Crisi energetica e di finanza
pubblica: due bufale referendarie

Fonte: www.raistoria.rai.it
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Mancano poco più di due settimane al 17 aprile, data in cui si terrà il referendum sulle trivellazioni. Del significato politico e dei vari aspetti del quesito referendario abbiamo parlato in questo articolo, non entrando tuttavia nel merito della questione del fabbisogno energetico nazionale: un tema cruciale, che merita un approfondimento a parte e che ci proponiamo di sviluppare nelle righe che seguono.

Quello della crisi energetica è l’argomento prediletto di coloro che invitano ad astenersi o a votare “No”: qualora vincesse il “Sì”, dicono, l’Italia smetterebbe di sfruttare le risorse fossili presenti sotto il fondale del Mar Mediterraneo ed aumenterebbe la propria dipendenza energetica dalle importazioni estere, aumentando il traffico di navi petroliere davanti alle nostre coste. Lo Stato, inoltre, perderebbe ingenti introiti fiscali dalle tasse sulle estrazioni, e questo si ripercuoterebbe in modo negativo sui conti pubblici.

Quanto c’è di vero in queste affermazioni? La vittoria del Sì può davvero causare una crisi energetica nazionale ed un peggioramento significativo della salute dei conti pubblici? Proviamo a rispondere a questa domanda, mostrando dati utili ed entrando nel merito dei contenuti.

SIAMO UN PAESE RICCO DI IDROCARBURI?  Qualche mese fa il Sole24ore ha pubblicato un articolo in cui è presentata una stima delle riserve di idrocarburi presenti nel perimetro nazionale: le risorse verificate ammontano ad 84,8 milioni di tonnellate di petrolio ed a 53.713 milioni di metri cubi standard di gas metano.

Fonte: Sole24Ore
Fonte: Sole24Ore

Accanto alle risorse certe viene effettuata una stima delle riserve “probabili” e “possibili”, che ammonterebbero a 700 milioni di tonnellate tra greggio e metano (la maggior parte delle quali situate nel Sud Italia ed in particolare in Sicilia). Si tratta di numeri indubbiamente elevati, ma di difficile verifica: come afferma il Ministero dello Sviluppo Economico, «si tratta naturalmente di stime, cui si deve attribuire un notevole coefficiente di incertezza, dato che sono basate su considerazioni speculative derivate dalle esperienze di precedenti lavori».

In un ragionamento serio sull’autonomia energetica nazionale, pertanto, occorre prendere in considerazione i dati relativi alle risorse certe: se il volume totale di greggio e metano presente sotto il suolo italiano venisse estratto tutto insieme (cosa che non si può fare, dato che rovinerebbe il prodotto e metterebbe a repentaglio lo sfruttamento del giacimento), l’autonomia energetica nazionale ammonterebbe a 6-7 settimane nel caso del petrolio ed a circa 6 mesi nel caso del metano.
Checché se ne dica, l’Italia non è un Paese ricco di idrocarburi e le risorse accertate non sono in grado di impattare in modo significativo sulla nostra capacità di indipendenza energetica rispetto alle importazioni dall’estero.

ROYALTIES, FRANCHIGiE, IMPORTAZIONI – Appurato che le riserve nazionali di idrocarburi non sono in grado di garantirci autonomia energetica di medio-lungo periodo, viene da chiedersi: il petrolio ed il metano estratti ogni giorno dalle piattaforme operanti nel Mediterraneo soddisfano direttamente il fabbisogno nazionale o vengono immessi sul mercatoSe vengono immessi sul mercato, quale è il giovamento (in termini economici) che ne trae lo Stato?

Stando al Codice Civile (art. 826) i giacimenti di idrocarburi appartengono al patrimonio indisponibile dello Stato. Di fatto, tuttavia, lo Stato autorizza delle società (a patrimonio pubblico, privato o misto, come oggi è l’ENI) ad estrarre tali risorse, ed applica delle aliquote fiscali (dette royalties) sui volumi estratti:

Fonte: valigiablu.it

Gli introiti sono suddivisi secondo i seguenti criteri:

