Due arti perpendicolari
ma parallele

di Francesca Leali

arte brescia 20

A volte l’espressione artistica assume forme diametralmente opposte, che pur sulla stessa sfera, non si congiungeranno mai

C’è un’arte verticale, e c’è un’arte orizzontale. C’è quella che si allunga in alto, una torre di Babele che scalpita per conquistare il cielo. Ma è il movimento spasmodico e vano di chi non sa nuotare. Che tanto, prima o poi, annegherà. Poi c’è quella orizzontale, che corre tra i popoli e le persone. Che si consuma le suole, calcando le porte della gente che vive. Che non pretende niente, solo di fotografare il pulsare di questa umanità.

L’arte istituzionale, quella che ostenta e quella che guadagna, scalcia nell’aria ma non arriva allo Spirito. L’arte di strada, che nasce e cresce e vive nella e per la strada, quella sì che arriva all’Anima del Mondo. E dalla Terra raggiunge il Cielo.

Materia e antimateria, superficie e sottoterra nel minimondo di qualunque città. Magari è una banalità ma è qualcosa che si avverte forte, fortissimo, dopo un soggiorno a Parigi. E che si può ritrovare, in controluce, incisa anche nello skyline di una città come Brescia.

Per quanto modesta, a guardar bene, sono moltissimi gli stimoli che offre, tra voli pindarici e percorsi riscritti su tracciati sicuri. Ci sono le mostre e i musei istituzionali, quelli con fondamenta forse più profonde, certo più solide, dei resti archeologici datati epoca vespasiana. Poi ci sono tante piccole gallerie private, che si reinventano più volte al mese, che si fanno luce bruciando i loro stessi risparmi. Sono quelle che non ricevono sovvenzioni, ma che strenuamente resistono per amor, ch’a nullo amato amar perdona. Ed è lì dove fantasia, cuore, libera creatività possono viaggiare a briglia sciolta. Perché sono le catene della materia, del vil denaro, dell’interesse dei potenti, del giudizio del pubblico, a spolverare le ali delle farfalle.

Dove non c’è interesse, dove il guadagno è una ricchezza che sboccia dentro, lì sgorga il flusso creativo, lì erompe, e scardina ogni tipo di argine. Sparecchiare la fame di gloria, così solamente ci si instrada verso un’espressione libera, e autentica.

Le manifestazioni di questo spirito del popolo sono varie, come varia e cangiante è l’umanità che ci attornia. Ci sono le combriccole di guardoni, di quelli a cui piacciono gli artisti del sesso. Ci sono i blasfemi e i bestemmiatori, per cui l’arte deve essere un insulto all’Altissimo, di qualunque altissimo si parli. Ci sono gli amanti dell’arte astratta, di quella concettuale, di quella che punta sulla scienza, che in quanto a fisica e matematica non si risparmia. Oppure che vogliono un’arte che gioca sulle luce, o che lo fa con le ombre, degli oggetti fisici o della coscienza umana.

Insomma è l’arte di chi ragiona su tutte le consistenze. È l’arte di chi la vita, la beve a piene mani. E non si nasconde dietro facili e arrendevoli accordi istituzionali. E non si logora in un continuo cedere il passo. È l’arte di chi continua a credere che l’arte non paga perché non deve pagare, perché è bello così: a stare in equilibrio su un filo sottilissimo e trasparente, ma con tanta, tanta luce negli occhi. A sfidare la forza di gravità, in un procedere di esaltazione, solcando fasce e fasce di aria in parallelo al terreno.

Spesso poi sono le creature più piccole ad avere il respiro più ampio. È chi non ha paura di mettere il piede in fallo, che osa percorrere i sentieri imbattuti. Quelli che nessuno calpesta, quelli che portano dove non si vince niente. È il caso della STICKERSTRIP VOL.1, appiccicata alla pelle ostile di Brescia dal 3 di febbraio, che ha rappresentato la prima collettiva artistica di adesivi e poster.

L’idea ha un genitore giovane, Andrea Cirigliano, fondatore dell’intrepida TripGallery, galleria alternativa inchiodata ai muri del Carmen Town, noto locale delle notti in centro. Il ventitreenne da tempo coltiva l’ambizione di arrivare sempre più in basso, promuovendo il culto di un’arte che lavora nella strada e per la strada.

Nell’ottobre 2014 pubblica un bando, sfruttando i canali di una rete per intenditori, per chi scava a fondo e con passione e trova il modo di parlare con i propri simili. Non c’è tema e non c’è stile, non c’è regola che tenga. È per chi ha troppo da dire, e per chi non vuol dire niente, ma facendolo in modo supercool. E all’appello sussurrato nei sotterranei del mondo, rispondono in tanti. Artisti soprattutto oltralpe e oltreoceano, figli di una società senza troppi perché. U.S.A., Florida, Brasile, Giappone, Lituania, Germania, Russia, Romania, Italia, ma in pole position indiscutibilmente l’Indonesia. Artisti che inviano le loro opere, in qualunque forma e di qualunque forma, senza chiedere un ritorno, semplicemente perché è bello andare su queste strade di flussi di coscienza e libera creazione.

Di tutti gli stickers i curatori della mostra fanno tanti quadretti, in bella vista sulle pareti di un bar che apre alle 19. Adesivi da muro che stanno su carta, per chi vende per chi compra o per chi guarda. Che al buon gusto e alla buona mano non si mette censura. Che stanno dove per accedere bisogna passar per la porta, contro l’arroganza di chi all’aria aperta strappa, accartoccia e getta. Di chi si sente in diritto di far la pars destruens, senza aver mai costruito nulla. Dei passanti che passano a stracciare il lavoro degli altri, perché non ne hanno uno proprio, o comunque questo la testa non gliela impegna abbastanza.

È una festa di adesivi al Carmen Town, che si ispira ma non copia altre esposizioni di stickers, del Vida Loka, Stick Of It All spagnolo, o del Stelle confuse fiorentino. Ci sono le curve perfettamente imperfette del disegno a mano, e c’è il puntinismo dell’inchiostro del computer. Ci sono le strozzature storpiate di quadri famosi, o di film che hanno fatto leggenda. Ci sono adesivi nerissimi che non fanno respirare, e altri talmente arieggiati che aprono orizzonti di universi paralleli. Ce ne sono di micro e di macro, per chi ha grandi idee e grandi capacità di riassunto, e per chi invece crede che per sbatterle in faccia le cose, bisogna farle di taglie ben più grandi dei maggiori craponi.

È un modo nuovo per comunicare, o per significare la non comunicazione. Ma è un modo come tanti e forse di alcuni più valido. O tutt’al più è una metafora come un’altra di un’idea, o di un aspetto della realtà. Più bella, più impattante, meno canonica, più fuorviante. E anche se a remare controcorrente si rischia sempre di spezzarsi le braccia, c’è una soddisfazione immensa quando si risale alla fonte, invece che essere scaricati alla foce, delle pazze cose di questa storta realtà.

 

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