Bruce Springsteen
incendia San Siro
con The River Tour

«I’m the president, but he’s the Boss». Barack Obama, 6 dicembre 2009,
cerimonia di assegnazione dei Kennedy Center Honors

Domenica 3 luglio. Sessantamila spettatori, tra cui molti stranieri, 3 ore e 45 minuti per 35 (36 se si considera il fuori programma di una Growin’up acustica poco dopo le 17) brani in scaletta senza stacchi, un grandioso spettacolo che infiamma uno stadio San Siro già ben accaldato di suo. Concerto ripetuto, ma completamente diverso, soltanto due giorni dopo, stesso posto, stessa ora, e alcune tra il pubblico erano davvero le stesse persone, quei pochi fortunati che hanno potuto concedersi il bis.

Bruce Springsteen a Milano ed è subito emozione, è il connubio con una platea a cui è sempre molto legato, è la storia del rock a stelle e strisce. E la bandiera americana c’è, lassù, sulla tensostruttura del palco, e neanche troppo sventolante vista la totale assenza del vento che arriverà a dare un poco di sollievo solo verso fine serata.

Foto di Max Dani
Foto di Max Dani

Le note di Ennio Morricone – il tema di Jill tratto dal film di Sergio Leone  C’era una volta il West – annunciano l’arrivo sul palco della E Street Band in versione ridotta: Stevie Van Zandt (chitarra e voce), Nils Lofgren (chitarra), Max Weinberg (percussioni), Garry Tallent (basso), Roy Bittan (piano, tastiere), Charles Giordano (tastiere, fisarmonica), Jake Clemons (sax), Soozie Tyrell (violino, voce e chitarra acustica).

E quando il Boss compare, non si può fare a meno di notare, nei primi piani sui grandi schermi, il suo sguardo ammutolito davanti alla coreografia, frutto di mesi di lavoro del team “Our love is real“, già attivo nel concerto del 2013: migliaia di fogli di plastica colorata, debitamente posizionati sui seggiolini con tanto di istruzioni per il pubblico, sono serviti a formare il nostro tricolore e la scritta bianca e azzurra “Dreams are alive tonite” (e non tonight), messaggio nato dalle suggestioni di canzoni come Dream Baby Dream, This Hard Land, The River. E in una nota sul sito ufficiale, Springsteen ringrazia tutta la squadra dei 15 fan, senza dimenticarsi un nome, che ha realizzato questo straordinario audience art. Un ringraziamento che il Boss ha esteso a tutti coloro che hanno investito tempo e passione per sognare tutti insieme.

La nota pubblicata sul sito ufficiale brucespringsteen.net
La nota pubblicata sul sito ufficiale brucespringsteen.net

E da qui comincia il sesto concerto di Springsteen a San Siro, il primo si tenne nel lontano 1985. Sono le 20:15, il sole è ancora alto, il colpo d’occhio sullo stadio è notevole. Già da subito si ha la certezza che si sta per assistere a un evento imperdibile. È “soltanto” rock, quel rock senza età, proprio come è lui che ha ancora la stessa energia e passione, la stessa voglia di divertirsi e divertire, e tutti ci chiediamo come diavolo faccia alla soglia dei 67 anni.

The River Tour, la tournée mondiale iniziata in Pennsylvania a gennaio, approdata in Europa a maggio, rappresenta un tributo all’omonimo album, il quinto del Boss, pubblicato nel 1980. Ma la scaletta del 3 luglio non rispecchia i concerti delle date precedenti, e già dalla prima canzone, Land of hope and dreams contenuta in Wrecking Ball del 2012, si intuisce che lo spettacolo sarà costruito su tutto il repertorio, come è giusto che sia… E poi sì, spazio a The River con una carrellata di pezzi – 14 in totale sui 20 pubblicati nell’album per la serata del 3 luglio, solo 8 invece nel concerto del martedì – come The ties that bind, Sherry darling.

