“Eccomi”, la solitudine spiegata ai radical-chic

Da Teorema di Pier Paolo Pasolini, passando per Lolita di Vladimir Nabokov, con la necessaria citazione di American Beauty e American Pastoral, il tema delle fragili imperfezioni delle élite improvvisamente turbate non è certo nuovo. Eppure, l’ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer è decisamente unico.

«L’unico vantaggio dei pompini è che ci guadagni una sega umida», «Voglio leccare la sborra che ti esce dal buco del culo», «Non mi interessa se non vuoi, ti farò venire comunque». L’unica parola che suscita abbastanza pudore da non venire trascritta in Eccomi (Guanda, 2016) e che nessuno si azzarda a ripetere ad alta voce è la misteriosa “parola con la n” che il tredicenne Sam ha scritto su un foglio di carta insieme a varie parolacce e piccole blasfemie, attirandosi le ire del rabbino e mettendo in discussione il conseguimento del suo Bar Mitzvah.

Eccomi è la storia di una famiglia in crisi, con un probabile alter ego dell’autore come protagonista: Jacob Bloch, scrittore ebreo, vegetariano e radical-chic in bilico fra la sua vita e la felicità. Appartamenti rivestiti di libri fino al soffitto, sinagoghe immaginarie e un enorme abisso fra la scioccante maturità dei bambini e l’egoismo infantile e accattivante dei loro genitori sono solo alcuni dei tratti distintivi di questo romanzo, probabilmente l’opera più potente e personale di Safran Foer.

Jacob ama Julia, ma non abbastanza da essere arrabbiato con lei o da avere la forza di dirle la verità. Julia non ama Jacob, o meglio, lo ama come si ama un fratello o uno zio anziano, e comunque qualcuno da baciare in fronte e in punta di labbra. «Alla fine riesci a tenerti solo quello che ti rifiuti di lasciare andare» è la frase profetica che appare a pagina 17 di Eccomi. Per quanto Jacob sembri volere follemente la continuità, di storia, cultura, valori e pensiero, per quanto affermi che è importantissimo che il suo primogenito consegua il Bar Mitzvah, nemmeno lui sa davvero cosa dovrebbe o non dovrebbe avere la priorità, non in questa vita, almeno. Jacob non è bravo a giocare a scacchi. Comunque non quanto il figlio che lo batte ragionando almeno quattro mosse avanti mentre lui si esalta a mangiare i pezzi, perdendosi nella futilità del momento presente.

Il contatto fisico ha sempre salvato Jacob e Julia: una mano sul collo, una testa appoggiata alla spalla, una piccola stretta alle dita ed ecco riemergere la memoria dell’amore. Finché a un certo punto diventa impossibile cercare il contatto, perché anche allungando le mani oltre il proprio lato del letto non si riesce più a trovare l’altro, ci si ritrova a fissare il soffitto al buio e a sentirsi soli. Ed è la solitudine il leitmotiv di questo romanzo, una catena di solitudine, parole non dette e lacrime camuffate da alimenti bio, soffitti alti e passi della Bibbia ebraica.

Jacob è solo perché ha disperatamente bisogno di uscire dal suo personaggio, perché vuole fare l’amore con sua moglie ma non è più capace di mettersi a nudo, perché ama Julia più dei suoi figli e il senso di colpa lo uccide ogni giorno. Julia è sola perché è schiava della sua incrollabile padronanza di sé, della razionalità che le impedisce di esprimere pulsioni diverse da quelle necessarie a sopravvivere e della sua paura incomunicabile di essere fragile. Jacob sperimenta la più frustrante e primitiva delle privazioni, il tenersi dentro i propri bisogni sessuali. Julia sperimenta qualcosa di addirittura più ancestrale: la noia.

Il processo di estraniamento è duplice: l’uno dall’altro e ciascuno da se stesso. Si avvicinano progressivamente nell’ambito del fare, coordinano routine sempre più complicate, ripuliscono lo sporco prodotto dai figli e diventano sempre più efficienti nello scambiarsi messaggi, come una squadra sportiva o un gruppo di lavoro. Allo stesso tempo, si allontanano, sempre progressivamente, nell’ambito del sentire.

