Eros e Thanatos: una sublime
coincidenza degli opposti

di Nicolas Calò

Parlare di amore e morte come un sinolo viscerale sembra difficile, quasi paradossale. Soprattutto nella cultura poetica italiana, le tematiche delle travolgenti passioni e della carnalità più seducente sono sempre state un tabù: la figura della donna è infatti entrata nelle poesie dei grandi autori italiani attraverso una rappresentazione eterea e quasi immateriale. Al massimo, una possibile alternativa era una scomposizione della stessa donna in termini feticistici: con questo processo si indica una parcellizzazione del corpo della donna nelle varie membra che lo compongono e che parlano del corpo stesso. La sineddoche, dunque, è una delle figure retoriche che fa da padrona, così ad entrare nella poesia sono una volta il labbro della donna, una volta la sua mano, un’altra le di lei chiome.

eros e thanatos
Emil Schildt – Eros e Thanatos

La modernità letteraria italiana, che, per comodità di analisi, facciamo iniziare nel 1861, data dell’Unità, rappresenta quel fatidico momento nel quale la storia della letteratura italiana volta finalmente pagina, infatti un notevole cambio di orientamento di gusto si registra nella profusione germinale di quel genere bastardo che è, a detta di Hegel, la «nuova epopea borghese»: il romanzo. Un genere carnevalesco, senza precedenti (o quasi), capace di dire tutto e il contrario di tutto, che ha sostituito gli eroi da imitare con anonimi e problematici personaggi su cui ragionare; un genere di larga fruizione, senza regole formali (forse) e che, sancendo la propria autonomia derogante da qualunque modello o canone, si assume coraggiosamente la libertà di non piacere a tutte quelle teste che formano un pubblico ormai tanto eterogeneo.

Eros e Thanatos bussano così alle porte della Penisola, vestendo i panni del romanzo di Igino Ugo Tarchetti Fosca. Il romanzo presenta come voce narrante e protagonista Giorgio, militare scisso dall’amore che nutre nei confronti di due donne dai nomi parlanti e dalle caratteristiche in antitesi: Clara, donna docile e mansueta, le cui dolcezze e la cui devozione rinviano ad una dimensione affettivamente incestuosa in cui il protagonista è catapultato attraverso le rassomiglianze fra Clara e sua madre; e, seconda nel dittico, Fosca, donna dalla proverbiale bruttezza, «la malattia personificata, l’isterismo fatto donna, un miracolo vivente del sistema nervoso». Fosca, donna incredibilmente intelligente, riesce ad irretire Giorgio attraverso il suo fascino oscuro, quasi sublime.

A teorizzare organicamente il concetto romantico di sublime è Edmund Burke, il quale definisce questo concetto come «terribile bellezza» o «orrido che affascina»; sublime è ciò che seduce incutendo terrore, è una bellezza mostruosa, che alimenta incertezza e non allieta. Sublime sarà, dunque, un mare in tempesta che da un momento all’altro può fagocitare quello che resta di un’imbarcazione devastata dai giorni di navigazione; sublime può essere anche la vista della sterminata Natura, confrontandosi con la quale, l’uomo si scopre insignificante e impotente, piccolo frammento di un infinito mosaico, al massimo. Sublime è il personaggio di Fosca: ripugnante nel fisico e emotivamente misteriosa.

La categoria del sublime sancisce un connubio interessante con una figura sempre più emergente in letteratura, quella della femme fatale. Fosca ne è un buon prototipo: la donna fatale non deve essere necessariamente bella, ma deve dimostrarsi estremamente seducente; deve generare turbamento nell’uomo, fino a dominarlo completamente. Deve essere, dunque, un dominatrice, lussuriosa e perversa: pronta a riscattare, implicitamente o esplicitamente, la stereotipata condizione della donna sottomessa completamente all’uomo. Proprio per far questo, la donna serpente ricerca spietatamente uomini da addomesticare e a cui mettere il giogo. Cavalcare la libido maschile diventa un gioco perverso che le regala un piacere direttamente proporzionale al potere e all’influenza sociale dell’uomo che si vuole addomesticare. Molte femmes fatales, oltre all’atteggiamento conturbante, hanno anche una grande bellezza di cui far sfoggio. Spesso questo prototipo letterario utilizza la propria venerea e carnale bellezza per secondi fini, sfruttando economicamente la propria preda oppure traendola della propria ragnatela mortale.

La figura della femme fatale ha sempre suscitato un fascino proibito, incantando e conturbando, racchiudendo nel proprio cerchio magico. Il pittore austriaco Gustav Klimt, con il suo Giuditta regala una interpretazione personale di una donna il cui mito ha prepotentemente invaso e inspirato le menti di molti artisti. Nel biblico Libro di Giuditta, l’eroina, vedova ricca, bella, virtuosa e timorata di Dio, riuscì a salvare la propria gente dall’assedio del re assiro Oloferne; fingendo, infatti, di voler tradire il popolo ebraico e di volerlo consegnare nelle mani del nemico, una notte, accompagnata da una serva, si recò nella tenda di Oloferne e, bellissima, finse di volersi concedere a lui. Oloferne cadde nella trappola e, abbassando la guardia, fu facile preda dei due colpi di scimitarra con cui Giuditta gli recise la testa.

klimt giuditta
Gustav Klimt – Giuditta

Sia la categoria del sublime sia il  personaggio della donna fatale racchiudono nella propria natura il dissidio che scaturisce dal fascino mortale. Potremmo addirittura affermare che questi due impulsi, opposti e complementari, sono le due facce del sublime, che a sua volta trova antropomorfica rappresentazione letteraria nella figura della femme fatale. L’uomo sedotto ha mani e piedi avvolti fra le spire del serpente seduttore, che penetra il malcapitato con proprio sguardo, facendogli desiderare di essere altrove e contemporaneamente stuzzicando il suo senso estetico. La forza libidica attiva, quella creatrice, quella erotica dell’uomo, si spinge fino al suo limite estremo in quel momento di massima fragilità: ma, poiché istinto di vita e istinto di morte si ritrovavo circolarmente legati come due serpenti che si mordono vicendevolmente la coda, allora il limite massimo di Eros diventa Thanatos.

Quest’ultimo si configura in un desiderio autodistruttivo dell’uomo, che nel momento di estremo piacere, brama essere libero. Ma libero da cosa? Libero da se stesso, libero dal peso della scelta. All’acmé dell’estetico godimento esistenziale, l’uomo desidera essere nullificato e reificato. Il peso della scelta affligge l’uomo in ogni momento della sua esistenza, costringendolo a scelte obbligate guidate dalla kierkegaardiana logica dell’aut-aut. La coscienza libera che riduce in cenere la coscienza altrui è attesa e sospirata: ridotto all’infimo grado di oggetto, l’uomo non ha più l’obbligo di decidere per sé e per la propria vita, divenendo così spirito passivo delle mani, o tra le grinfie, di un’altra persona. La donna dal fascino fatale fa questo:  uccide la volontà altrui, assoggettandola alla propria; dona la libertà schiavizzando, paradossalmente.


Lascia un commento