Francesco De Gregori canta Bob Dylan
nel nuovo disco “Amore e furto”

«Il mio primo incontro con Dylan è stato a quattordici anni quando tra tutta la musica straniera che ascoltavo, inclusi i Beatles e i Rolling Stones, mi arrivò quel suono così sghembo, poco allineato. Non capivo cosa diceva, non sapevo l’inglese: era proprio il suono che mi incuriosiva».

Francesco De Gregori

De Gregori "Amore e furto"
immagine tratta da www.spettacoli.tiscali.it

Ci è voluto un po’ di tempo perché Francesco De Gregori, il Bob Dylan italiano, incidesse un album con la reinterpretazione delle canzoni del maestro, ma l’ottobre scorso è uscito Amore e furto, vero e proprio calco di Love and theft, disco del cantautore americano uscito nel 2001. Questo lavoro è rimasto nell’incubatrice per anni e rappresenta un atto d’amore, di devozione nei confronti del maestro da parte di un allievo che ha prodotto un lavoro filologico preciso sui testi dylaniani, traducendoli e adattandoli alla lingua italiana senza tradirne lo spirito e la forma musicale. Una fedeltà, la sua, cercata e voluta, poiché in primis, come sostiene De Gregori stesso, gli arrangiamenti originali sono talmente belli che sarebbe folle cambiare ciò che Daniel Lanois o Mark Knopfler hanno fatto per quei testi. In secondo luogo la sua aderenza è dovuta alla volontà di non stravolgere almeno gli arrangiamenti, considerando che nel processo di traduzione inevitabilmente qualcosa dell’originale va a perdersi, in quanto il ritmo e la metrica richiedono qualche cambiamento nelle parole, per potere mantenere la gradevolezza e la bellezza delle canzoni. Si può affermare con certezza che in questo lavoro ci sia più amore che furto, in quanto vengono magistralmente unite la profondità dei testi originali e la personalità di uno dei più grandi cantautori italiani.

La voglia di tradurre (non solo Dylan, ma anche Leonard Cohen e Neil Young) è insita nella sua anima da quando, già a diciott’anni, quella musica così potente lo pervade con la sua forza, come un’onda che si frantuma sullo scoglio. Il suo inglese è scolastico e lo tortura il non conoscere le parole celate dietro quel sound così magnetico: quindi, armato di vocabolario, inizia a inseguire il senso di quelle canzoni prima in maniera letterale, poi cercando di adattarle al suono della sua chitarra.

Non bisogna dimenticare un importante antecedente di queste nuove versioni, ovvero Via della povertà, canzone tradotta insieme a Fabrizio De André nel 1974 per il suo Canzoni: tutto nacque da Faber che, andato ad ascoltare De Gregori al Folk Studio, ascoltò la prima canzone di Dylan tradotta – Desolation rowe, innamoratosene, volle rivederla insieme a lui per poi inciderla. De Gregori, però, ha ammesso che nell’entusiasmo della giovinezza, lui e De André inserirono nel testo dettagli o riferimenti che Dylan non avrebbe mai messo, per esempio i tre re Magi o il caporale Adolfo. Per il nuovo album, dunque, De Gregori ha riadattato Via della povertà, cercando di accostarsi di più all’originale.

De Gregori e De Andrè
Immagine presa da www.saldinitaly.it

I brani intepretati sono dodici e non compaiono i classici come Blowing in the wind o Knockin’ on heaven’s door, perché per questi testi non sarebbe riuscito a ricreare l’aggancio tra metrica e linguaggio originario, come per My back pages. Naturalmente, essendo versioni modificate dall’originale, hanno dovuto essere approvate da Bob Dylan e dal suo management.

Il primo singolo è Un angioletto come te (Sweetheart like you), proveniente dal disco Infidels del 1983. La ballata rispetta l’originale sia nella struttura narrativa sia in quella musicale, con la piccola frase che sembra un’autocitazione,

«Vorranno tutti sapere qualcosa se è stato difficile
camminare sui pezzi di vetro e ritrovarsi qua»

ma che invece è una traduzione fedele del verso di Dylan:

«You could be known as the most beautiful woman
who ever crawled across cut glass to make a deal».

Una delle scelte più congeniali è sicuramente Servire qualcuno (Gotta serve somebody), tratta da Slow train coming del 1979, uno degli album appartenenti alla svolta cristiana, sicuramente tra i più controversi di Dylan. Il sound è più duro dell’originale e il riadattamento si carica di un’attualità incredibile, fin dal pregnante ed incisivo verso:

«Puoi essere un ladrone, puoi essere un senatore
possono chiamarti capo, possono chiamarti dottore
ma devi sempre servire qualcuno».

