeva più a nulla, «nemmeno ai libri», auto-esiliatosi nel lembo più meridionale della punta d’Italia, nella terra dove c’è «troppa luce». Per Bufalino la letteratura fu un incantesimo scandito per rinviare la morte, esorcizzandola fra gli spazi vuoti di un articolo di giornale, di una poesia o di un diario-romanzo.

«[…] Perché dove c’è più luce, dove c’è più sole, lì il sentimento della morte deve essere necessariamente più intenso, più sentito, più doloroso. Perché io immagino, poniamo, una morte nelle nebbie del Nord: lì morire deve essere in qualche modo una cosa naturale, perdersi nel crepuscolo nella cupa ovatta grigia del niente. Mentre qui, invece, nella luce, sotto la forza del sole, la morte rappresenta uno scandalo, un’infrazione, una trasgressione alla legge della vita, alla forza della vita».

Le molteplici passioni extra-letterarie arricchivano il suo immaginario, aggiungendo sempre più pietre preziose ai suoi mosaici di carta, ai suoi scritti: la musica – dalla classica al grande amore per il jazz – gli scacchi, l’arte figurativa, e il cinema – da quello muto degli anni Trenta ai talenti, allora appena sbocciati, di Pedro Almodovar e Quentin Tarantino. Tant’è che, negli ultimi anni, Bufalino e il grande amico Leonardo Sciascia decisero di realizzare un film, Fatto successo, ma il progetto non fu poi mai attuato. L’intellettuale de Il giorno della civetta fu la chiave che aprì allo scrittore ragusano le porte per la fama letteraria, per quello che costui definiva «un autobus molto affollato», con immancabile ironia. In questo senso, il percorso che ha condotto alla vittoria del Premio Campiello ’81, con Dicerie dell’untore, ritrae nitidamente i lineamenti della riservatezza di Bufalino. Nel 1978, per conto della casa editrice Sellerio uscì Comiso ieri. Immagini di vita signorile e rurale, raccolta fotografica che raccontava il passato del paese ibleo attraverso degli scatti di fine Ottocento, agli albori veristi della fotografia. A introdurre il volume, uno scritto, quasi fosse un saggio breve, di un certo Gesualdo Bufalino, cittadino di Comiso. Le tre colonne della casa palermitana, Elvira Sellerio, Leonardo Sciascia ed Enzo Siciliano, rimasero scosse dalla bellezza di quella prefazione, convincendosi che dietro tale padronanza del linguaggio si dovesse celare un grande romanziere, uno scrittore maturo. In poco tempo arrivarono le telefonate: dapprima, il comisano indugiò, negando qualsiasi libro nascosto nel cassetto, anzi proponendo alcune traduzioni dal francese. Poi, tuttavia, l’amicizia oramai consolidata con Sciascia e la Sellerio spinse Gesualdo Bufalino a proporre il capolavoro della sua vita, covato dalla giovinezza con dedizione e silenzio. Nel 1981 Dicerie dell’untore incantò la critica, accese clamori nel mondo della cultura, facendo parlare del “nuovo Tomasi di Lampedusa”, e vinse il Premio Campiello. Al momento della premiazione lo scrittore, felicissimo, confessò in un sorriso: «mi avete tolto dal mio buco nero, e portato nella Galassia Gutenberg».

 

Sciascia e BufalinoLa scrittura di Bufalino è densa e rarefatta insieme, questa la cifra stilistica più apprezzabile nei suoi scritti. In effetti, vi sono prettamente due elementi che la nutrono: la memoria, che tiene saldi i ricordi – ossia i sogni, le emozioni e tutti quei labirinti invisibili della mente – e l’indagine sull’identità siciliana, che li collega e li confronta. Così si legge infatti nella sovracoperta de La luce e il lutto: «[…] Se una regola m’era possibile trarre, era di non promuovermi giudice o pedagogo, chirurgo o clinico della mia gente ma di sommessamente capirla. M’è venuto detto una volta d’avere imparato a non rubare ascoltando Mozart. Non suggerisco ora quartetti e sonate contro i mali dell’isola. Però resto convinto che, a guarire l’analfabetismo morale da cui siamo afflitti, possano un poco servire, sebbene fatti d’aria, anche le nostalgie, le favole e i sogni. Operi dunque ciascuno come meglio riesce: chi da coscienza critica e avvocato di tutti, chi da testimonio privato e tragediatore di sé». E ancora nello stesso saggio,  nel capitolo Parere sul ponte si legge così circa il tumore del Meridione (per il quale, allora come oggi, qualcuno proponeva secessione e autarchia, qualcun altro liberalismo sfrenato): «È un morbo vecchio di secoli, ma non saranno né la segregazione né l’aggregazione a salvarcene: né una chirurgia che ci amputi, né un ponte che ci concilii. Occorrono cure diverse, e io dico timidamente: libri e acqua, libri e strade, libri e case, libri e occupazione. Libri».

Dai tratti barocchi, il torrente della scrittura di Bufalino trovò molteplici sbocchi: il diario-romanzo, il saggio, la raccolta di aforismi, la poesia. Quest’ultima era il suo grande amore, la forma letteraria coltivata fin dalla sua giovinezza, nei territori del Nordest durante il servizio militare. Dicerie dell’untore, a ragion veduta, avrebbe perso molto del suo valore letterario senza la pregnanza poetica della storia d’amore tra due giovani malati di tisi, consumata in un sanatorio fra le alture palermitane. I versi erano per Bufalino il modo migliore per rinforzare le pareti della memoria, magari cercando di capire il mondo.

 

« […]

Queste parole di un moribondo di provincia

A chiunque abbia scelto di somigliargli,

col viso contro i vetri, fisso a guardare nell’orto

un albero di ciliegio teatralmente morire…

Queste parole scritte senza crederci,

e tuttavia piangendo,

a un me stesso bambino che uccisi o che s’uccise,

ma che talora, una o due volte l’anno,

non so come fiocamente rinasce

e torna a recitarsele da solo…

[…]»

Da Dedica, dopo molti anni, poesia d’apertura della raccolta Amaro miele.

 

Talvolta perciò, Gesualdo Bufalino trovava l’infanzia perduta. Bastava auscultare con la penna in mano i palpiti del mondo esterno dalla finestra, spiarlo. E in siciliano spiari non significa guardare, bensì interrogare.

Bufalino a Comiso

Andrea Piasentini

 

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