In Italia crescono i consumi ma aumentano le diseguaglianze

Secondo gli ultimi dati dell’ISTAT, relativi al 2016, in Italia il potere di acquisto delle famiglie nel terzo trimestre 2016 conferma un trend positivo, il migliore dal 2001. Contemporaneamente, la pressione fiscale diminuisce e scende al 42,9%, dato annuo per l’intero 2016. Molto positivo anche il dato dei profitti delle imprese che raggiungono nel 2016 il valore annuo più alto da cinque anni (4,2%).

Si tratta di dati certamente confortanti e positivi, i quali certificano indirettamente la bontà di alcune delle riforme adottate dai recenti governi, ma sui quali è ancora necessario lavorare a livello sia nazionale sia europeo. A tal proposito, serve, in primis, recuperare la fiducia nel sistema e nelle istituzioni che lo rappresentano. Non è un caso, infatti, che, contemporaneamente all’aumento del dato sui consumi, è arrivato quello sul risparmio delle famiglie italiane, che nel 2016 è salito dall’8,4% all’8,6%, segno che la fiducia nella ripresa del sistema si sta ancora formando.
Il fatto che, nonostante un aumento dei consumi, la fiducia degli italiani non aumenta viene testimoniato dai risultati dell’ultimo studio condotto dalle ACLI, sulla distribuzione del reddito nel nostro paese.

I risultati del primo e del secondo studio non vanno letti in contrapposizione l’uno con l’altro ma sollevano istanze che vanno prese in considerazione con uguale attenzione. Secondo la ricerca delle ACLI, infatti, l’effetto combinato della crisi (specialmente dell’industria) e la spinta alla modernizzazione ha prodotto ben cinque fratture che percorrono l’Italia. Attraverso una combinazione delle dichiarazioni dei redditi presentate ai Caf e delle banche dati ufficiali, emergono cinque aree tra di loro molto differenti per reddito pro-capite, indicatori economici e disagio sociale.

Vi è un primo polo, quello delle province di Milano e Roma e dell’Emilia Romagna, trainato dallo sviluppo dei servizi e del terziario avanzato, dalla presenza delle grandi imprese e dalla crescita demografica, grazie al saldo positivo dei migranti, che si pone come alfiere modello della crescita italiana post crisi. Vi è poi il gruppo dell’Italia “delle comunità prospere”, o benessere diffuso. Qui il tasso di occupazione è al 66%, ben dieci punti sopra la media nazionale. Ne fanno parte alcune province piemontesi, toscane e tutto il nord-est, tranne Venezia.

Vi sono poi i territori “industriosi”, quelli storicamente manifatturieri, che, pur perdendo terreno, a causa della crisi, riescono a resistere con un PIL pro capite sopra la media nazionale.

Le ultime due zone sono entrambe al sud della penisola e comprendono le aree di maggiore disagio e difficoltà. Qui la disoccupazione giovanile supera il 55% e l’indice di occupazione è solo al 40%.

Queste divergenze geografiche certificano un trend purtroppo tristemente noto.

Quello che però stupisce è un altro dato, che emerge dallo studio: le profonde asimmetrie che maturano all’interno dei sistemi stessi. Il dato che emerge, ad esempio, è che l’Italia dei “poli dinamici”, sia anche quella “della crescita asimmetrica”. Si tratta dell’Italia più ricca, dove la resistenza alla crisi è stata maggiore e dove la crescita è ora più forte, ma nella quale, tuttavia, le diseguaglianze sociali sono aumentate. Nella zona dell’hinterland milanese, ad esempio, dal 2008 al 2015 le diseguaglianze sono cresciute del 7,6%, rispetto al 4,3%, media nazionale.

Questi dati fanno riflettere e ci ricordano che se il primo obiettivo è la ripresa economica e la ri-occupazione, questo ha una premessa fondamentale che non può essere disattesa: serve coesione e giustizia sociale.

La crescita enorme delle diseguaglianza spaventa molto, soprattutto se questa aumenta in modo proporzionale alla crescita economica del territorio. Questa divergenza di prestazioni denota una disattenzione e una mancanza di prospettiva di lungo termine molto grave. Trovare una soluzione al più presto è dunque quanto mai necessario.

 

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Dottorando (PhD candidate) presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano e collaboratore dell'eurodeputato Luigi Morgano. Ho lavorato al Parlamento Europeo da Maggio 2016 fino gennaio 2017 e sono laureato in Filosofia Politica presso il Dipartimento di Filosofia dell'Unimi. Mi interesso di teorie contemporanee della democrazia, con un'attenzione particolare all'UE e alle politiche sociali dell'Unione. Attivo politicamente nel PD dalla fondazione nel 2007 e nei GD di Brescia. Ho studiato e vissuto quasi due anni in Germania, dove ho approfondito il tema del deficit democratico dell'UE e le diverse teorie dell'integrazione europea.