Fotografi tra le nuvole

«Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai»

Fabrizio De Andrè

Faber le descriveva così, le nuvole, effimere e mutevoli sopra le nostre teste, ordinatrici del nostro sguardo e del nostro paesaggio interiore.

Le nuvole sono adesso: fenomeno naturale del qui e ora, semplici particelle di acqua o di ghiaccio che nel mondo dell’arte si sono inserite perfettamente, come a cercare di spiegare la nostra visione del mondo, transitorio, sfuggevole e contingente. Visione molto baudelairiana della modernità, ma che troviamo presente già nell’antichità. Il cielo: una delle prime cose osservate dall’uomo, se non proprio la prima. Proprio anticamente, il rapporto uomo-cielo era incentrato sulla percezione delle nuvole viste come dimora degli dei o delle divinità, elementi sovrannaturali di cui avere timore: Segni di qualcosa di molto più grande, irraggiungibile. Presenti nell’arte, già nel Medioevo, poi nel Romanticismo, hanno guadagnato sempre più spazio nel quotidiano umano grazie all’Illuminismo. Con le prime mongolfiere galleggianti in aria e con l’invenzione della fotografia era proprio la percezione del cielo e delle nuvole a cambiare, sempre più, verso una “laicizzazione” di questo elemento naturale. Soggetto così fuggevole ed etereo da entrare perfettamente nei pittoreschi paesaggi bucolici, così come nelle stravolgenti avanguardie del ‘900. Da sempre, comunque, le nuvole sono state legate ai sentimenti, alla psiche e hanno caratterizzato i cieli punteggiati della quotidianità di qualsiasi epoca. Ci hanno pensato poi, la meteorologia e la nefologia a identificarle e classificarle, sospese per galleggiamento nell’atmosfera e solitamente non a contatto con il suolo.

Forse sta proprio nella mutevolezza del cielo con i suoi cirri, cumuli, nembi, bianchi, neri o rosati la capacità di attrarre prima lo sguardo di teorici, intellettuali e pittori, poi di poeti e fotografi.

«Cosa c’è di più bello di un cielo azzurro? Un cielo pieno di nuvole» (Gavin Pretor-Pinney)

Il soggetto mutevole, perfetto per entrare, con un certo privilegio, nel mondo del fotografico.
È stato proprio questo sguardo alto, a spingere Alfred Stieglitz (1864-1946), fotografo e gallerista statunitense, a produrre il suo Equivalents; progetto che rivolgeva l’obbiettivo proprio dritto al cielo, escludendo qualsiasi lembo di orizzonte.

Stieglitz, si è inserito in un momento particolare del mondo della fotografia, di separazione dal semplice ambito del reportage, a vera e propria forma d’arte, diventando figura centrale nel dibattito di quel tempo.

Alfred Stieglitz

Stieglitz, nel tempo, è diventato l’interprete più devoto delle nuvole, pure e semplici e di fronte ai leopardiani spazi dell’infinito, è diventato un fotografo che non ha alcuna possibilità di comporre, di mettere in posa, di selezionare il punto di vista e la prospettiva.

Alfred Stieglitz2

«Ho voluto fotografare le nuvole per scoprire ciò che avevo appreso in quarant’anni di fotografia. Attraverso le nuvole volevo riportare sulla carta la mia filosofia della vita: mostrare che le mie fotografie non erano dovute al contenuto o ai soggetti, agli alberi, ai visi, agli interni,né a doni particolari: le nuvole sono lì per tutti… sono libere.»

Poco più tardi, è Ralph Steiner (1899-1986) a staccare gli occhi dal suolo e a portarli in alto. E’ il 1960, dopo aver prodotto numerosi film, si dedica a fotografare le nubi per quasi venti anni, primariamente dalla costa del Maine e da Oaxaca in Messico.

Ralph Steiner

Similarmente a Stieglitz, Steiner ha trovato un potenziale fortemente evocativo nelle formazioni nuvolose, anche se, sentendo l’esigenza di amplificare il significato di ciascuna immagine, usa un quantitativo di mercurio maggiore.

Il suo lavoro, rimasto volontariamente “Senza Titolo”, era un invito all’uso della fantasia e dell’immaginazione, per rendere partecipe l’osservatore a offrire i propri titoli, diventando un catalizzatore per descrizioni inaspettate e metafore inedite.

Nel 1985, poco prima della sua morte, viene pubblicato un libro di questi studi intitolato In Pursuit of Clouds, ovvero la sua ricerca sulle nuvole.

In Crossroads, le nuvole divengono espressione della devastazione atomica; con il regista, pittore e fotografo Bruce Conner (1933-2008) le nubi atomiche, da lui rintracciate negli Archivi Nazionali, subiscono una metamorfosi, da terribile segno di devastazione a sublime oggetto, segno di indicibile bellezza.