Foto di Max Dani
Foto di Max Dani

Spirit in the night, secondo singolo del suo album di esordio, è anticipata dal grido di Bruce «Can you feel the spirit?» ripetuto più volte. E ancora My love will not let you down, Jackson Cage, Two hearts, cantata con “Little Steven”.
Poco dopo le 21, Springsteen parla in italiano e annuncia Indipendence Day: «Questa era la mia prima canzone sui padri e figli», uno dei momenti più intensi del concerto. E non sfugge la coincidenza che questa è la serata della vigilia della festa nazionale americana.
Di nuovo potenza e ritmo con altri brani di The River con Hungry heart, per la quale il Boss lascia il palco per cantare nella fossa tra il pit e il parterre, e poi Out in the Street, Crush on you.
Intermezzo con una cover di Little Richard, Lucille, richiesta dal pubblico, e ancora a ballare con l’incalzante You can look.

Foto di Max Dani
Foto di Max Dani

Death to my hometown, contenuta in Wrecking Ball, precede il momento forse più emozionante del concerto: lo stadio si illumina alle sole luci degli smartphone per accompagnare The River, la title track, la canzone icona del tour mondiale.
L’emozione continua con una vibrante versione di Point Blank. Altra cover, Trapped di Jimmy Cliff e ancora The promised land tratta dall’album Darkness on the edge of town del ’78.

Si torna a The River con I’m a rocker, il suo “manifesto”. Salto fino al 1992 con Lucky Town, richiesta dal pubblico, il cui assolo di chitarra nel finale prelude Working on the highway pubblicata in Born in the USA nell’84. E poi la festa continua con Darlington County e I’m on fire. Altro cartello di richiesta ed ecco la meravigliosa ballad Drive all night, cantata e sussurrata come solo la sua voce riesce a fare, impreziosita da una citazione da Dream baby dream dei Suicide.
Il concerto prosegue con un’incredibile sequenza di successi accolti da un grande entusiasmo: Because the night, The rising, Badlands.
Qui termina la prima parte, ma si riprende subito con altri greatest hits: Jungleland, Born in the USA e Born to run. Ancora una canzone da The River con Ramrod.

Foto di Max Dani
Foto di Max Dani

È in questa parte della performance che San Siro viene illuminato a giorno, e non si può non notare il clima di festa, sugli spalti e sul prato. Persone di ogni età fino ai bambini più piccoli cantano, ballano e si muovono come se il caldo e la fatica della giornata non fossero un problema.

E se per buona parte del concerto, Springsteen cerca il contatto vero e fisico con il suo pubblico, canta in mezzo a lui, stringe mani, raccoglie regali, solleva cartelli in favore delle telecamere, è con Dancing in the dark che il rapporto tra lui e i fan ha la sua apoteosi.

Quella richiesta “Shall we dance, Mr. Bruce?”, che ricorda tanto il film con Richard Gere e Jennifer Lopez, non rimane inascoltata: una giovanissima ed emozionata fan è tirata sul palco e ha la possibilità di ballare un lento con lui, altri tre ragazzi si ritrovano tra i musicisti, catapultati inaspettatamente dentro a un sogno, invidiati da tutti.

Siamo alle battute finali. Ora è la volta di Tenth Avenue freeze out, dopo arriva la frenetica ed interminabile Shout, cover degli Isley Brothers. È il momento dei saluti della E Street Band, lo spettacolo sembra finire qui.
Ma il Boss ritorna, da solo, con l’armonica a bocca e la chitarra acustica per regalare l’ultima emozione, una intensa Thunder Road, accompagnato in coro dal pubblico.

Foto di Max Dani
Foto di Max Dani

Si dice che chi ama la musica, almeno una volta nella vita debba assistere a un concerto di Springsteen. Non possiamo che essere più che d’accordo. Abbiamo assistito a uno spettacolo irripetibile, siamo stati ammaliati dalla sua grinta, dalla sua passione. Abbiamo sudato con lui, ci siamo commossi, divertiti, abbiamo ballato e perso la voce cantando con lui.

Quello che vogliamo dargli è un arrivederci al prossimo concerto perché sarebbe un delitto non viverne un altro. Intanto, ci sarà la data di sabato 16 luglio al Circo Massimo a Roma, per chi potrà esserci…

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