Il despota acclamato:
evoluzione del mito napoleonico
attraverso gli occhi di Foscolo

di Nicolas Calò

Spesso accade che i popoli insorgano contro l’oppressione straniera: schiacciati, soggiogati e umiliati, essi attendono febbrilmente l’arrivo di una guida che permetta loro di svincolarsi dalle catene della servitù forgiate dall’occupazione della propria nazione. Chi salva un popolo? Chi lo rende finalmente libero di esercitare la propria sovranità nazionale?

Spesso è un uomo carismatico, non necessariamente appartenente alla nazione insorgente, ma capace di ottenerne il favore propugnando ideali di libertà. Accade, però, che siano proprio questi uomini a celare sotto un velo di effimera virtù i propri meschini obiettivi di comando e potere. Questo è il caso di Napoleone Bonaparte, condottiero francese paladino dei popoli oppressi, ma, a sua volta, peggiore degli stessi oppressori.

Ugo Foscolo, il quale, inizialmente, ne era un fervido sostenitore,  scrisse per lui una dedica, risalente al 1799, che introduceva l’ode intitolata A Bonaparte liberatore. Attraverso quest’ode celebrativa, il poeta tesseva le lodi di quell’uomo tanto acclamato che aveva in pugno le speranze e le illusioni di un’intera generazione.

È interessante un approfondimento storico che chiama in causa l’influenza fondamentale che il paladino degli ideali rivoluzionari Napoleone Bonaparte ebbe su Ugo Foscolo, non solamente sul piano umano, ma anche su quello artistico, essendo quest’ultimo imprescindibilmente legato al primo.

Foscolo

Un buon elemento di partenza per un’analisi di questo tipo può essere la celeberrima ode menzionata, la quale, sublimando la figura di Napoleone, palesa la fiducia che il poeta aveva nutrito nei suoi confronti e che venne dissolta, poi, dalla concreta azione politica intrapresa da Bonaparte, guidato della sua tanto lucida quanto fredda mente calcolatrice.

L’ode venne scritta da Foscolo a metà maggio del 1797; da essa traspare la doppia condizione di speranza e disinganno relative al sogno napoleonico nutrito da Foscolo. Il componimento, infatti, contiene al suo interno la celebrazione di una rinascita anelata e il monito sui rischi che incombono sulle scelte napoleoniche. All’esaltazione della libertà, infatti, Foscolo accosta il timore che le ragioni della politica prevalgano sugli ideali, vanificando tutte quelle speranze nutrite dagli italiani e non solo.

L’ode presenta il viaggio della Libertà che fugge da Roma a causa della tirannide di Cesare, vive tra le selve, prima germaniche, poi americane e svizzere, e solo dopo ritorna nella dolente Italia, in armi, nell’esercito francese, nei popoli insorgenti e nella figura dell’eroe dalle piume tricolori.

L’ode ha come prima dedicataria la città di Reggio, i cui abitanti sono definiti «primi veri Italiani e liberi cittadini» per aver innalzato la bandiera tricolore. Dopo due anni, nel 1799, l’ode viene ristampata: il dedicatario non è più la città di Reggio, ma Napoleone. Il poeta fa questo per mettere in guardia il condottiero francese dal peccato di hybris, che si concretizzerebbe in arroganza dittatoriale e muterebbe la libertà offerta ai popoli in tirannide e dispotismo. È interessante menzionare la fine di questa lettera:

«Uomo tu sei e mortale e nato in tempi ove la universale scelleratezza sommi ostacoli frappone alle magnanime imprese, e potentissimi incitamenti al mal fare. Quindi o il sentimento della tua superiorità, o la conoscenza del comune avvilimento potrebbe trarti forse a cosa che tu stesso aborri. Né Cesare prima di passare il Rubicone ambiva alla dittatura del mondo».

In queste righe Foscolo riprende dalla storia romana l’esempio di Cesare che simboleggia la lotta fra libertà e tirannide: così facendo egli diviene simbolo della potenza incontrollata e senza freni e si sovrappone alle vicende napoleoniche.

Dobbiamo tenere a mente che Foscolo scrisse quest’ode celebrativa prima della traumatica stipulazione del trattato di Campoformio. Fin dal principio delle sue campagne in Italia, l’atteggiamento del condottiero francese verso il programma nazionale italiano fu caratterizzato da un’intrinseca ambiguità che servì alla realizzazione degli obiettivi di fondo della sua azione politica.

Fu nella primavera del 1796 che egli si presentò agli italiani come un liberatore e incoraggiò, o comunque tollerò, molte delle iniziative politiche dei patrioti italiani, i quali si prodigavano per la diffusione in Italia degli ideali della rivoluzione francese. Sul piano pratico, però, Napoleone impose nei territori conquistati un duro regime di occupazione militare, che gravò sulle spalle della popolazione.

