Héctor Cúper: fino alla prossima finale

È successo un’altra volta. Héctor Cúper ha raggiunto l’ennesima finale della sua carriera. Dopo aver assaggiato, in Europa e in Sudamerica, l’ebbrezza che solamente una finalissima può concedere, questa volta è il turno di un altro continente, l’Africa. Il suo Egitto in semifinale ha eliminato il Burkina Faso ai calci di rigori, grazie al 44enne portiere El-Hadary in evidente stato di grazia. Ma la sorte è stata tremendamente e maledettamente beffarda anche in questo caso. Nel momento decisivo la dea bendata si è voltata dall’altra parte. Domenica, contro il Camerun, Héctor Cúper ha perso l’ennesima finale di una carriera, sportivamente parlando, drammatica.

Qualsiasi italiano appassionato di calcio ha una precisa immagine di Héctor Cúper nella propria mente. L’istantanea risale al 5 maggio 2002, una delle date più celebri della storia recente del calcio nostrano. La data è diventata un autentico mantra da ripetere ad ogni disfatta, quasi fosse una Waterloo o una Caporetto. Sì, perché l’Inter di Cúper perde lo scudetto all’ultima giornata (sorpasso della Juventus) a causa di una sconfitta in casa della Lazio. Il 5 maggio è una storia arcinota, tecnicamente non è una finale ma è comunque una sconfitta a pochi metri dal traguardo, dopo essere stati a lungo in testa. Come Dorando Petri nell’Olimpiade di Londra del 1908, quando, dopo aver percorso la quasi totalità dei 42 chilometri e 195 metri  che separavano Maratona da Atena, si accosciò al suolo. Petri riuscì comunque a tagliare il traguardo per primo, sorretto dagli spettatori, ma ovviamente tale aiuto (illegale) portò alla squalifica dell’atleta. Héctor Cúper in carriera non si è mai voluto far sorreggere da nessuno, o meglio, così sembra. Il suo soprannome è Hombre vertical, uomo tutto d’un pezzo, incapace di scendere a compromessi con il resto del mondo. La sua solitudine, però, non è ascetica: Cúper non rinuncia alla vita, alle gioie e ai piaceri che essa può riservare. Egli combatte, è un lottatore, ogni sconfitta gli fa male, certo, ma ha sempre gli stimoli e la voglia di rialzarsi. È un perdente che non si abbatte, senza retorica e luoghi umani, d’altronde la sua carriera lo descrive perfettamente.

Cuper e Ronaldo il 5 maggio.
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Héctor Cúper comincia a perdere presto. Prima della celebre doppietta di Poborsky e l’altrettanto arcinoto pianto di Ronaldo, egli ha già vissuto il suo personalissimo 5 maggio dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, in Argentina, precisamente come tecnico dell’Huracàn. L’antitesi perfetta di Garibaldi: Cúper è l’antieroe dei due mondi. L’ultima giornata del campionato di clausura vede il suo Huràcan, primo in classifica, perdere 4-0 contro l’Independiente. Addio speranze di titolo, addio sogni di gloria. Sarà addio anche al suo paese, l’Argentina. Saluta dopo aver vinto una Copa Conmebol nella sua prima finale disputata nelle vesti da allenatore. Lo attende l’Europa, ma la traghettata verso il vecchio continente non è eccessivamente complessa, poiché non ci sono problemi linguistici. Sceglie un’isola iberica, Maiorca, e qui si fa conoscere al grande, ed esigente, pubblico europeo. Il suo 4-4-2 può apparire semplice e scolastico ma è certamente vincente. Allenando una squadra mediocre, come può essere la compagine maiorchina, riesce a disputare ben due finali contro il Barcellona di van Gaal. In Copa del Rey i catalani vincono ai rigori, ma in Supercopa il tecnico argentino si prende la sua rivincita contro i fenomeni blaugrana. Il bilancio di Cúper  con gli ultimi atti calcistici in questo momento è in perfetto equilibrio: due coppe vinte, una finale persa e un titolo scappato via all’ultima giornata. Da qui in poi l’equilibrio si spezza definitivamente. Il colpevole è Pavel Nedved, o più in generale la Lazio del 1999: sono loro che fanno pendere  l’ago della bilancia in una direzione che Héctor Cúper non sarà mai più in grado di ribaltare. Il Maiorca viene sconfitto in finale di Coppa delle Coppe dai biancocelesti. La Lazio e l’Italia faranno ritorno presto negli incubi del tecnico argentino, in un drammatico circolo nietzscheano.

