Come eravamo (quando ci amavamo)

Una foto tra le mani e il tempo sembra riavvolgersi, porta indietro immagini, sensazioni ed emozioni che pensavamo sepolte e invece sono lì, tra le pieghe agli angoli sbiaditi e il segno di un’impronta digitale sul margine destro. I capelli in un certo modo, l’abbigliamento che andava di moda, i sorrisi e gli sguardi che si hanno avuti un tempo e da allora mai più. Non allo stesso modo, almeno. Perché quelle espressioni erano per lui, con lui. E la gioia nel volto, quella che illumina gli occhi a una certa maniera, quella che dopo sarebbe stata più matura, più intensa, comunque diversa, era per lei, e con lei. Ecco Come eravamo, ecco quello che adesso non siamo più.

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Robert Redford e Barbra Streisand in “Come Eravamo”, regia di Sidney Pollack, 1973

Sfogliare un album fotografico è come aprire una scura camera dei ricordi, di quelle chiuse a doppia mandata, a cui da bambini ci vietavano anche solo di avvicinarci. È una stanza blindata, messa in sicurezza per beffare i ladri, vietare loro l’accesso al prezioso tesoro. Un tesoro che un tempo abbiamo voluto occultare, perché il dolore era troppo e la ferita bruciava. Un tesoro nascosto agli sguardi indiscreti, preservato – almeno ora – dalle dicerie della gente.

È un istante fissato mentre il tempo ha esaurito la sua funzione corrosiva, unendosi al risentimento, alla rabbia, a ciò che poteva essere se solo si fosse agito in quella maniera, si fosse parlato in quella maniera. La fotografia resta l’estremo ricordo prima della caduta delle speranze, prima che i se e i ma prendessero il sopravvento spazzando via gli sguardi e i sorrisi. È l’ultimo baluardo di un sentimento perduto, quello che c’era un tempo e adesso, semplicemente, non esiste più.

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Katie e Hubbell li si immagina così, bellissimi e sorridenti in un’istantanea degli anni Trenta. Sullo sfondo la guerra fredda, le colombe e i falchi, le proteste contro l’intervento in Vietnam. La grande storia dentro la piccola storia, la sfera pubblica interconnessa a quella privata. Lei (Barbra Streinsand) è una militante comunista con il desiderio di rendere il mondo un posto migliore, lui (Robert Redford) uno studente borghese, arruolato nell’esercito, con la placida aspirazione di diventare scrittore. Un’ebrea impegnata e uno wasp tutto-denti, due poli opposti di un mondo – allora più che mai – bipolare.

Eppure si piacciono, si scelgono, s’innamorano. Lui è bellissimo, da copertina delle riviste, lei ha i capelli crespi e il naso un po’ troppo grosso, parla di politica nelle conversazioni da tè, rigetta quel mondo yuppie (diremmo oggi) in cui lui invece è immerso fino al collo. Sono l’emblema palese di ciò che di più lontano esiste nel mondo, due modi diversi di essere americani, due maniere diverse di essere giovani. 

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Però nonostante tutto sorridono, lei coi capelli stirati poggiati alla guancia rasa di lui, gli occhi lucenti di chi conosce l’amore, il sorrido raggiante che viene da dentro. È così che li immortala la fotografia ferma-tempo, quella che fissa per sempre un istante che non tornerà più.

Perché Katie e Hubbell si lasciano, così, senza un perché. Non bastano i vestiti da signora elegante, le feste sul mare accettate per lui, le tirate politico-rivoluzionarie sopportate per lei. Si lasciano una sera dopo essersi guardati negli occhi, senza bisogno di parole, che quelle non servono mai. Forse lui l’ha tradita, forse ama un’altra, forse, semplicemente, sono troppo diversi. Ma il perché vero, e ultimo, non lo sapremo mai e in fondo, davvero, non ci interessa saperlo.

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Sidney Pollack, il regista, aveva provato a rivelarlo, in una delle cinque scene tagliate in fretta e furia dopo una proiezione privata in cui nessuno pianse. Ci aveva provato ma ringraziamo il cielo, davvero, che ci abbia ripensato. Perché conoscere il motivo reale avrebbe privato il film della sua principale componente “realistica” (se così possiamo chiamarla), quella insopportabile impossibilità di trovare un “perché” alla fine di una storia d’amore.

Preferiamo immaginarlo il motivo per cui due che si sono amati e odiati – sempre amandosi – decidono di dirsi addio. Preferiamo scegliere noi, consapevoli che Hubbell sa, da sempre, che tra loro chi è migliore è Katie. Consapevoli che lei, anche con una figlia, anche senza l’amore della sua vita, non molla mai. Preferiamo fare così per immedesimarci un po’, per trovare consolazione all’inevitabile tormento di un amore finito.

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Se Pollack avesse inserito la scena non avremmo pianto ancora, come la prima volta, all’ennesima proiezione. Avremmo la certezza che ci si può lasciare per un motivo preciso, una sentenza tesa a squarciare il velo delle nostre illusioni su cui ancora riposeremo per non farci più male di quanto non sia già stato.

Per questo Come eravamo è un film sull’incomunicabilità esistenziale che diventa insanabile, sull’impossibilità di un amore puro e senza compromessi, lontano dalla storia, dalle contingenze, dal tempo che passa. «Vorrei che ci si potesse amare», dice Katie, e questo è il punto più difficile, perché l’amore a volte può anche non bastare e a niente servono i perché e i percome quando non ci si è potuti amare.

Come eravamo è il film di tutti quelli che sfogliano l’album dei ricordi, aprono il lucchetto delle emozioni “congelate” e guardano con nostalgia ai sorrisi di gioia e agli sguardi d’amore. A come eravamo ed oggi, purtroppo, non siamo più. 

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