Dizionario del partigiano anonimo:
la Resistenza vera, quella vissuta

Il 9 e il 10 settembre del 1943, quando la lotta contro il fascismo e l’alleato tedesco finì nelle mani di forze auto-organizzate di studenti, operai, intellettuali, prigionieri di guerra, non esisteva ancora la terminologia che utilizziamo oggi, “partigiani” o “resistenza”, perché le scelte vennero prima delle definizioni. E quelle forze spesso neppure compresero appieno la dimensione storica e politica che avrebbe avuto la proliferazione spontanea, in tutta l’Italia, della loro scelta, né la durata del conflitto o l’entità dei sacrifici. Per questo motivo sono di impagabile valore, storico e morale, le pagine scritte direttamente da coloro che si ribellarono e si fecero partigiani, ognuno a suo modo, ognuno con la propria storia, cultura e indole personale.

Tra questi, c’è chi mette in rilievo la drammaticità di questa esperienza e il suo lato amaro e macabro, e chi invece ne coglie la forza vitale e il peso positivo. Guido Piovene, scrittore all’epoca già affermato e che partecipò alla guerra di liberazione, parla di quei mesi come dei più belli della sua vita: «Non furono tetri, ma allegri, dell’allegria che nasce dalla colleganza con altri uomini, la massima gioia che possa toccare a un uomo».

Italo Calvino in una lettera a Eugenio Scalfari ne sottolinea il personale motivo di cambiamento esistenziale e culturale: «Noi siamo tutti vivi; voi di laggiù non potrete mai comprendere cos’è stato questo periodo per noi e come si possa considerare fortunato chi l’ha scampata. Io più d’ogni altro ho ragione di dir questo, ché la mia vita in quest’ultimo anno è stato un susseguirsi di peripezie: sono stato partigiano per tutto questo tempo, sono passato attraverso una serie di pericoli e di disagi; ho conosciuto la galera e la fuga, sono stato più volte sull’orlo della morte. Ma sono contento di tutto quello che ho fatto, del capitale di esperienze che ho accumulato, anzi avrei voluto fare di più».

Non è solo il bisogno di agire ma soprattutto il gusto per una libertà ritrovata, scoperta dopo anni di obbedienza. Ancora più vero per i giovani, la stragrande maggioranza delle truppe partigiane, che si opponevano alle costrizioni del recente passato e scoprivano nuovi modi di vivere nella socialità. Secondo lo storico Claudio Pavone questa fu nella storia dell’Italia la prima esperienza di disobbedienza di massa. C’è una parola che ricorre nel romanzo Uomini e no di Elio Vittorini: la parola libertà, intesa come emancipazione del singolo e della comunità, liberazione dalla schiavitù dell’ignoranza, ma anche crescita e possibilità di formare la propria storia con le proprie mani.

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Pensare alla cultura italiana di quel periodo significa tenere conto dei cambiamenti repentini che si stanno realizzando e degli schemi culturali che a poco a poco si stanno dissolvendo. Così accade che mentre al Nord si sviluppa una stampa clandestina e variegata, a Napoli si pubblica Aretusa, la prima rivista culturale dell’Italia libera. Diretta da Francesco Flora, si rivolge agli scrittori «affinché si uniscano in una associazione nazionale, se accettano questo solo ed essenziale programma: vigilare, di fronte alla pubblica opinione, a difesa della libertà, contro qualsiasi dittatura» (Aretusa, n.1, 1944).

La cultura e la scrittura come mezzo per ricostruire, per sorvegliare e per difendere la libertà. Pochi mesi dopo nasce Mercurio, una rivista che raccoglie scrittori e artisti in un progetto che intende fornire ai lettori il più possibile di ciò che è stato scritto sia nei mesi di lotta clandestina sia in quelli successivi alla liberazione. La direttrice è una donna, Alba de Céspedes, simbolo della profonda rottura che si era verificata e della rinascita storica e culturale in cui molti credevano. Su Mercurio vengono raccolti nel 1944 settanta contributi dedicata alla Resistenza, che rappresentano la reazione vitale e drammatica al fascismo: Eugenio Montale, Sibilla Aleramo, Massimo Bontempelli, Maria Bellonci, Giorgio Bassani, Alberto Moravia, Vasco Pratolini e Corrado Alvaro sono solo i più noti tra i tanti collaboratori.