Egli tollerò l’azione dei patrioti italiani solo nei limiti in cui poteva essere utile ai propri obiettivi politici, ma per il resto si preoccupò di tenere a freno ed emarginare i democratici più radicali. Egli, proseguendo la linea del Direttorio, mirò a cercare la pace attraverso un compromesso con l’Austria: infatti, il punto di arrivo della sua politica in Italia fu il trattato di Campoformio del 17 ottobre 1797 che, recuperando il concetto delle compensazioni territoriali caro alla diplomazia di antico regime, rinnegava il principio rivoluzionario dell’autodeterminazione dei popoli.

Quando ormai la notizia del trattato di Campoformio era di dominio pubblico, durante una delle ultime sedute della Municipalità veneziana, quella dell’8 novembre, l’incaricato d’affari austriaco von Humburg, come indice della profonda disaffezione dei democratici nei confronti dei Bonaparte, registrò nel suo carteggio diplomatico questo breve ma significativo ritratto del giovane Foscolo:

«Le municipaliste Foscolo, qui a été en même temps membre de la soidisante Societé d’instruction publique, y a monté récemment la tribune pour vomir toutes le imprécations possibles contre le Géneral en chef Bonaparte. Armé d’un poignard et faisant des exclamations et des contorsions horribles, il l’a enforcé avec fureur dans le parapet  de la tribune, en jurant de frapper du même le cœur du perfide Bonaparte».

Il trattato di Campoformio segnò il punto di rottura fra Bonaparte e i democratici italiani. Foscolo, che nel novembre dello stesso anno lasciò Venezia e si trasferì a Milano, dove conobbe probabilmente Giuseppe Parini, reagì definendo il trattato che consegnava la sua patria, il Veneto, all’Austria un “ignobile mercato” e ripropose poi la sua condanna nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis, facendo di Campoformio uno dei motivi che inducono al suicidio Jacopo.

Per comprendere la centralità di tale avvenimento storico, è utile ripercorrere la storia redazionale del romanzo epistolare, osservando come il trattato ebbe risonanza all’interno dell’opera. La prima redazione risale all’anno 1798 e avvenne a Bologna; essa dovette però interrompersi per l’occupazione degli austro-russi del 1799. In tale edizione la prima lettera è datata 3 settembre 1797: ciò indica che nella prima edizione la vicenda di Campoformio non aveva centralità.

Solo nelle edizioni successive la prima lettera sarà datata 11 ottobre 1797, presupponendo così la conoscenza del trattato da parte di Jacopo all’inizio del romanzo. Ciò avviene perché Foscolo vuole che la narrazione cominci con la reazione di Jacopo alla cessione di Venezia all’Austria e si concluda il 24 marzo 1799 in corrispondenza con l’invasione austro-russa, allusivamente richiamata come data terminale di un’esperienza ricca di speranza e clamorosamente fallita.

Il lavoro verrà ripreso nel 1801, a seguito di due vicende cariche di significato che scossero profondamente il poeta: il suicidio del fratello Giovanni e l’esito di comizi di Lione, il quale segnò il tramonto in Italia del giacobinismo.

L’anno successivo, nel 1802, si avrà la pubblicazione integrale del romanzo presso il Genio tipografico di Milano; dopo diversi anni, nel 1816, a Zurigo verrà pubblicata l’edizione definitiva accompagnata dalla Notizia bibliografica, di straordinario rilievo per il suo significato ideologico-critico e perché vicina alle posizioni dei Discorsi sulla servitù d’Italia. In tale edizione Foscolo inserisce una lettera precedentemente inedita, quella del 17 marzo 1798, la quale si fa portatrice di una sofferta analisi retrospettiva della situazione politica, sociale e morale dell’Italia. L’edizione di Zurigo sarà seguita solo da quella di Londra, quarta e ultima, del 1817.

Ugo Foscolo, esattamente come il protagonista del romanzo epistolare Jacopo, in conclusione, vede le proprie illusioni infrante proprio da colui nelle mani del quale tutte le speranze erano state poste; il piano illusorio, carico di ardenti aspettative e irrazionali furori, non può che piegarsi ai bisogni contingenti di coloro che fanno politica. Il sogno si delinea dunque con una duplice natura: feconda, nel momento in cui il poeta celebra gli ideali, come l’Arte, la Bellezza e la Poesia; misera e vana, nel momento in cui tali ideali ricercano una propria concretizzazione. Al poeta non resta che accettare il nichilismo materialistico, conscio del fatto che illusioni e speranze non hanno altra funzione che edulcorare l’esperienza della vita.

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