Cosa significa Resistenza?
Pasolini e “Salò o
le 120 giornate di Sodoma”

di Paolo Saporito.

gerarchi

Che cosa significa Resistenza? Nel dibattito culturale dell’Italia degli ultimi decenni, questo è per certo uno dei termini più dibattuti, contraddittori e politicizzati, non solo a causa della sua risonanza storica nel nostro paese. Resistenza è altresì un termine contraddittorio, o almeno difficile da scorgere, nel film Salò o le 120 giornate di Sodoma, diretto da Pier Paolo Pasolini nel 1975.

Salò racconta la storia di un gruppo di gerarchi fascisti della Repubblica di Salò che, sul finir della guerra, prelevano un gruppo di giovani uomini e donne per portarli in un palazzo dove essi diventano loro prigionieri e devono sottostare a un codice di comportamento stabilito dai gerarchi stessi. Lo scandalo che questo film generò, e che ne compromise la diffusione, è dovuto alla serie infinita di sevizie, torture e violenze sessuali, nonché brutture alquanto riluttanti (famoso l’episodio di coprofagia) che Pasolini rappresenta esplicitamente, senza alcuna censura. Queste scene rendono la visione di questo film (quasi) insostenibile agli occhi di un qualsiasi spettatore appartenente alla morale più tradizionale o, si potrebbe dire, conformista, un effetto cercato e portato agli estremi.

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Salò è l’ultimo film di Pasolini e rappresenta il culmine di un periodo abbastanza tetro nella vita dell’intellettuale. L’energia vitale e la ricerca di una realtà alternativa attraverso il mezzo cinematografico, che aveva caratterizzato film come Il Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972) e Il fiore delle Mille e una notte (1974), viene disconosciuto dalla famosa Abiura della Trilogia della vita, dove Pasolini sottolinea la totale deformazione dell’umanità contemporanea per opera del sistema capitalistico e del suo corollario, vale a dire la logica consumistica. Tuttavia, tra il sangue, le feci e le urla delle vittime di questo film, il regista non smette di incorporare in queste figure martoriate il seme di una resistenza contro la logica cui i gerarchi vorrebbero sottometterli. Ed è interessante notare che questa resistenza emerge ad un livello materiale, pristino o primitivo se si vuole, vale a dire nel corpo stesso e nelle pulsioni che in esso hanno origine.

Il codice secondo il quale i gerarchi regolano le attività interne al palazzo è molto semplice: i prigionieri devono essere pronti a soddisfare qualsiasi tipo di piacere sia loro imposto. Portato ai suoi estremi, questo principio deforma e trasforma l’individualità delle vittime sia in senso materiale sia in senso psicologico. In altre parole, il significato del loro corpo e della loro individualità, dei loro desideri e volontà soggettive, secondo i gerarchi “libertini,” vorrebbe essere strettamente determinato da questo codice, senza alcuno spazio di interpretazione. Le vittime non sono semplicemente ridotti ad oggetti, bensì sono ancor più sminuiti e diventano significanti di un significato che ha un senso solo all’interno di un determinato codice (il palazzo stesso, nell’allegoria del film) e nessun altro al di fuori di esso.

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Eppure, questo non è del tutto vero, perché i prigionieri riescono a resistere a questa logica costruendosi degli spazi di intimità “altra”, un’alterità, in cui il loro corpo e il loro desiderio assumono un senso individuale in netta contrapposizione al determinismo dei libertini. Nell’ultimo capitolo del film, il cosiddetto Girone del Sangue, tre scene rivelano queste forme di resistenza. Nel primo caso, una ragazza tiene la foto di un giovane sotto il cuscino, un ragazzo di cui è presumibilmente innamorata. Nel secondo, due ragazze sono scoperte essere amanti, mentre nell’ultimo caso un ragazzo, Ezio, ha una relazione con una delle serve nere della villa.

Certo, tutte queste forme di resistenza sono scoperte da un gerarca che prontamente minaccia di uccidere le vittime. Inoltre, nei primi due casi sono le vittime stesse che denunciano i compagni e fanno scoprire al libertino gli episodi successivi. Eppure, nonostante l’incombenza della delazione, i corpi e le pulsioni sessuali di questi personaggi si stanno ribellando all’estrema imposizione deterministica che vorrebbe deformare la loro completa identità. In questi casi, le vittime usano il legame sentimentale (o comunque l’atto sessuale) come atto d’espressione di una propria individualità che vuole affermare il loro corpo come qualcosa di “altro” dal mero strumento di piacere al servizio dei gerarchi.

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Come Wu Ming 1 ha scritto su Giap, «nella villa c’è sempre, accanto allo spazio delle performances sadiche rigidamente coreografate (della riduzione degli umani a pura mandria nuda) anche uno spazio della resistenza – anzi, della Resistenza – e della cospirazione. La cospirazione è scoperta e repressa dal branco,  ma un pugno chiuso levato al cielo [la posizione in cui Ezio rimane prima di essere ucciso, ndr] lascia interdetti i dominatori e apre uno “squarcio” non previsto».[1]

Nell’ultimo Pasolini, nonostante il pessimismo e l’insostenibile consapevolezza della contraddizione immanente a se stesso, quella di intellettuale comunista appartenente alla borghesia letteraria, la Resistenza non si ferma e la violenza, il sangue e le feci, espressioni carnali esagerate, sono quegli strumenti con cui il regista vuole creare questi “squarci” nella morale borghese e conformista, che deforma la percezione del corpo umano e pretende di determinarne i significati. È nel corpo stesso, spoglio di questo moralismo bigotto, che gli esseri umani possono trovare espressione della loro soggettività. Certo, Pasolini non sta puntando a un’utopica esistenza “al di fuori” dell’inglobante logica capitalista, ma a un’esistenza consapevole all’interno di essa, in uno spazio dove alcune forme di comportamento possono minare tale logica dall’interno e diffondere lo spirito critico fondamentale per questo livello di consapevolezza.

È importante sottolineare che fascismo e comunismo sono da interpretare come componenti allegoriche e non come riferimenti a una banale contrapposizione partitica. Pasolini costruisce un’allegoria degli effetti del consumismo sugli esseri umani immergendola in un contesto storico, quello della dittatura, dove il senso di un’esistenza asfittica era simile (con notevoli – ed imbarazzanti – implicazioni per la memoria storica italiana che spesso tende a dimenticare certi atteggiamenti criminali di quel periodo). Infatti, la Resistenza non è soltanto un fenomeno storico collocato in un preciso spazio temporale stampato sui libri di storia, ma è una pratica quotidiana che di quel periodo storico, così come delle resistenze del passato, può alimentarsi per creare un senso critico e una consapevolezza oggi più necessarie che mai.

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[1] Branco ’75: Unire quel che appare diviso: Salò e Amici miei, note per una visione comparata, 21/04/2010, Giap (http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=114).

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