Chiacchierata con Alberto
Caviglia, regista
dall’irriverente umorismo

Ad un anno dal suo debutto alla Mostra del Cinema di Venezia 2015, Alberto Caviglia, a soli 32 anni, si è guadagnato numerose nomination e riconoscimenti nazionali ed internazionali con il suo primo film Pecore in Erba (2015), un mockumentary che tratta in maniera ironica e anticonvenzionale lo spinoso tema dell’antisemitismo. Nel lungo tour di promozione del film che lo ha portato anche in Cina, in Israele, in Germania e in Francia. Il regista ha avuto numerose occasioni di dialogare con il pubblico e di spiegare la propria idea di cinema. Noi lo abbiamo incontrato a Venezia, al Lido, dove proprio un anno fa si è presentato per la sezione Orizzonti.

cavilgia

Per prima cosa, quanto c’è di spirito ebraico nei tuoi film?

Questa per me è una domanda molto difficile, non riesco a capirlo neanche io. Questo film è il prodotto di tante esperienze, di tanto cinema con cui sono cresciuto e che ho cercato, in un certo senso, di fare mio. È una storia originale che ho voluto raccontare senza dover pensare quali fossero queste contaminazioni. Inevitabilmente, a film fatto, mi sono reso conto che molti dei modelli a cui mi ero ispirato erano effettivamente ebraici, gli stessi con cui ero cresciuto fin da bambino.

Ti senti più vicino alla poetica di Woody Allen o a quella più dissacrante di Sacha Baron Cohen?

Sono registi che amo moltissimo e nel mio film è possibile trovare lo spirito di entrambi. Questo film, in particolare, omaggia a tratti un film di Woody Allen, Zelig. Infatti il nome e la personalità del protagonista di Pecore in erba, Leonardo Zuliani, rimandano proprio al personaggio di Leonard Zelig. Anche i Monty Python, comunque, costituiscono per me un importante punto di riferimento.

Una scena del film Zelig (1983) di Woody Allen
Una scena del film Zelig (1983) di Woody Allen

Parlando di festival cinematografici, Festival del Cinema di Venezia e nomination ai David di Donatello, ti aspettavi tali riconoscimenti?

Sinceramente no, nessuno dei due. Devo dire che sono stati uno più sorprendente dell’altro, in particolare Venezia. Inevitabilmente poi, quando un film partecipa a festival di tale rilevanza riceve anche numerosi inviti e riconoscimenti internazionali, come il Beijing International Film Festival o il LICHTER Filmfest Frankfurt International.

Alberto Caviglia al Licher
Alberto Caviglia ospite al Licher Filmfest Frankfurt International

Qual è stata la soddisfazione più grande che hai ottenuto con Pecore in erba?

Al di là dei premi, quello che più mi ha fatto piacere è stato vedere la reazione del pubblico più giovane. Ho partecipato ad alcune proiezioni nei licei e la fascia di pubblico dei ragazzi si è dimostrata forse la più ricettiva ed entusiasta.

Qualche idea o proposta per riavvicinare le nuove generazioni al cinema?

Sinceramente sono abbastanza realista e un po’ pessimista su questo punto. Non lo so, vedo che la maggior parte di loro si appassiona alle serie tv, un fenomeno interessante che però probabilmente li allontana dalle sale. Non so se ci sia un reale antidoto a questo fenomeno.

Il cast di Pecore in erba durante la conferenza stampa alla Mostra del Cinema di Venezia 2015
Il cast di Pecore in erba durante la conferenza stampa alla Mostra del Cinema di Venezia 2015

Tra i giovani registi emergenti, quest’anno ha avuto notevole successo Gabriele Mainetti con Lo chiamavano Jeeg Robot (2016), tuo “diretto concorrente” ai David di Donatello per la categoria “Miglior regista esordiente”. Che impressioni hai avuto di questo film?

È un film che mi è piaciuto molto, tanto da fare il tifo per lui alla premiazione dei David (ride, n.d.r). L’ho trovato veramente una ventata di aria fresca, un film innovativo che ha riaperto un intero genere.

Una scena del film Pecore in erba
Una scena del film Pecore in erba

Qualche considerazione sull’attuale stato del cinema italiano? Un certo cinema d’autore è effettivamente tornato?

Non lo so: mi preoccupa e mi incoraggia constatare come, pur peggiorando le condizioni produttive, si continui a produrre numerosi film, e vedere che tra tanti emerge anche qualcosa di interessante, soprattutto dal punto di vista dei generi. Mi sembra che ultimamente si tenti di osare un po’ di più, si cerchi di sperimentare nuove forme o di riprenderne altre che sembravano estinte.

Allo stesso tempo, però, sono anche abbastanza inquieto nel vedere che sempre meno pubblico frequenta le sale cinematografiche. Di conseguenza, si investe sempre di meno e le condizioni di lavoro sul set peggiorano per tutti.

La scelta del mockumentary è stata fatta per avvicinarsi di più ai giovani o è una scelta del tutto personale?

È una forma narrativa che sotto un certo punto di vista viene ripresa molto anche attraverso internet e le web series. Ciò che mi rende più appagato è di essere riuscito a fare un film e di averlo portato a un festival come quello di Venezia attraverso un genere che è sempre stato poco diffuso in Italia. Spero che tutto ciò possa essere da stimolo per nuovi registi emergenti.

Alberto Caviglia sul set di Pecore in erba
Alberto Caviglia sul set di Pecore in erba – fonte: www.haviuethayom.com

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Nata a Verona 19 anni fa, ancorata alle sue radici marchigiane, in sintonia con il sentire del conterraneo Giacomo Leopardi. Affetta da sempre dalla sindrome dell'ebreo errante di Kafka e Chagall, vive a Venezia e studia Conservazione dei Beni Culturali, in fuga da un Liceo (troppo) scientifico. Fa la pace con il mondo quando va a cavallo e quando disquisisce con il suo cane.