La resistenza, ancora con la lettera minuscola, esisteva già da anni fuori dall’Italia, in Polonia, in Francia, in Grecia, nei Balcani, dovunque gli eserciti dei fascismi europei si fossero inseriti, ed era una guerra che partiva dal popolo, iniziata ben prima delle avanzate alleate, e l’Italia in realtà era solo l’ultima ruota del carro: un’ulteriore spinta al riscatto culturale. A Nord proliferano le pubblicazioni delle formazioni clandestine, che ospitano anche biografie di caduti, resoconti di azioni militari, poesie e racconti. Giovanni Falaschi spiega che in tutte le comunità militari, compresa quella partigiana, il racconto orale era parte integrante della vita quotidiana: non a caso molta della letteratura italiana di questo periodo fonde il racconto, la narrativa, con la memorialistica. Tra gli aspetti da dover raccontare con urgenza emerge in particolare il valore sociale della Resistenza: un momentaneo unirsi di proletari, contadini, operai, borghesi e intellettuali per un’unica prospettiva politica, un’utopia di libertà capace di superare le differenti origini sociali dei partigiani. Con il progressivo spegnersi dei progetti resistenziali, dalle memorie, dai racconti dell’esperienza diretta, si scivola al filtro della narrativa, con una forte impostazione realista.

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Ma è alle Storie della Resistenza, alle prime versioni di racconti, appunti, ricordi, la cui scrittura è ancora calda della partecipazione e della testimonianza diretta dei protagonisti, che è dedicato il volume curato da Domenico Gallo e Italo Poma, edito nel 2013. Una raccolta di testi, di nomi più o meno noti, che si propone di buttare addosso al lettore il clima dell’esperienza della Resistenza e la sua multiforme realtà politica. Articolato in nove sezioni, il volumetto lascia che siano i testi a parlare al lettore meglio di qualsiasi analisi, per superare la retorica di chi ha cercato di aggredire o annullare questo momento della nostra storia e la superficialità di chi l’ha interpretata senza alcuna sfumatura critica attraverso l’onestà intellettuale di chi per davvero ha usato la propria voce per raccontare.

Tra queste voci c’è quella di Angelo Del Boca, giornalista e scrittore costretto ad arruolarsi nell’esercito della RSI e ad addestrarsi in Germania per combattere contro i partigiani. Un disertore che poi scelse di passare dalla parte di chi resisteva. Scrive Del Boca ne La scelta: «Per male che vada ho finito di stare con gli assassini. Sono con i partigiani, grazie al cielo. Ci sono, ma non per merito mio. Sono stato fatto prigioniero, ecco tutto. Qualche ora fa il commissario di brigata mi ha riconsegnato il diario e mi ha detto: “Ce ne hai messo di tempo per capire certe cose, ma alla fine ce l’hai fatta”. Il commissario è un ex ufficiale degli alpini, nella vita maestro di scuola. “Tu forse non ci crederai – ha aggiunto- ma il tuo diario mi ha insegnato molte cose. Con un po’ di propaganda adesso credo che potremo convincere molti tuoi compagni a disertare. Credevamo foste più fanatici“».

Proprio ad Angelo Del Boca si deve uno straordinario ritrovamento, detto Il dizionario del partigiano anonimo. Un quadernetto rinvenuto nelle tasche di un partigiano caduto in un sentiero tra i monti della Lunigiana. Pagine scritte a matita che riportano un piccolo dizionario dei termini relativi alla guerra partigiana, redatto dall’autore, di cui non si sa nulla, secondo la propria personalissima percezione in presa diretta dell’esperienza vissuta. Una raccolta di pensieri velati di ironia che contrasta in chi legge con la commozione generata dalla sua tragica fine: quanto di più reale e umanamente vicino per tentare a posteriori di capire quante cose diverse è stata la Resistenza vera, quella vissuta.

Di seguito alcune voci.

AlbaQuando spunta, può essere troppo tardi.

Badoglio e Bonomi Due personaggi, scialbi, che stanno al Sud, con gli americani.

Casa – Meglio non pensarci. Col tempo, non è poi tanto difficile.

Castagne – Dapprincipio ci sembrava impossibile, poi ci convincemmo: si può vivere soltanto di castagne. Castagne secche per ingannare l’appetito. Castagne bollite per riempire la gola. Castagnaccio per addormentare lo stomaco. Brodo di castagne per riscaldarlo.

Città – Ci stanno “gli altri”. L’hanno fortificata, seminata di cavalli di frisia, tappezzata di proclami e di manifesti insensati. Qualcuno dei nostri c’è entrato, di notte, e gli è parso di essere finito in un labirinto, in una trappola. Eppure buona parte delle persone che l’abitano è con noi.

Commissario – È quello che sa tutto, anche se non possiamo sempre giurare che sia il depositario della verità. Quelli che hanno dubbi vanno da lui. È lui che ci ha detto chi sono Matteotti, Gramsci, i fratelli Rosselli, e perché sono morti. Perché il fascismo è condannato. Perché noi siamo nel giusto. Perché dobbiamo combattere.

Domani – Si spera sempre che sia migliore. Che non ci siano da fare cinquanta chilometri per spostarsi da una valle all’altra. Che i tedeschi non sguinzaglino i loro cani. Che il freddo non sia troppo rigido. Che non manchi da mangiare. Che gli aerei degli alleati non ci scambino per “gli altri” (come è già avvenuto). Che sia finalmente l’ultimo giorno di questa storia.