La parte «You may call me Terry, you may call me Timmy» è stata resa con: «Puoi chiamarmi Fede, puoi chiamarmi Vale» e con una lieve, qui sì, autocitazione «Puoi chiamarmi Generale» che sostituisce l’originale «You may call me Bobby, you may call me Zimmy».

Come detto, per Desolation row (Via della libertà) l’arrangiamento è stato interamente rivisto: De Gregori, partendo dalla riscrittura a quattro mani con Fabrizio De André, considerata troppo libera, decide di attenersi all’originale nella traduzione, pur omettendo una strofa («Now Ophelia, she’s ‘neath the window»). Musicalmente l’arrangiamento è più elettrico e, infatti, la chitarra acustica dell’originale si sente, ma solo in sottofondo. Questo cambiamento è dovuto alla take irripetibile scelta da Dylan (con una chitarra spagnoleggiante che venne improvvisata e persiste per tutto il pezzo), per cui il cantautore ha scelto di elettrificare il tutto, non discostandosi poi così tanto dal maestro poiché Desolation row appartiene al suo periodo elettrico.

Various - 1960s...No Merchandising. Editorial Use Only Mandatory Credit: Photo by Everett Collection / Rex Features ( 672225d ) 'Festival', Bob Dylan, playing a Fender in the studio, circa 1965. This 1967 documentary features Dylan's 1st performance using an electric guitar, at the Newport Folk Festival. Various - 1960s
Photo by Everett Collection / Rex Features: Bob Dylan, playing a Fender in the studio, circa 1965. Immagine tratta da www.culturaeculture.it

Presenzia nell’album anche un altro brano che De Gregori aveva già tradotto per la colonna sonora di Masked and Anonymous: Non dirle che non è così (If you see her, say hello). Sebbene la cover sia stata reincisa, l’arrangiamento basato sull’intreccio di chitarre acustiche è stato mantenuto.

Tremendamente attuale poi è Mondo politico (Political world), proveniente da Oh Mercy, capolavoro della fine degli anni Ottanta, nato dalla collaborazione con Daniel Lanois. De Gregori si attiene fedelmente al testo, con la sola aggiunta della «pietà a mare», traducendo così:

«Viviamo in un mondo politico
la pietà scaraventata a mare
la vita è un riflesso, la morte una maschera
ogni banca una cattedrale».

Compaiono anche altri due brani nati ai tempi di Oh MercyUna serie di sogni (Series of dreams), che venne pubblicata sono nel 1991 con il primo volume di Bootleg serie, e Dignità (Dignity), rielaborata poi da Brendan O’Brien per Greatest Hits Vol. III del 1994.

Il brano più classico che è stato scelto è sicuramente I Shall be released, tradotta con Come il giorno, che fu incisa nel 1967 con la band durante le famose sessioni delle Basement tapes e pubblicata l’anno seguente da Robbie Robertson in Music from the big Pink, poi reincisa nel 1971 per Bob Dylan Greates Hits Vol. II. La fedeltà verso l’originale è stata mantenuta rendendo la cover una sorta di inno alla liberazione:

«I see my light come shining
from the west unto the east
any day now, any day now
I shall be released»

I versi di Dylan riecheggiano, infatti, nella traduzione:

«E la mia luce intorno
è d’innocenza e verità
ogni giorno è il giorno
benedetto il giorno che uscirò da qua».

La seconda, e ultima, canzone degli anni Sessanta è Acido seminterrato (Subterranean homesick blues), tratta dall’album Bringing it all back home, ovvero quella della famosa sequenza video che apriva con i cartelli Don’t look back di D. A. Pannebacker. De Gregori riesce a mantenere il flusso di coscienza dell’originale, pur prendendosi qualche libertà nelle parole:

«Trovati un posto
in un call center per mangiare»

che hanno sostituito i versi originali:

«Twenty years of schoolin’
and they put you on the day shift».

Questo album è un vero e proprio labor limae improntato a non tradire il testo originale, ipotesi che si è rivelata essere il terrore principale del cantautore, un atto di devozione verso il proprio maestro e un punto di approdo per la carriera di De Gregori, che è riuscito in qualcosa che in molti sognano ma al tempo stesso temono: misurarsi alla pari con il proprio Maestro.

Nicole Erbetti