La Lazio festeggia l’ultima Coppa delle Coppe della storia.
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Dalle Baleari Cúper si trasferisce sulla terraferma. Non si allontana dal mare né dal castigliano: sceglie Valencia subentrando a un tecnico nostrano, quel Claudio Ranieri che ha lasciato in terra valenciana un grande ricordo (e qualche trofeo). Vince subito la Supercopa spagnola, bissando il titolo precedente con i maiorchini. Terzo e, scusate lo spoiler, ultimo titolo della sua carriera. D’altronde non è semplice vincere in Spagna quando non si allena a Madrid o a Barcellona. Cúper però riesce nell’impresa di portare la terza città iberica a disputare due finali di Champions League consecutive. Nell’edizione a cavallo fra il XX e il XXI secolo, il tecnico si prende la sua rivincita eliminando Lazio e Barcellona, le due squadre che gli fecero lo scalpo nelle finali disputate sulla panchina del Maiorca. L’ultimo atto dell’ex Coppa dei Campioni è scontato: il Real Madrid vince 3-0 il primo derby  nella storia delle finali di Champions. Cúper, per dimenticare, deglutisce amaramente il primo bicchiere di Agua de Valencia. Non sarà l’ultimo. L’anno successivo, infatti, riporta i valenciani in finale. L’Italia ritorna prepotentemente in scena, non per quanto riguarda l’avversario (il Bayern Monaco), ma a causa dello Stadio. San Siro, Milano. I rigori sono maledettamente decisivi, come nella Copa del Rey del 1999. Vince il Bayern, Oliver Kahn va a consolare il collega Santiago Canizares, portiere e simbolo di quel Valencia tanto magnifico quanto perdente. Non è l’ultima recita di Héctor Cúper all’interno della Scala del calcio. L’Hombre vertical a Milano ci resta, firma con l’Inter e arriva a quota 69 punti in 33 partite di campionato. Ne manca una. Non serve ripetersi. L’anno successivo il tecnico argentino vive sulla propria pelle le ansie e i tormenti di un derby cittadino in una semifinale europea. Il Milan, grazie a due pareggi, elimina la sua Inter, arrivata a un passo dalla finale dopo decenni. Cúper resiste sulla panchina dei nerazzurri per qualche mese, poi, in autunno, Massimo Moratti lo esonera dopo un avvio di campionato stentato.

Oliver Kahn consola Santiago Canizares.
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Dal 2003 ad oggi Cúper ha allenato ancora, spesso lontano dai grandi palcoscenici. Ha guidato squadre in Turchia, GreciaEmirati Arabi, oltre alla nazionale georgiana in un periodo storico decisamente complicato, quando il paese si trovava in guerra con la Russia per il controllo dell’Ossezia del Sud. Allena la nazionale egiziana dal marzo 2015 e quella contro il Camerun, statistiche alla mano, è la settima finale persa sulle dieci disputate; a questi freddi numeri vanno sommate anche le delusioni vissute alla guida di Huràcan e Inter, negli atti conclusivi dei rispettivi campionati nazionali. Non sembra che sulla carriera di Héctor Cúper sia calato il sipario. L’Hombre vertical è ancora abbastanza giovane per allenare (classe ’55) e non ha assolutamente intenzione di smettere. Ha un solo desiderio, non troppo nascosto: ribaltare un destino esageratamente beffardo.

Hasta a la próxima final.

 

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