Cultura come esperienza: il patrimonio immateriale italiano

C’è un concetto di cultura sotteso al vivere odierno, ed è quello della cultura come esperienza. Imparare attraverso il fare, esserci per capire. È un approccio meno ostico, meno formale, rispetto al serioso passato, è più edutainment, sempre più sbilanciato sull’entertainment. C’è poi, pregnante, un “culto della cultura” nell’aria che fa leggere ogni esperienza come culturale, in quella versione “sociale-antropologica” che sempre più scappa dalla “culturale-alta”. Ebbene, si può avere una visione spocchiosa di questa evoluzione della percezione del culturale, o semplicemente lasciarcisi andare, e intrattenersene.

Per chi goliardicamente gioca a perdersi nelle tradizioni locali, quando va in vacanza, si può suggerire una buona fonte di ispirazione di nuove mete. E, paradossalmente, questo elenco di piacevolezze deriva proprio dal borioso diritto. Una Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale (articolo 16) è stata istituita dal Comitato Intergovernativo dell’Unesco nel 2008. Si tratta, in sostanza, di un elenco di espressioni culturali che, passate al vaglio, sono state ritenute degne di rappresentare il patrimonio immateriale mondiale. Tale patrimonio è salvaguardato dal 2006, anno in cui è entrata in vigore la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale.

Entrando nel merito della questione si vede che, al 27 novembre 2014, sono iscritti 348 beni, 6 dei quali sono italiani.

L’opera dei pupi è un chiassoso spettacolo di marionette della tradizione siciliana. Sul palco Carlo Magno e i suoi paladini, a compiere le gesta sul copione del ciclo carolingio e della Storia dei Paladini di Francia. “Pupi” sono le marionette, dal latino pupus (bambino). Il pupo è finemente decorato e cesellato, di legno, oppresso da una vera e propria corazza. Il puparo, spesso analfabeta, recitava però agilmente a braccio la Chanson de Roland, la Gerusalemme liberata, l’Orlando furioso. A volte poi, per farla alle autorità, i pupari parlavano in baccagghiu, quando dovevano dire cose per questa sconvenienti.

Opera dei pupi. Fonte: www.nikonclub.it

Il canto a tenore sardo è uno stile di canto corale a cui gli abitanti dell’isola sono profondamente legati. È un’espressione unica e autoctona, oltreché carattere distintivo della realtà agro-pastorale, strato sociale particolarmente rilevante in Sardegna. L’origine è controversa, ma una tradizione ne lega i gorgheggiamenti all’imitazione di voci della natura: su bassu sarebbe il muggito del bue, sa contra il belato della pecora, sa mesu hoche il verso dell’agnello, mentre il sa boche solista è l’uomo stesso, che della natura ha avuto ragione.

Canto a tenore. Fonte: www.sardegnacultura.it

L’arte del violino a Cremona è caricata della responsabilità di migliore tecnica al mondo in materia. L’antica pratica di costruzione degli strumenti ad arco (violini, viole, violoncelli e contrabbassi) è figlia di tale Andrea Amati, liutaio che correva il XVI secolo. Passata per le mani dei Guarneri, la pratica di bottega arriva all’oggi celeberrimo Antonio Stradivari, attivo nel XVIII secolo.

Arte liutaria a Cremona. Fonte: notizie.comuni-italiani.it

La dieta mediterranea è assurta a modello nutrizionale di riferimento, garante di longevità e salute, in seguito allo studio del fisiologo statunitense Ancel Keys negli anni cinquanta del secolo scorso. Le implicazioni storiche e antropologiche hanno portato al suo riconoscimento come patrimonio intangibile di Italia, Marocco, Spagna, Grecia, Cipro, Croazia e Portogallo. Ma «la dieta mediterranea non è solo dieta e non c’è una sola dieta mediterranea» (Lucchin Caretto, 2012). Da un concetto meramente gastronomico è passata oggi a coprire un vero e proprio spazio di senso. La dieta mediterranea è oggi tradizione radicata nelle terre che si affacciano sul bacino carico di storia, non solo semplice affastellamento di cibo con particolari proprietà propedeutiche (olio d’oliva, vino, cereali integrali, frutta e verdura, carne, pesce e latticini).

Dieta mediterranea. Fonte: www.inran.it

Le macchine a spalla sono le strutture portanti di idoli diversi in processioni e riti popolari, di carattere religioso o profano. Da macchine votive si è transitato verso cataletti, poi sostegni, impalcature, torri piramidali di legno, ferro o materiale di altra natura. Tra le grandi processioni che le hanno fatte presenziare, sono quattro quelle che intessono attualmente la Rete delle grandi macchine a spalla, dal 2013 nel patrimonio orale e immateriale dell’umanità: Macchina di Santa Rosa (Viterbo, 30 metri), Festa dei Gigli (Nola(NA), 25 metri), Varia di Palmi (Palmi (RC), 16 metri), Faradda di li candareri (Sassari, 6 metri).

Macchina di Santa Rosa. Fonte: roma.repubblica.it

La vite ad alberello di Pantelleria è la prima pratica agricola ad essere riconosciuta come bene immateriale e culturale. Fu introdotta dai Fenici e fino a oggi ha dimostrato la strenua capacità dell’uomo di produrre bellezza e forza anche nel disagio di condizioni estreme. Pantelleria è Bent-el-Rhia, la “figlia del vento” in arabo, costantemente schiaffeggiata da un vento ostile, disegnata dai terrazzamenti e pregna sempre per l’umidità. L’alberello pantesco è una tecnica “creativa e sostenibile”, giocata sulla “conca” che accoglie la vite nel terreno per proteggerla dalle intemperie e sulla potatura che la fa crescere orizzontale, quasi strisciante sul terreno. La coltivazione è completamente naturale, si sostiene su terrazze sorrette da muretti a secco che difendono Pantelleria dall’erosione. È una viticoltura eroica, come tante buone pratiche della nostra tradizione, da salvaguardare e da rivisitare, perché parte della nostra identità di ora come allora.

Vite ad alberello di Pantelleria. Fonte: www.teatronaturale.it

 

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