Dietro le quinte del pornografo:
Nicola Casamassima
e i piedi delle donne

Il pornografo attuale sembra descrivere un atto sessuale, penetrante e irrequieto, troppo esplicito per essere realmente rappresentato. Una trama di desideri, un insieme di trasgressioni che, rimaste inalterate nella storia dell’uomo, sembrano porre domande all’interno delle sue origini e tra le sue oscurità.

Oggi il mondo del porno sembra proprio vivere di una moderna e contemporanea dualità: da una parte fermamente atto o immagine illegale da sottoporre a censura, dall’altra, grazie all’universo delle reti cablate, un mondo accessibile a chiunque. Con il wifi si chiude quindi l’epoca dei giornaletti-porno nascosti sotto il cuscino, ma, del resto, c’è sempre qualcosa da nascondere.

Per tentare di delineare meglio l’attuale, bisogna sempre tornare al passato, questa volta esattamente al 1769; l’anno della macchina a vapore di James Watt, della nascita di Napoleone Bonaparte e di un certo signor Restif de La Bretonne che, nella sua opera, introduce un termine destinato al successo, le pornographe. Uomo di età illuministica, Restif subisce il fascino dei progetti di riforma, che espone, con una vivida immaginazione, nei cinque volumi del suo Pornografo. Il romanzo sembra inserire ufficialmente il neologismo nella pubblicistica moderna, anche se il termine pornografia inizia a essere impiegato solo nel XIX secolo e a diffondersi, nei decenni che seguono, proprio allo scopo di distinguerlo, e differenziarlo, dal concetto di arte e di erotismo. Dallo scrittore, dal suo stesso nome, deriva anche un altro termine, il retifismo ovvero l’amore o il desiderio spassionato verso i piedi femminili, una vera parafilia nel senso proprio di amore sfrenato, istinto e affinità non solo per il piede della donna, ma anche per la scelta delle sue scarpe.

«L’oscurità – dice Restif de La Bretonne ne la Paysanne Pervertie – è la cosa che più mi spaventa».  La luce per lui è la ricerca e lo svelamento del desiderio: per fare questo, usa le sue stesse debolezze celate all’ombra delle sue opere e insite nell’uomo da sempre. Le pied de Fanchette non è che il romanzo di una graziosa e giovane donna, adorata da un vecchio per la seduzione irresistibile che esercitano i «piedini» di lei. Avventure galanti entro le quali Retif fa trasparire il suo amore religioso per i piedi delle donne.

Retif de la Bretonne si muta in legislatore e detta, nel suo Pornographe, le norme per porre un freno al dilagare impressionante della corruzione. Da qui il suo enorme successo, non del tutto europeo, fino all’offerta da parte di Giuseppe II del titolo di barone.

Del resto, fin dal passato i piedi femminili esprimono, con una certa grazia, il potere e la sensualità e il loro ruolo è ormai ampiamente riconosciuto, sopratutto se si fa riferimento alla mitologia, alla religione e alla cultura in genere.

Se Restif del Bretonne è l’origine, questo amore lo si ritrova anni più tardi, forte e grazioso, nel mondo del cinema e della letteratura: I piedi di Fumiko di Tanizaki Junichiro dove si racconta di un signore e della sua passione per i piedi della sua cameriera. Allo stesso modo sembra di entrare nei film di Quentin Tarantino, tra Grindhouse, Kill Bill, Pulp Fiction e Jackie Brown. È il regista stesso a dichiarare la sua innata affinità verso il piede di donna, fino a confermare che la scelta delle attrici per i suoi film ricade anche, e sopratutto, sulle loro estremità podaliche: non a caso in Dal tramonto all’alba l’artista succhia le dita dei piedi di Salma Hayek.

Le opere odierne, cariche quindi di forme di rappresentazione esplicita, più che ritrarre una patologia sessuale come spesso è stata dipinta, sembrano rivolgersi a un richiamo, a una sensualità nascosta e ancestrale da sempre nascosta da un velo sottile.

«Bestialmente sessuale» così Mick Jagger definisce il piede ritratto dentro una scarpa altissima di vernice nera ripresa sulla copertina del suo Lp Some girls. Il piede (e la scarpa che lo contiene) non è solo il simbolo della sensualità contemporanea e del rock’n’roll, ma da sempre simbolo di erotismo, senza necessariamente avere solo una connotazione sessuale: è qualcosa di molto più raffinato che si cela nell’estremità del corpo.

© Nicola Casamassima
© Nicola Casamassima

Nel mondo della fotografia Nicola Casamassima, in tutta la sua carriera, tende a non crederci; non crede che il mondo del porno sia la stessa realtà che arriva al cliente affezionato, ci deve essere per forza qualcosa dietro, qualcosa di più pacato e silenzioso: un cambio di scarpe, un vestito strappato, un paio di calze spaiate, un gesto naturale di un elastico dei capelli che non serve più.

© Nicola Casamassima
© Nicola Casamassima

Inizia a fotografare negli anni ’80, col tempo diventa uno sguardo partecipe e realistico sui set e dietro le quinte dei film porno. Attraverso l’uso dell’obiettivo e della penna Nicola Casamassima racconta il suo viaggio in quel mondo particolare.

«Arrivano trafelate sul set e si assomigliano un po’ tutte: aspetto da liceale e sorriso acqua e sapone».

© Nicola Casamassima
© Nicola Casamassima

 

«Molte delle ragazze che ho incontrato nascondono la loro attività. Questo non è il caso di Ellen, 21 anni ex modella moscovita, che non ha nascosto alla mamma sarta, scandalizzandola, la provenienza dei soldi guadagnati».

 

© Nicola Casamassima
© Nicola Casamassima

 

«Basta poco, però, per cambiare il personaggio e uscire dalla toilette completamente trasformate. Tolto l’elastico, i capelli diventano vaporosi, al posto delle scarpe da tennis vertiginosi tacchi a spillo slanciano la figura, giarrettiere e guêpière sostituiscono jeans e maglietta. […]»

 

© Nicola Casamassima
© Nicola Casamassima

In una selezione di immagini, mai troppo sfrontata, scattate tra il 1995 e il 2015, tra tacchi vertiginosi, reggicalze e vernice rossa, il fotografo realizza un’ode contemporanea al retifisimo di La Bretonne, dal suo amore per il collo del piede ai momenti di intimità in cui le attrici si abbandonano per qualche posa delicata.

 

© Nicola Casamassima
© Nicola Casamassima

 

Tutto l’erotismo e la sensualità, le sollecitazioni dei sensi e dei più nascosti desideri sono ferme lì, nell’attimo sereno e naturale di un cambio d’abito, come se le scarpe diventassero il mezzo di transizione per passare da un mondo all’altro, tra desiderio e fantasia, tra castità e peccato.

 

© Nicola Casamassima
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Fausta Riva nasce in Brianza, il 7 novembre 1990. Da suo nonno prima, e poi da sua madre, la prima impronta alla fotografia. Il suo intento, quello di accostare la visione fotografica a quella geografica, cercando un modo per spiegare il mondo, per capirlo. Fausta Riva nasce sognatrice, esploratrice dell’ordinario. Ama le poesie, ama perdersi e lasciarsi ispirare.