Jonathan Safran Foer. Fonte: illibraio.it

Jacob scrive le sue sceneggiature pensando a Julia, ma non trova il coraggio di fargliele leggere perché potrebbe scoprire di non essere più il suo scrittore preferito. Julia si compera della lingerie ma non riesce a indossarla, perché ha troppa paura che Jacob non la noti. Jacob porta a casa un meraviglioso golden retriever per la gioia dei suoi figli, ma poi tocca a Julia occuparsene. Jacob ha paura del tempo che passa, Julia fantastica di avere la sensazione di non sapere come riempirlo.

«Le persone buone non fanno meno cose sbagliate, sono solo più brave a scusarsi» è l’ammonimento che risuona minaccioso fra le pagine di Eccomi, in mezzo a materassi svedesi, burritos vegetariani, vitamine che vengono dalla California e altri accessori che rendono più chic che felici. Jacob vuole Julia, prima di perderla, mentre la sta perdendo e dopo che l’ha persa, con intensità, disobbedienza e inadeguatezza. Anche Mark vuole Julia, o almeno vuole il suo corpo. Ma Julia cosa vuole?

Jacob ha uno strabordante bisogno di essere amato, è geloso, insicuro e possessivo. Julia preferisce stringersi le ginocchia al petto e ritagliarsi qualche minuto per stare sola nella sua testa, le piace flirtare ma non farebbe mai nulla che potrebbe davvero ferire il marito. Finché non si rompe la bolla, nel più banale dei modi: un sms erotico, da Jacob a una donna che non è Julia. Quello che importa non è che il tradimento sia vero o presunto o che Jacob abbia descritto pratiche sessuali che non sa nemmeno se ha davvero voglia di fare. Quello che è importa è che Julia prova sollievo:

«Tu non sei capace di dire: “Sono un uomo sposato. Ho tre figli meravigliosi, una bella casa, un buon lavoro. Non ho tutto quello che voglio, non sono stimato quanto vorrei, non sono ricco o amato come potrei desiderare, ma sono questo, e scelgo di esserlo, e ammetto di esserlo”. Non sei capace di dirlo. Ma non sei neanche capace di ammettere che ti serve di più, che vuoi di più. E non solo non lo ammetti con gli altri, non sei capace di ammettere la tua infelicità neanche con te stesso».

«Non importa se vuoi o non vuoi un Bar Mitzvah, cerca di pensarlo come uno stimolo» dice Jacob a Sam, il figlio maggiore, che vive molto più intensamente quando è connesso a un ambiguo mondo social chiamato Real Life che nella vita “vera”. I figli fanno parte delle difficoltà della vita di coppia, ma sono a loro volta tre mondi a parte: Sam, tredici anni, piccola bomba a orologeria e, allo stesso tempo, bussola emotiva nell’universo caotico dei Bloch, sa cosa sta succedendo fra i suoi genitori molto prima che loro abbiano il coraggio di accorgersene. Se soffre, non lo dà a vedere, limitandosi a cercare di arginare danni che non ha mai creato e a passare la sua saggezza di pre-adolescente ai due fratelli minori, che sanno di poter contare su di lui più che sui genitori.

È il titolo di questo romanzo a porci di fronte a uno degli interrogativi più difficili della vita umana: abbiamo davvero il coraggio di prenderci la responsabilità delle nostre azioni, di quello che vogliamo e di quello che non vogliamo? Hinneni (“eccomi”). Così risponde Abramo quando Dio lo chiama per ordinargli di sacrificare suo figlio Isacco. Com’è possibile per Abramo proteggere suo figlio e allo stesso tempo adempiere alla richiesta di Dio? E noi come possiamo assolvere i nostri ruoli sociali senza perdere il contatto con quello che siamo davvero?

Sofia Torre

 

 

Condividi: