Daniele Silvestri e Acrobati,
racconti di una nuova giovinezza

Il volume basso, suoni arrotondati ed un ritmo calzante: così si presenta l’ultimo lavoro di Daniele Silvestri, Acrobati, disco uscito il 26 febbraio 2016. Era da mesi che ormai il cantautore teneva col fiato sospeso i fan, reduci dal lavoro del trio, Il Padrone della Festa. Ad ottobre era uscito l’album del collega Max Gazzè, poi Daniele e successivamente, verso metà Aprile, toccherà anche a Niccolò Fabi.

Quasi un mese prima dell’uscita dell’album, Silvestri ha esordito con il primo singolo tratto da Acrobati, Quali Alibi, un pezzo dal ritmo calzante e secco che tratta dei silenzi che trasformano le azioni in denaro, l’omertà dei piani alti riguardo le scelte prese. «Meno se ne parla, meglio è», questo è il perno centrale della canzone, punto sul quale Silvestri ha sempre ribadito la sua posizione in più canzoni. L’impegno sociale del cantautore è sicuramente ben affermato, il quale, differentemente da Max Gazzè, più dedito al “virtuosismo pop”, e a Niccolò Fabi, più introspettivo e acustico, da tempo ormai ha preso la sua strada contro la politica corrotta e gli intrighi poco chiari che poi si riversano sulla povera gente, senza che questa possa fare nulla.

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Fonte: catania.gds.it

«Acrobati è un disco acrobatico anche per come è nato: da un iPhone pieno di appunti musicali, di idee, che partendo da uno studio di Lecce la scorsa estate, ha viaggiato fino a ritrovarsi al chiuso di una sala di registrazione dove è nato un flusso inesauribile di musica. Jam che diventavano sessioni, armonie, melodie, break che si condensavano in canzoni. Musicisti in tondo a suonare ogni nota come se fosse sempre la prima e anche l’ultima, una serie di take fissate su hard disk che davano già il volto a un disco pieno di spunti, di idee, di libertà».

La canzone che dà titolo all’album è stata scritta casualmente, guardando giù dall’oblò di un aereo (momento rievocato nella canzone), appunti presi su un quadernino che solo mesi dopo si sono trasformati in canzone. L’essere in equilibrio instabile, sia psicologico sia fisico, su un mondo apparentemente perfetto che però lascia poche certezze, pochi momenti calmi e tante frenesie che intaccano la qualità di vita di ognuno di noi. Il tutto è stato scritto senza riferimenti, senza giudizi a cosa è e come dovrebbe essere, solamente un racconto di un mondo in cui l’apparenza e la realtà spesso si dividono.

18 canzoni, 18 racconti in 74 minuti: un disco lungo che ricorda Il Dado (19 canzoni e 81 minuti) ma che è frutto di un tornare ad una giovinezza poetica, una frenesia artistica che non può solo che far gioire Daniele in primis e tutti i suoi fan. Una dimensione qualitativa ampia, un flusso di idee e parole leggero ed onesto, lo stile che spazia dal rock, al pop, al funk per finire nello sperimentare anche il jazz. Un cantautore di mezza età che sembra non sentire gli anni e la carriera sulle spalle, che ha saputo tornare indietro con l’età mentale mantenendo però l’esperienza artistica maturata nel tempo.

«Forse anche nella musica ho capito cosa potevo fare da grande. Una delle cose che so fare meglio è dirigere un gruppo di persone, orientare un flusso di emozioni e passioni. Avendo con me musicisti di qualità eccelsa mi è stato facile. Con Enrico Gabrielli, ad esempio, non ci avevo mai lavorato, mi sono trovato al cospetto di un genio vero, ma più in generale ho avuto cinque persone giuste scelte in base al fatto che accanto a me ci fossero persone che stavano attraversano un momento di rara fattività, pronte a fare cose diverse dal solito, a cercare l’inatteso, a scardinare regole. D’altro canto sono arrivato con una quantità mostruosa di spunti, pronto a trasformarmi nel primario di un reparto di ostetricia per partorire con loro qualcosa di bello, con la fortuna di poter dire andiamo di qua e di là ma non più di questo. C’è stato qualcosa di magico».

[Citazioni tratte da Repubblica.it]

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