Emily Dickinson: “la mia
solitudine è lo spazio”

La bellezza non ha causa: esiste

Lo scorso maggio un articolo dell’Huffington Post USA insinuava che avrebbe forse più senso, alla luce di ciò che si conosce, festeggiare Emily Dickinson nell’anniversario della sua morte piuttosto che in quello di nascita. Silenziosa e riservata come una crisalide che non ha coraggio (o voglia) di uscire dal bozzolo, la dolce poetessa americana è scomparsa un giorno di primavera nella stessa casa in cui aveva vissuto – volontariamente – per cinquantacinque anni, prigioniera delle sue passioni e della propria sensibilità. Non una voce si era levata in suo aiuto, non una penna aveva versato inchiostro in lode di quest’eccentrica signorina della provincia americana. Emily non esisteva e come un fantasma aveva attraversato silente tutte le stanze, oltrepassato le mura di quel paterno ostello in cui, a venticinque anni, aveva deciso di rinchiudere la propria vita. Il mondo era fuori, ma gli spettri anche se non si vedono, anche se non vogliono essere visti, trapassano le persone, lasciano una sensazione di freddo pungente, come un brivido improvviso che attraversa la schiena. Ed ecco che quelle penne che non scrissero e quelle voci che tacquero non appena scoprirono la grandiosità di tale bellezza sguainarono spade, imbracciarono fucili, sventolarono bandiere in difesa della maestosità di Emily Dickinson. Lei, la poetessa reclusa, l’eccentrica donna di Amherst, la sorella cagionevole di quella Lavinia che al momento della sua morte scoprì nella camera di Emily 1775 poesie scritte su foglietti ripiegati e cuciti con ago e filo.

Emily Dickinson www.aforismi.meglio.it
Emily Dickinson
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Su di lei, in vita, non ha scritto nessuno. Appunti e diari di familiari meticolosi sono le uniche, fuggevoli testimonianze di una vita vissuta nell’ombra, nel tenue rifugio delle proprie emozioni. Lettere e pensieri hanno restituito l’immagine vera di una donna sola, troppo sensibile per la vita comune, facile preda di avvoltoi pronti a speculare sull’esistenza di una persona ignorata in vita e osannata dopo la morte. È la sua voce a narrare, meglio di chiunque altro, le fatiche di una mente e di un cuore fragile, le paure di una giovinezza vissuta a metà, le incomprensioni di un padre severo e di una madre indolente: «a mia madre non interessa il pensiero. Fino all’età di quindici anni non sapevo leggere l’ora. Mio padre me lo aveva spiegato, ma non lo avevo capito ed ero terrorizzata ad ammetterlo, oppure a chiederlo agli altri, per paura che lui se ne accorgesse». Quasi avesse intravisto lo schema esistenziale della sua vita a venire, a soli vent’anni Emily Dickinson coniugava amore e solitudine, desiderio e lontananza, in un’unica, perfetta sintassi: quella della sua anima. I primi curatori, Mabel Loomis Todd e Thomas W. Higginson, hanno fatto risalire alla fine degli anni Cinquanta i suoi primi componimenti, e la confessione scritta al fratello Austin («[…] da qualche tempo anch’io ho preso l’abitudine di scrivere qualcosa») non ha fatto altro che confermare una simile ipotesi, tanto più che metafore e immagini di origine religiosa avevano cominciato a mescolarsi (coscientemente, o in fase embrionale) già nelle parole rivolte all’amica d’adolescenza Abiah, nei componimenti giovanili in cui l’acqua e il mare diventano simboli di una «ebbrezza» che «è il procedere alla volta del mare / di un’anima cresciuta in terraferma / oltre le case, oltre i promontori – / nell’eterno, profondo – / […]».

Emily Dickinson, firma velentinameloni.com
Emily Dickinson, firma
velentinameloni.com

Quello della poesia era diventato per Emily un vizio d’amore, un esercizio di stile dettato dalle corde del proprio cuore. Un’ossessione privata, nascosta, a cui aveva deciso di abbandonarsi per poter vivere, per soffrire di meno, per divorare la vita tra le pagine ingiallite e l’inchiostro che sbava. La produzione sterminata giunta fino a noi, accuratamente raccolta in fascicoli e cartelline, ha svelato al mondo l’immagine fragile di una mente geniale, le ferite aperte di una pelle fragile esposta alle escoriazioni. Le digressioni enfatiche, l’uso delle maiuscole, le lineette telegrafiche, i ritmi salmodianti, le rime asimmetriche, le voci multiple e le metafore elaborate hanno reso la sua poesia specchio dell’esistenza, surrogato emotivo di una vita votata all’amore spirituale, platonico, lontano dalla corporalità: «Se io fossi con te / notti selvagge sarebbero / nostra voluttà! / Futili – i venti – / per un cuore in porto / niente più bussola – / niente più carta! / Remando nell’Eden / – Ah, Il mare! / Se in te stanotte / potessi ancorare!»

Una vita che guarda alla morte, che ha imparato a fare i conti con la fugacità della gioia («Sono capace di passare a guado il dolore – / Stagni interi di dolore – / Ci sono abituata»), sentimento quasi illecito in una vita che la vede passeggera momentanea, ospite attesa di un mondo altro, lontano da quello presente: «Annoda i Lacci alla mia Vita, Signore, / Poi, sarò pronta ad andare! / Solo un’occhiata ai Cavalli – / In fretta! Potrà bastare!». L’impossibilità del domani portava a farle dire che «Il “per sempre” è composto da tanti “ora”» la spingeva a cercare libertà nell’esilio che si era imposta: « Mai che io senta la parola “Fuga” / senza che mi tremino i polsi / senza che subito mi prenda un senso d’attesa, / senza che mi senta pronta ad andare! / Mai che io senta di grandiose prigioni / da soldati abbattute, senza che invano / mi metta a scuotere le sbarre, come un bambino / condannato ancora una volta a non farcela!».

Emily Dickinson The Complete Poems.jpg - Tardis Data Core, the Doctor Who Wiki - Wikia
Emily Dickinson The Complete Poems.jpg – Tardis Data Core, the Doctor Who Wiki – Wikia

Emily era scesa a patti con l’esistenza, l’aveva vissuta in un cantuccio, in disparte, lontana da quell’America puritana ostile a qualsiasi forma di vacillamento della fede. Nell’abisso che separa anima e corpo, volontà e realizzazione, la Dickinson aveva trovato il suo approdo, porto sicuro di una vita che «era un fucile carico / appoggiato in un angolo». Quando il 15 aprile 1886 la sua anima prese il volo, quel «nemico imperioso» di cui parla in un componimento deve aver vinto la sua battaglia, ma non la guerra. Deve aver alzato le braccia in segno di vittoria, senza sapere che per Emily, allora, iniziava una nuova fase, quella dell’amore: «Per quanto più a lungo di lui io possa vivere / egli deve vivere più a lungo di me / perché io ho solo il potere di uccidere / ma senza la capacità di morire».

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