Edgar Allan Poe e l’abisso

Molto spesso la letteratura si affaccia sull’abisso della realtà, lo osserva e lo descrive. È questo il caso delle opere di Edgar Allan Poe (Boston, 19 gennaio 1809 – Baltimora, 7 ottobre 1849), uno degli scrittori più influenti della storia e capostipite del genere giallo e del noir.

http://www.playbuzz.com
http://www.playbuzz.com

Edgar Poe nacque a Boston, negli Stati Uniti, nel 1809 e l’anno successivo venne adottato dal mercante John Allan, dopo che il padre aveva abbandonato la famiglia e la madre era morta di tubercolosi. Visse per un certo periodo con la famiglia affidataria in Gran Bretagna, dove studiò. Fece poi ritorno in Virginia nel 1920 e prestò servizio come luogotenente prima di iniziare a studiare lingue antiche e moderne presso l’Università della Virginia, che presto abbandonò soprattutto a causa dei debiti di gioco e dei rapporti difficili con il padre adottivo. Decise quindi di arruolarsi sotto falso nome nello United States Army, da cui riuscì a congedarsi solo nel 1929, dopo essersi riappacificato con John Allan − probabilmente reso meno rigido dalla morte della moglie. Si iscrisse quindi all’accademia di West Point che abbandonò dopo essere stato rinnegato definitivamente dal padre, a causa soprattutto degli scorni fra Poe e i figli naturali di John Allan. Decise, intanto, di vivere dei soli proventi della scrittura, impresa non poco ardua considerando il difficile mercato editoriale di quegli anni e la mancanza di una legge che garantisse i diritti d’autore. Pubblica, comunque, varie raccolte di poesie. Sposa, poi, nel 1835 la cugina Virginia Clemm di appena 13 anni e inizia a lavorare per diversi periodici. Continua, intanto, la sua opera di scrittore e di critico – parallelamente all’aggravarsi dei suoi problemi di alcolismo, che subiscono un peggioramento con la morte della moglie nel 1847, per tubercolosi. Il 3 ottobre 1849 lo scrittore fu ritrovato delirante nelle strade di Baltimora, con indosso vestiti che non erano suoi: le cause della morte non possono essere accertate (non fu mai svolta l’autopsia), ma le testimonianze che ci sono pervenute fanno ipotizzare si trattasse di rabbia.

«Così si innesta l’intaglio mentale della sofferenza sopra ogni cosa, sopra tutto. Come un richiamo fatale che cerca cupido altre sofferenze e altre storie di piaghe»

(Gabriele La Porta su E. Allan Poe)

In vita Poe ottenne pochi successi per le sue opere letterarie ed era conosciuto più come critico che come scrittore, anche perché mediava i suoi temi popolari con un linguaggio letterario, che non venne molto apprezzato. Il tempo, però, ha restituito al suo talento i meriti che gli spettano ed è diventato uno degli autori più apprezzati del nostro tempo, come si può riscontrare dalla grande influenza che esercita sulla cultura di massa: si pensi, ad esempio, alla celebre serie televisiva statunitense The Following con James Purefoy nei panni di Joe Carroll − un serial killer che si ispira a Poe − e Kevin Bacon, che interpreta l’agente del’FBI Ryan Hardy.

Edgar_Allan_Poe_portrait

«Non c’è in natura una passione più diabolicamente impaziente di quella di colui che, tremando sull’orlo del precipizio, medita di gettarvisi. Se indulgiamo per un istante ad un qualsiasi tentativo di pensare siamo perduti; perché la riflessione ci spinge ad astenerci e proprio per questo, ripeto, non lo possiamo. Se non c’è un braccio amico che ci arresti o se non siamo in grado di tirarci indietro dall’abisso, ci lanciamo a capofitto e siamo perduti».
(Il genio della perversità)

Ogni testo di Poe ha a che fare con l’abisso della vita e le vertigini provocate da uno squarcio sulla realtà. L’autore scrive di un mondo macabro ed inquieto, animato da sentimenti morbosi ed angoscianti e la sua figura non è semplicemente assimilabile a quella del poeta maledetto: il suo problema con l’alcolismo non è una posa, quanto una situazione necessaria per la sua sopravvivenza ai dolori della vita. Confondendo, così, la condotta di vita con la letteratura, l’opinione pubblica e la critica ottocentesca hanno svalutato un grande genio − il cui valore fortunatamente è stato poi recuperato in tempi più recenti.

Ciò che più colpisce dei suoi racconti è il realismo magico di cui sono intrisi. Sono storie inquietanti, misteriose ed angoscianti, inserite in una trama precisa, quasi manzoniana, ricca di dettagli. E fra i delitti e i misteri, ecco che si manifesta la sofferenza dello scrittore che fra le righe e fra le varie voci dei narratori omodiegetici, inserisce quelle che sembrano intromissioni autoriali di dolore quasi conclamatamente autobiografico, come sembra da questo passo del racconto Sei tu il colpevole:

«Io credo che avrete osservato questa tendenza a temporeggiare e a procrastinare nelle persone che sono provate da un dolore molto intenso. Le loro facoltà mentali sembrano intorpidite, sicché essi hanno orrore di ogni cosa che somigli all’azione».

Raven_Manet_D2
Édouard Manet per la traduzione di The Raven di Stéphane Mallarmé, Le Corbeau (1875)

L’atmosfera cupa non lo abbandona neanche nelle sue poesie, come è evidente nella sua composizione più nota, The Raven. Il Corvo è una poesia dall’inventiva straordinaria: la vicenda si svolge in un’atmosfera sospesa e pregna di cattivi presagi e si ripete in modo ciclico scandita dalle uniche parole che un corvo ripete «Nevermore», mai più. The raven sembra configurarsi come un incontro con la morte, non tanto quella del poeta quanto quella delle donne che durante la sua vita l’hanno abbandonato. È un’inquietante vicenda di terrore ed angoscia che, come in tutte le opere di Poe, nasconde la verità poco sotto la superficie della narrazione, poco al di sotto della trama ordita di parole. Poe si ritrova a conversare con la sua solitudine più intima e le sue paure più brucianti, che con il meccanismo della proiezione si personificano nel corvo, e si ritrova senza speranza alcuna.

«“Siano queste parole d’addio”, alzandomi gridai
“Uccello o creatura del male, ritorna alla tempesta,
Alle plutonie rive e non lasciare una sola piuma in segno
Della tua menzogna. Intatta lascia la mia solitudine,
Togli il becco dal mio cuore e la tua figura dalla porta”.
Disse il Corvo: “Mai più”.

E quel Corvo senza un volo siede ancora, siede ancora
Sul pallido busto di Pallade sulla mia porta.
E sembrano i suoi occhi quelli di un diavolo sognante
E la luce della lampada getta a terra la sua ombra.
E l’anima mia dall’ombra che galleggia sul pavimento
Non si solleverà mai più».

[jigoshop_category slug=”cartaceo” per_page=”8″ columns=”4″ pagination=”yes”]

[jigoshop_category slug=”pdf” per_page=”8″ columns=”4″ pagination=”yes”]