Genealogia della cultura

La parola “cultura” deriva dal latino “colĕre“, che significa “coltivare”. Questa origine etimologica è riscontrabile ancora oggi, nell’uso corrente che si fa del termine: basti pensare all’ambiguità semantica della parola “colto”, dove un accento segna la differenza tra una persona ed un ortaggio.

In latino colĕre” però non significa solo coltivare. Dal dizionario latino-italiano di G. Pittàno, Mondadori 1965:

Cŏlo, -is, colŭi, cultum, -ĕre, tr. 3a.

    1. coltivare, praticare
    2. curare, aver cura, adornare
    3. abitare, frequentare
    4. onorare, venerare, celebrare

Così in Cicerone (106 a.C. – 43 a.C.) abbiamo che “colĕre” si riferisce tanto ai campi, quanto alle amicizie, alle virtù e agli studi (agros colere, amicos colere, virtutem colerestudia colere). Ed è proprio con Cicerone che questa parola viene usata nell’accezione con cui ancora oggi noi parliamo di cultura.

Come è noto, Cicerone fu colui che diffuse la filosofia presso i romani e costruì il vocabolario filosofico che ancora oggi noi usiamo (ad es. la parola “sostanza” deriva dal latino “substantia“, termine da egli usato per tradurre il greco ὑποκείμενον, hypokeimenon). Trovandosi a dover tradurre il termine παιδεία, paidèia (educazione, formazione), Cicerone scelse proprio colĕre“. Identificando la cultura con la filosofia, infatti, egli sosteneva che la pratica filosofica conducesse – tramite la cultūra animi – gli uomini da una vita selvaggia, contadina a una vita civile, ovvero associata in comunità. Vale a dire: la cultura è il coltivare, l’esercitare la mente, consentendo di fare un upgrade ontologico da uno stato di inciviltà alla civiltà.

In questa accezione la parola “cultura” nel corso del Medioevo è andata sovrapponendosi a “humanitas“, designando a grandi linee ciò che ancora oggi noi definiamo cultura umanistica.

Così la parola “cultura” ha identificato per secoli l’attività di studio, l’acquisizione pratica di un sapere teoretico. Con l’espressione “una persona di cultura” infatti tendiamo ad indicare una persona erudita, che ha molto studiato e accumulato molti saperi.

Nel corso del XVIII secolo, grazie ai lavori del filosofo tedesco J. G. von Herder (1744 – 1803), la cultura perde il suo significato di arricchimento personale, andando a indicare il generale processo di civilizzazione del genere umano che si stacca dalle proprie radici naturali. L’acculturazione è un processo progressivo che segue un piano provvidenziale, il quale si attua nel passaggio da un popolo all’altro.

Nella prima metà dell’Ottocento, con la nascita di un’antropologia scientifica, il termine “cultura” acquisì un nuovo significato. Per il tramite dei primi etnografi tedeschi, infatti, il pensiero di Herder giunse alla nascente antropologia evoluzionista. Uno dei padri della disciplina, E. B. Tylor (1832 – 1917), diede una nuova definizione di cultura nel suo testo più noto, Primitive culture (1871):

« La cultura, o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società. »

Leggendo queste parole, non può che risuonare nell’orecchio l’eco delle parole di K. Marx (1818 – 1883), che ne L’ideologia tedesca (composto tra il 1845 e il 1846, ma pubblicato solo nel 1932) introduce il concetto di sovrastruttura, con il quale indica la produzione ideologica e culturale (le rappresentazioni del mondo, i miti, le idee, i concetti, il diritto, la religione, la politica…) di una società, distinta dalla produzione materiale, le cui modalità costituiscono la struttura, che a sua volta determina necessariamente la sovrastruttura.

Tornando a Tylor, nonostante tutto egli è figlio del proprio tempo e, pur ampliando i significati designati dal termine “cultura”, continua a concepirla come un sinonimo di “civiltà”, inserendosi in una tradizione che affonda le proprie radici nell’Illuminismo europeo e che trae nuova linfa dai lavori di G. W. F. Hegel (1770 – 1831), per il quale, tramite la dialettica tra finito e infinito, si invera un susseguirsi di civiltà che prendono sempre più coscienza di sé, creando l’istituzione dello Stato etico, che è Stato in quanto rappresenta lo Spirito Assoluto nella finitezza dell’essere. Lo Stato etico dunque è il prodotto della graduale civilizzazione dei popoli e la civiltà è un processo graduale e continuo, mosso da un ideale teleologico, che va considerato per come si è presentato nella storia dello Spirito, a seconda del grado di evoluzione delle forme di vita associata.

