Il fratello “buono”:
Eteocle e i sette a Tebe

di Mattia Marasti

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Che cosa sono i personaggi di un’opera d’arte? Per molti, il personaggio sembra essere una sorta di entità metafisica, immutabile, formata solo da un susseguirsi, più o meno ordinato, di parole stampate su carta o che emergono sullo sfondo bianco di una pagina Word. La sua natura è irremovibile, egli non cambia durante il corso degli eventi. Anche quella presunta opinione morale non cambia, è statica. Igor Sibaldi, ad esempio, ritiene che Lev Tolstoj già in partenza avesse giudicato colpevole Anna Karenina. Ciò si evince dall’epigrafe apposta al romanzo: «A me la vendetta e io renderò il dovuto». Tutto il romanzo non era altro che uno svelamento della sua colpevolezza

Questa opinione non regge però quando, ad esempio, si parla del Bildungsroman, dove la staticità del protagonista è appunto ciò che viene messo in crisi. Il personaggio quindi è qualcosa in più di una successione monolitica di parole. Si trasforma quasi in una creatura vivente, in un organismo che cambia, decide e possiede una sua coscienza, indipendente anche dall’autore.

Il primo esempio di questo tipo di personaggio – contraddittorio, cosciente, trascendente, in una parola profondamente umano – è già rintracciabile, senza scomodare quel tanto citato Edipo, che da veggente si trasforma poi in viandante accecato dalla sua presunzione di conoscenza, in una tragedia di Eschilo: i Sette A Tebe. I due fratelli, figli del maledetto Edipo, Eteocle  e Polinice hanno deciso, di comune accordo, che avrebbero regnato sulla città di Tebe un anno a testa. Quando l’anno di Eteocle si conclude, egli però si rifiuta di cedere il trono al fratello. Questi, adirato, si reca ad Argo (per ragioni puramente politiche: Atene a quel tempo aveva infatti stretto una solida alleanza con Argo), dove regna Adrasto. Una volta formato un esercito di argivi, muove con essi verso la Beozia. In questo clima la tragedia di Eschilo si sviluppa.

La prima scena mostra appunto il fratello buono, Eteocle, che pronuncia un discorso alla popolazione, invitandoli a tenere duro”. La figura di re saggio e di sovrano valoroso sembra estrinsecarsi in modo ancora più netto durante il primo episodio, quando si scaglia contro il coro, composto di giovani tebane, che tentato i cittadini all’immobilità, all’arrendersi. In città, in seguito, giunge un messaggero che descrive uno ad uno i guerrieri argivi che si sono stanziati alle porte di Tebe. Il re risponde descrivendo invece gli eroi tebani che combatteranno per la salvezza della patria. All’ultima porta si arriva allo scontro tra i due fratelli, Eteocle e Polinice, che muoiono, l’uno trafitto dall’altro.

Qual è allora la potenza tragica, il carattere innovativo di Eteocle? Non c’è alcuna maturazione, come si pretende invece nel romanzo di formazione o psicologico. Non c’è alcuna mutazione o introspezione psicologica. Eteocle è un uomo tutto d’un pezzo, virile. Differisce in modo totale dal padre, Edipo, che durante la tragedia sofoclea muta, combatte, ma alla fine si arrende alla verità. Ma c’è qualcosa di ancora più profondo, in questo caso. Eteocle infatti non è un uomo che sfugge a se stesso, ma a noi che leggiamo la tragedia. Quando ci troviamo davanti a questa figura, il suo Essere ci appare frazionato, contraddittorio, una sorta di sintesi tra il male e il bene. Se la colpa più grave è quella di Polinice, che arriva allo scontro tra fratelli, azione sacrilega nella Grecia antica, anche Eteocle si macchia però dell’aver disobbedito ai patti presi in precedenza. Anche durante il suo discorso, la sua fiducia nei mezzi e nella moralità di Tebe sembra a volte lasciare spazio al dubbio, alla possibilità di sconfitta. Eteocle diventa perciò ancora più complicato, dal punto di vista psicologico di Edipo. Egli sembra portare nella sua coscienza una sintesi di colpevolezza e moralità. Bene e male si fondono, così che Eteocle non è più un punto statico nel piano, ma una serie di movimenti, di traslazioni, il che rendono perfettamente inutile tentare di classificarlo. Nonostante ciò, svariati studiosi affermano che la colpevolezza di Eteocle sta proprio nel finale, quando egli muore, infilzato da (e con) Polinice.

Quello che però rimane è lo spaesamento, la decostruzione di un personaggio che sfugge alle logiche della normalità. Non si può far altro che dar ragione a Pier Paolo Pasolini quando afferma «i personaggi di Eschilo sono figure umanamente piene, contraddittorie, ricche, perennemente indefinite».

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In redazione: Michele Castelnovo, Ginevra Amadio, Yuri Cascasi, Silvia Ferrari, Dalila Forni, Camilla Volpe.