Grano – Non è altrettanto sicuro, per starvi nascosti, del campo di granoturco, ma c’è stato un giorno, indimenticabile, in cui ci siamo rivoltati sulla schiena e abbiamo osservato le spighe, i fiordalisi, i papaveri che tremavano alla brezza estiva e ci siamo accorti che continuavamo a vivere. Di rimando, che spettacolo triste il tappeto di cenere che ne resta dopo un incendio!

Inglesi – Da un anno aspettiamo che sferrino l’offensiva ma non si decidono mai. A differenza degli americani, lanciano armi vecchissime e nessun genere di conforto. Gli inglesi che sono stati paracadutati nelle nostre zone sono però uomini di coraggio, anche se molto diversi da noi. Essi ci rimproverano soprattutto la passionalità e il dilettantismo. Con i loro commandos, sostengono, possono compiere le stesse azioni delle nostre volanti, ma loro calcolano il rischio, noi no.

Letto – La stessa cosa che per le donne; se ne parla molto: «quando tutto sarà finito mi metto a letto e ci resto per un anno», ma poi non si muore a stare senza. L’importante è trovare il tempo e la calma per buttarsi giù; il posto sufficiente per allungare le gambe; e sopra un tetto che non faccia acqua. Nelle foglie si dorme bene ma al mattino ci si ritrova sudati e fiacchi; la paglia, dal canto suo, non tiene caldo; è sempre preferibile il fieno. Qualcuno è riuscito ad andare a letto con una donna, questa estate: ma, se ne parla, è per rimpiangere il letto più che la donna.

Morte – Non se ne parla mai, ma è sempre con noi. Ciascuno si è immaginato la propria, lavorandovi fin dal giorno in cui ha scelto questa parte della barricata. È indispensabile possedere una morte, così come è indispensabile possedere un fucile, un paio di buone scarpe e qualche idea chiara in testa. Sarebbe una sorpresa troppo spiacevole trovarsela dinanzi, all’improvviso, senza essere preparati a riceverla. In ogni caso la si preferisce alle torture e la si augura improvvisa. Molti portano alla cintura una Sipe per essere certi di sfuggire alla prigionia. Ogni mattina, riattaccandola alla cintura, uno pensa al ferro che gli dilanierà il ventre e si abitua a questa fine. A poco a poco tutti si abituano alla propria morte.

Neve – Com’è diversa da quella della nostra infanzia. Nessuno, allora, fabbricando palle di neve, avrebbe sospettato che può portare alla disperazione. Mentre scrivo siamo bloccati in cinque dentro una carbonaia: fuori c’è un metro e mezzo di neve, le piste sono sparite e il più vicino villaggio è a una decina di chilometri. Da due giorni non tocchiamo cibo. Domani dovremo deciderci a uscire, anche se non avrà cessato di nevicare.

Nome di battaglia – Serve a mascherare la nostra identità e di rimando a tradire il nostro carattere. Esso rivela infatti le nostre ambizioni, o le nostre letture, oppure i limiti della nostra fantasia.

Partigiani – Ce ne sono di tutti i tipi: comunisti e cattolici, socialisti e liberali, anarchici e trotzkisti, giellisti e monarchici, leali e opportunisti, coraggiosi e vigliacchi, decisi e attendisti, generosi e scaltri, onesti e ladri, giovani e vecchi, eroi e doppiogiochisti, consapevoli e no, con scarpe e senza scarpe, vestiti da soldati e da pagliacci. Combattono una delle diecimila guerre che l’uomo ha scatenato su questa terra e pensano di essere dalla parte della ragione.

Prete – Quello che sta con noi è l’umile e povero parroco di campagna. Gli alti prelati, in città, benedicono i gagliardetti delle Brigate Nere.

Repubblica – Una parola che può significare la parte avversa. Esempio: “arriva la repubblica”. Oppure una straordinaria confusione: “che repubblica!”. Chissà quanti anni occorreranno, da noi, perché riacquisti il suo vero significato.

Scarpe – È il nostro dramma; si consumano in un amen. Chiediamo scusa ai morti se li spogliamo, ma noi dobbiamo continuare a camminare e loro hanno finito.

Tedeschi – Adesso, noi che ce li siamo trovati di fronte più volte, sappiamo che non sono invincibili. Ma le reclute si lasciano ancora impressionare da quella corta giacchetta, dalla forma dell’elmo, dagli stivaletti, dal modo di correre all’assalto. È consigliabile catturarne alcuni e tenerli all’accampamento, impiegandoli nei lavori più umili. Le reclute finiscono così per accorgersi che sono esseri umani, coraggiosi e vili come gli uomini di tutto il mondo.

Vittorio Emanuele – Era piccolo col fascismo. Senza fascismo non è cresciuto di un pollice.

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