De André e le balle de Il Giornale

fabrizio-de-andre- sbuccia patateÈ uscito nei giorni scorsi su Il Giornale.it un articolo, firmato Rino Camilleri, dal titolo In fondo De André era un “ribelle di regime”. In esso, facendo riferimento a Il ribelle di regime. La funzione antisociale delle canzoni di De Andrélibro pubblicato di recente da Michele Antonelli, si mette in dubbio la forza anticonformista e antiborghese dell’opera del cantautore genovese, con argomentazioni che però, per la loro inefficacia, non dovrebbero destare eccessiva preoccupazione fra gli estimatori di Faber. Si vuole qui fare il punto sulla questione, senza cadere nell’inutile agiografia ma restituendo al cantante il rispetto intellettuale che merita.

Secondo Camilleri, fra i motivi del prestigio di cui gode Fabrizio De André, vi sarebbe la mancanza di “rivali” adatti a sostenere un confronto nel panorama musicale italiano. De André, quindi, non sarebbe tanto talentuoso di suo, quanto, in maniera limitativa, più bravo di altri. La tesi sembra molto carente, dal momento che il cantautore ha sempre ricevuto attestati di stima anche da parte di giganti della canzone internazionale, e la sua qualità spicca anche senza chiamare in causa confronti con altri colleghi. Ma l’intero ritratto dell’artista che offre l’articolo si sofferma su critiche troppo generali per essere prese sul serio e lascia l’impressione di una conoscenza solo superficiale della poetica deandreiana. Storia di un impiegato, per esempio, esprimerebbe solo l’accusa verso il Partito Comunista «di non aver voluto fare la rivoluzione in Italia», mentre ad un ascolto più attento l’opera risulta innegabilmente impregnata di numerosi significati paralleli che offrono differenti spunti di riflessione. Storia di un impiegato non è il canto querulo di chi si lamenta, è anzi una presa di coscienza rabbiosa che impedisce di allinearsi a qualunque forma di potere, definendo un carattere realmente anarchico e controcorrente. Non sembra affatto di trovarsi di fronte a un “ribelle di regime”.

de-anndre2Altra “accusa” infondata: dai testi di De André non emergerebbe «una gran cultura», limitandosi egli alla frequentazione di poeti «à la page come Lee Masters e Prevert», accompagnata a una formazione di stampo esistenzialista, dunque ci si troverebbe di fronte a un sistema filosofico carente e, ancora una volta (non si sa bene perché) «politicamente corretto». È forte la tentazione di elencare tutte le raffinate citazioni incastonate come gemme nelle canzoni di Faber: si va da Ivan Turgenev, che tanto à la page non è mai stato, a François Villon, da Cecco Angiolieri a Federico Garcia Lorca, un cui verso è nascosto con notevole abilità poetica nelle rime della deliziosa Franziska. Ma gli interessi culturali di De André si spingevano anche, naturalmente, nel contemporaneo e in ogni caso non si concludevano certo nella letteratura: si pensi ai numerosi saggi di ogni tipo, dall’agricoltura all’astrologia, febbrilmente appuntati. Una cultura curiosa, approfondita e variegata, altro che superficiale!

Fabrizio+De+Andr+faberLa buona novella è poi, interessante scoprirlo con Camilleri, «l’unica volta in cui si occupò di religione»: un’affermazione del genere implica un notevole travisamento del catalogo del cantautore, che curiosamente si apre e si chiude con due preghiere (Preghiera in gennaio e Smisurata preghiera) denotando un percorso ragionato e attento, una predisposizione acuta e anche sofferta, mai banale, nei confronti della sfera spirituale. L’utilizzo dei vangeli apocrifi a dispetto di quelli canonici per La buona novella non è assolutamente un segno di servilismo intellettuale nei confronti della Chiesa, come sembrerebbe di leggere fra le righe dell’articolo, bensì testimonia proprio una volontà centrifuga, una fantasia policroma. Nessuno si è mai sognato di criticare José Saramago per l’utilizzo che fa dei vangeli apocrifi nel suo romanzo Vangelo secondo Gesù Cristo, e non c’è motivo di farlo con De André, se non perché mossi da un inconscio substrato di provincialismo, questo sì conformista e di regime, che ai nostri occhi fa apparire ciò che è nostrano come inferiore.

de andrè anarchicoL’articolo ripete, per tutta la sua lunghezza, questa serie di affermazioni raffazzonate, confuse, ammettendo alla fine che sì, l’ultimo De André è più raffinato e sofisticato, ma «con la sua sua critica continua alla società borghese» ha contribuito «a preparare il terreno alla diffusione dello spirito borghese allo stato puro». L’accusa, che chiama in causa la filosofia di Augusto Del Noce, è assurda e straordinariamente rischiosa, poiché rischia di trasformare arbitrariamente ogni spirito critico in un complice del Potere, e mette sullo stesso piano chi si trova in posizioni diametralmente opposte. Una deriva del genere è realmente pericolosa, alimentando un giudizio distorto nei confronti di una figura che non è responsabile del declino della società, anzi ne è spettatore critico e commentatore spesso illuminante. Ma la memoria di Fabrizio De André non teme comunque attacchi di simile portata, essi risultano innocui, smentiti dalla grandezza artistica, dall’evidenza di una vita e di una poetica sempre «in direzione ostinata e contraria».

Michele Donati

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