Sebbene sia stata per lungo tempo intesa come tale, “cultura” e “civiltà” non sono sinonimi. Esiste infatti una tradizione di pensiero per cui la cultura vada intesa più come i mōres romani che come un processo di crescita, individuale o collettiva che sia. L’idea stessa di cultura come coltivazione lascia intendere un preocesso di evoluzione unilineare, così come da un seme nasce una pianta.

Mōs, mōris significa infatti costume, uso, usanza, abitudine. Abitudine viene dal latino hăbĭtŭdo, -dĭnis, che a sua volta deriva da hăbĭtŭs, -us, cioè abito, veste. Un abito si mette e si toglie, ma alla nascita si è nudi. Così – in senso metaforico – gli abiti di una società sono le costruzioni simboliche che si accumulano o abbandonano nel tempo storico; indicano ciò che è considerato socialmente accettabile o meno.

In questo senso allora un’abitudine è la tendenza a ripetere e a rinnovare determinati abiti sociali. Intendere la cultura come insieme dei mōres di un popolo, cioè come abitudini, ovvero ripetizioni di vesti comportamentali, significa dunque abbandonare la scaletta evoluzionista – tipicamente occidentale ed eurocentrica – per cui esiste una cultura, coincidente con la civiltà, dall’alto della quale guidicare le altre società. Ogni popolo ha una sua cultura e non si dispone di un metro di valutazione unilineare. Dire ciò significa affermare che i popoli che usano la magia a scopo guaritivo non sono meno civili di chi usa la medicina. Significa inoltre porsi in un’ottica di relativismo culturale, per la quale ogni società è un capitolo del grande libro contenente gli infiniti modi di fare umanità.

Già: il concetto di umanità è qualcosa che l’uomo costruisce e ridefinisce di continuo. L’humanitas europea non è che uno dei molteplici modi in cui l’uomo ha parlato di sé e chi non ha mai letto Dante non è meno umano di chi recita la Divina Commedia a memoria.

Oggi, davanti al progressivo smembramento dell’umanismo e – conseguentemente – delle discipline umanistiche, non ha senso domandarsi “che fine farà l’umanità?”, perché semplicemente una nuova cultura sta soppiantando un’idea di uomo che fatto il suo corso.

Uno dei più disperatamente lucidi narratori di questo cambiamento epocale è stato P. P. Pasolini (1922 – 1975), il quale negli ultimi anni della sua vita ha scritto molte pagine su ciò che egli ha definito la “mutazione antropologica” degli italiani. Con l’avvento del neocapitalismo negli anni del boom economico e il conseguente innesto di una mentalità consumista in un Paese ancora rurale, sia economicamente che culturalmente, un intero universo simbolico si è dissolto, lasciando il passo alla nuova ideologia totalizzante del “produci, consuma e poi muori”.

Ciò non significa che l’umanità sia morta, bensì che una nuova umanità ha iniziato a formarsi e non siamo ancora in grado di dire se il processo si sia compiuto, né quindi di esprimere giudizi su questo uomo nuovo. Certo è che la modernità ha fatto irruzione in tutto il mondo, omologando ai suoi standard persone di tutte le culture. Questo ha avuto indubbiamente dei vantaggi (come ad esempio la possibilità di guarire malattie reputate inguaribili), ma – come ogni cosa – ha avuto anche il suo rovescio della medaglia: tutte le culture particolari, con le proprie peculiarità, stanno cedendo il passo ad una cultura unica, globale.

Meglio? Peggio?

Ai posteri l’ardua sentenza…

Come visto all’inizio, colĕre” significa anche “aver cura”. Allora fare cultura dovrebbe voler dire prendersi cura della cultura, tanto nel senso ciceroniano di erudizione quanto in quello antropologico di insieme degli usi e dei costumi.

Entrambi sono due mondi che – come le lucciole di Pasolini – stanno scomparendo. Prendersene cura non deve significare rimpiangere con nostalgia universi ormai perduti, ma imparare la lezione del passato per affrontare al meglio le sfide del futuro.

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