Conosciuto come il padre dei video musicali moderni, per i suoi tagli innovativi e le sue strutture poco lineari, si è, da sempre, distinto per i suoi lavori fotografici per il suo grande potere sullo spettatore. «È impossibile staccare gli occhi dai suoi lavori. Sono viscerali, spaventosi, toccano le emozioni più nascoste, senza avere una trama prestabilita» così descrive i suoi progetti Michael Kohn, fondatore della Kohn Gallery di Los Angeles.

Bruce Conner

«Senza residui digitali – continua Kohn – ci troviamo davanti a un’immagine crespa e bella, drammatica e magica. Un lavoro pieno di vita, di morte, di potere, di aggressione alla bellezza. Tutte le contraddizioni che fanno l’umanità meravigliosa quanto terribile». In Crossroads le nuvole sono funghi atomici rapidi, che esplodono in tutta la loro malevolenza e potere ipnotico.

In campo italiano, il grande poeta di luce Luigi Ghirri (1943-1992) ha dedicato un libro al Profilo delle nuvole. Un uomo della grande Pianura Padana, dove le nuvole sono le uniche montagne su cui immaginare scalate e discese. Le nuvole ghirriane non sono mai sole, sono intrise di vita umana, con i suoi segni artificiali, come a fare da sipario al grande teatro del paesaggio.

ghirri

Orientato da sempre verso la ricerca dell’identità nel rapporto tra uomo e ambiente, Ghirri ha raccontato un’Italia malinconica che tutti conosciamo, vera e magica, proprio al limite tra realtà e finzione, con una veridicità cromatica, protagonista nelle sue opere.

Negli anni ’70, questo lavoro ha iniziato a prendere forma dalla collaborazione tra il fotografo e lo scrittore Gianni Celati; in quegli stessi anni, infatti, la Riello Group era alla ricerca di un “cantore” a cui affidare la promozione del territorio padano, in cui la società era nata e cresciuta, attraverso uno sguardo diverso, originale e sensibile; la scelta cadde proprio sulla coppia Ghirri-Celati, lo scrittore che aveva già collaborato con lui, nel gruppo di Viaggio in Italia.

ghirri2

Nell’era del bombardamento di immagini cariche di effetto, davanti alle fotografie ghirriane – vaghe e fuggevoli come il profilo mutevole delle nuvole – si ha la sensazione di sentirsi come smarriti, orfani d’appigli. «Non vi è nessun elemento spettacolare o inconsueto a cui aggrapparsi», scrive Ghirri. Nelle sue nuvole, nei suoi paesaggi carichi di atmosfera, di nebbie basse tra le case, è come se «gli uomini se ne fossero andati, per lasciare il campo libero alle cose», scrive Celati. L’accoppiata si rivela, da subito, vincente, il risultato è un infinito archivio di paesaggi tra le nuvole accompagnate dalle parole essenziali, scarne e dense, di una poesia che racconta e narra la terra e il cielo.

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Ancora, il suo lavoro Infinito è un’opera di 4 x 6,5 m di stampe a colori, eseguite nel ‘74 ed esposta nel ’79. Un catalogo del cielo, l’esatto opposto della fotografia aerea, che guarda la terra dal cielo; al contrario qui è il cielo guardato dalla terra. Ghirri chiama le sue foto “celesti”, è «un atlante cromatico di 365 possibili cieli, alla ricerca dall’introduzione al libro Infinito di segni puri a partire dalla riconosciuta impossibilità di tradurre i segni naturali».

Scorrendo velocemente la clessidra del tempo e arrivando ai nostri tempi, quello che più impressiona è la quantità di immagini che riempie i nostri schermi e le nostre teste. La “conquista” moderna del cielo, non è solo una conquista di un elemento, il cielo, ma avviene in concomitanza con la conquista di un intero elemento, l’aria, con il sistema di telecomunicazioni. Gli utenti, che condividono sui social network le immagini di paesaggi e nuvole fotografate, raggiungono ormai cifre incalcolabili. Spicca però tra queste infinite immagini, il lavoro accurato di Simone Bramante, fotografo italiano contemporaneo che trova un modo originale di descrivere le nuvole, un modo personale che ricorda le opere e l’inventiva surrealista di Renè Magritte. simone bramante

«I paesaggi sono i contesti, le nuvole gli elementi di interazione, le persone sono la mia ricerca della grazia – afferma Bramante – in particolare, la serie delle nuvole è legata alla necessità di raccontare i ritmi quotidiani, il bisogno di fermarsi per catturarli emotivamente” e aggiunge: “le nuvole sono l’istantaneità, la leggerezza della vita, una fonte di immaginazione. Ho banalmente alzato gli occhi dal telefono e dal traffico per rifletterci sopra e crearci sopra una serie di ritratti».

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