Weisz, allo scudetto ad Auschwitz

«Lo squadrone che tremare il mondo fa» era uno slogan molto in voga sul finire degli anni ’30 del Novecento, quel periodo storico che anticipa la seconda guerra mondiale. Dettaglio non trascurabile perché questa storia sarà intrinsecamente connessa ai tragici eventi che segnarono la storia europea dal 1939 al 1945. Prima di addentrarci nel racconto, però, è doveroso rispondere a questa domanda: di quale “squadrone” si parla? Appurato che lo sport in questione è il calcio, può essere per caso la Juventus? Il Milan? L’Inter? Una delle due squadre della capitale? No. «Lo squadrone che tremare il mondo fa» ha la maglia rossoblu, gioca nello Stadio del Littoriale, oggi ribattezzato Dall’Ara, e in quegli anni vince ben tre campionati (1935-36, 36-37, 38-39); oltretutto fornisce parecchi calciatori alla nazionale italiana bicampione del mondo (’34 e ’38) guidata da Vittorio Pozzo, fra i quali spicca certamente Angelo Schiavo, tutt’ora il quarto migliore marcatore di ogni epoca nel campionato italiano. La squadra in questione, ovviamente, è il Bologna.

Angelo Schiavo.
www.goal.com

Alla guida dei felsinei c’è un allenatore magiaro, nato alla fine del XIX secolo a Solt, un piccolo comune dell’Ungheria meridionale. L’influenza degli ungheresi all’interno della storia del ‘900 è parecchio sottovaluta. Per esempio si sono dovuti aspettare decenni prima di poter leggere la traduzione (in francese, in inglese e in italiano) dei libri del grandissimo Sandor Marai, scrittore magiaro morto suicida negli Stati Uniti poco prima che crollasse il muro di Berlino. Nel calcio, la storia della grande Ungheria di Puskas è nota solamente agli appassionati. È la prima squadra a vincere a Wembley contro i maestri inglesi con un roboante punteggio: 6-3. L’Ungheria degli anni ’50 resta, insieme all’Olanda di Cruijff, la più grande incompiuta della storia del calcio. Si presenta da favorita ai mondiali del 1954, seppellisce di reti la Germania Ovest (8-3) nella fase a gironi. I tedeschi però, duri a morire, arriveranno fino alla finale dove rincontreranno, ovviamente, Puskas e compagni. L’esito sarà diverso: sotto di due gol dopo pochi minuti, la Germania dell’Ovest riuscirà a rimontare lo svantaggio e a portare a casa la prima Coppa del mondo della sua gloriosa storia. Riannonando il filo del nostro discorso, va sottolineato come quell’allenatore magiaro del Bologna, che porta il nome di Arpad Weisz, non ha potuto assistere alla grande Ungheria degli anni ’50. Infatti egli muore la mattina del 31 gennaio 1944. La data di morte può significare molte cose, il luogo, invece, non lascia spazio ad altre interpretazioni: Auschwitz.

Arpad Weisz, figlio di ebrei ungheresi, gioca a calcio in patria fino agli anni ’20, quando sceglie di trasferirsi in Italia. Disputa qualche partita con l’Alessandria e l’Inter e, scherzo del destino, entrambe le squadre finirà per allenarle a inizio carriera. Alla guida dell’Inter (ribattezzata in quegli anni Ambrosiana Inter) vince il titolo nazionale: è uno scudetto storico perché è il primo campionato di calcio italiano disputato a girone unico. Quest’uomo venuto dall’est si dimostra uno straordinario insegnante di calcio con idee enormemente innovative per l’epoca. Nel 1930 pubblica un manuale dal titolo emblematico: Il giuoco del calcio, testo all’avanguardia che rompe con alcune rigide e, ormai anacronostiche, tradizioni tattiche imposte dagli inglesi. D’altronde, come si è detto, saranno proprio i magiari a infliggere ai sudditi di sua maestà la prima grande sconfitta casalinga della loro storia.