Fonte: valigiablu.it

Se si considera che la media delle aliquote fiscali dei Paesi del Nord-Europa è del 30%, e che la Norvegia arriva ad applicare una tassazione pari all’80% sui volumi estratti, si comprende facilmente come l’Italia abbia un sistema fiscale fortemente favorevole per l’industria Oil&Gas. Non solo: oltre alle aliquote fiscali estremamente basse, ed una somma complessiva di finanziamenti al settore (lungo tutta la filiera) per circa 17 miliardi di euro all’anno, lo Stato italiano garantisce alle compagnie petrolifere le cosiddette “franchigie”: volumi estratti di metano e petrolio totalmente esentasse. Tali volumi, calcolati su base annuale, ammontano a: 20mila tonnellate di petrolio per gli impianti sulla terraferma, e 50mila tonnellate di petrolio dalle piattaforme in mare; 25 milioni di metri cubi standard di metano estratto dagli stabilimenti sulla terraferma, 80 milioni di metri cubi standard di metano estratti dalle piattaforme in mare.

Di seguito, gli introiti fiscali del 2015 dal settore Oil&Gas:
Fonte: valigiablu.it

Ricapitolando: il metano ed il petrolio estratti dalle piattaforme che operano nel Mediterraneo non contribuisce direttamente al soddisfacimento del fabbisogno nazionale, al contrario lo Stato li riacquista dalle società a cui ha rilasciato l’autorizzazione ad estrarre (nel 2014, fonte del Ministero dello Sviluppo Economico, l’Italia ha importato il 90% degli idrocarburi ed è stata soddisfatta per un 10% circa dalle risorse estratte entro il suo perimetro); sono circa 300 i milioni di euro che ogni anno le pubbliche amministrazioni incassano dalle tasse sulle estrazioni, una cifra che non incide in modo rilevante sui bilanci e che, venendo a mancare, non causerebbe alcuna crisi di finanza pubblica.

Infine, non c’è alcun rapporto tra diminuzione delle estrazioni ed aumento dell’importazione di idrocarburi, ed a dimostrarlo non è un’astratta ideologia ambientalista (come affermano gli astensionisti) quanto i dati degli ultimi anni: nel 2010 la produzione nazionale di gas è stata pari a 8.406 milioni di metri cubi e le importazioni si sono assestate a 75.304 milioni di metri cubi; nel 2013 la produzione nazionale è stata pari a 7.735 milioni di metri cubi, e le importazioni pari a 61.966 milioni; nel 2014, infine, la produzione nazionale si è assestata a 7.149 milioni di metri cubi, e le importazioni a 55.757 milioni. Dal 2010 al 2014 la produzione nazionale è calata di 1.257 milioni di metri cubi di metano, così come è calata anche l’importazione (-19.547 milioni di metri cubi): nessun rischio di aumento di dipendenza energetica dalle importazioni, nessun aumento di traffico di petroliere nei nostri mari. 

LA BUFALA DELLA CRISI ENERGETICA – Le concessioni interessate dal referendum del 17 aprile sono ventuno: una scade tra due anni, cinque tra cinque, le restanti quindici in un periodo compreso tra dieci e venti anni. Qualora vinca il Sì, pertanto, le piattaforme interessate dalle concessioni non smetteranno di estrarre dal 18 aprile: cesseranno le attività quando le concessioni arriveranno alla scadenza contrattualmente stabilita, concessioni che lo Stato potrà eventualmente rinnovare in base ad una valutazione di opportunità politica ed alla luce del nuovo contesto in cui avverranno le trattative.

Così come non ci sarà alcuna crisi di finanza pubblica, non ci sarà neppure alcuna crisi energetica: le piattaforme che operano entro le 12 miglia contribuiscono infatti al fabbisogno nazionale per il 3% nel caso del metano e per lo 0,95% nel caso del petrolio, percentuali tranquillamente riassorbibili (in un’ottica pluriennale) con l’aumento dell’efficienza energetica e l’investimento nelle fonti rinnovabili.

Nonostante gli astensionisti ed il “partito del No” stiano cercando in tutti i modi di fare terrorismo psicologico, la vittoria del Sì non avrà alcuna conseguenza catastrofica. Tranne, magari, per i profitti dei magnati del petrolio: ma questa è decisamente un’altra storia, che non ha nulla a che fare con l’interesse pubblico a vivere in un ambiente pulito ed in un sistema economico fondato su risorse eco-sostenibili. 

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