È a Bologna, però, che Weisz dà il meglio di sé vincendo altri due scudetti (dopo quello conquistato con l’Ambrosiana) nel ’36 e nel ’37. Un’ulteriore domanda, a questo punto, sorge spontanea: come mai quel Bologna faceva “tremare il mondo”? Le parole dei tifosi bolognesi (e non solo) non devono suonare come una esagerazione. Infatti, proprio nel 1937, i felsinei vengono invitati a Parigi per la prima (e unica) edizione del Torneo Internazionale dell’Expo Universale. Fra il 30 maggio e il 6 giugno si sfidano otto fra le più grandi squadre europee. I bolognesi liquidano agevolmente i francesi del Sochaux e i cecoslovacchi della Slavia Praga. In finale, però, il compito appare proibitivo. Il Bologna deve affrontare il Chelsea, i maestri inglesi; pochi anni prima, nel 1930, l’Inghilterra si rifiutò di partecipare al mondiale uruguagio convinta di essere esageratamente superiore a qualsiasi altra nazionale. Una presunzione che, all’interno del rettangolo di gioco, non è mai stata dimostrata: questa Coppa dei Campioni ante-litteram del 1937 non fa eccezione. Sotto gli ordini del tecnico magiaro il Bologna schianta la squadra londinese vincendo 4-1; Weisz e i suoi rientrano fra le mura della “Parigi in minore” (definizione gucciniana) con in mano il trofeo continentale.

La Gazzetta il giorno dopo il trionfo felsineo.
www.gianfrancocoronchi.net

Il mondo, che solo metaforicamente viene fatto tremare dallo squadrone rossoblu, comincia realmente e concretamente a tremare qualche mese più tardi. L’Italia fascista promulga le leggi razziali e Weisz, insieme alla famiglia, è costretto a fuggire. Ripara prima a Parigi e successivamente in Olanda, nel piccolo paese di Dordrecht. Qui, al momento, non essendo costretto alla clandestinità può svolgere l’attività che gli riesce meglio, ovvero allenare. Alla guida della squadra locale riesce a ottenere due ottimi piazzamenti, togliendosi la soddisfazione di battere tutte le grandi d’Olanda: l’Ajax, il Feeyenord e il PSV. La storia, quella tragica e crudele, fa il suo corso e nel 1942 i tedeschi occupano i Paesi Bassi. Arpad viene arrestato e successivamente separato dalla moglie e dai bambini. Questi ultimi finiranno direttamente sul treno in direzione Birkenau. Per quindici mesi Weisz viene mandato in un campo di lavoro imprecisato, fino a quando, anche lui, è costretto a salire sul maledetto treno che lo porta ad Auschwitz.

La tragica storia del mister magiaro (tre scudetti in Italia) è rimasta nascosta e ignara a tutti fino a dieci anni fa. Si persero presto le tracce di quell’allenatore innovatore venuto dalle rive del Danubio fino al nostro paese per insegnare un altro tipo di calcio. Il merito di aver riportato alla luce la storia di Weisz lo si deve unicamente al giornalista sportivo bolognese Matteo Marani, all’epoca direttore del Guerin Sportivo (oggi ricopre lo stesso ruolo a Sky Sport24). Attraverso uno studio minuzioso di registri scolastici, cartoline natalizie e altre bizzarre ma utilissime fonti, il giornalista (nonché storico) è riuscito nell’impresa di ricostruire la drammatica epopea dell’allenatore magiaro. Marani ha raccontato questa storia in un libro dal titolo molto evocativo: Dallo scudetto ad Auschwitz.

La copertina del libro di Marani.
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Giacomo Van Westerhout

Nato nel 1992, laureato in Filosofia e laureando in Scienze filosofiche. Interessato all'intreccio tra filosofia e letteratura a causa di una tesi di laurea, e tra calcio e cultura per semplice passione. Sogno di aprire un bar con gli amici di sempre sulle coste dell'Andalucia.