Boccioni fra genio e memoria:
ultimo giorno per la mostra
a Palazzo Reale di Milano

Umberto Boccioni, Le tre donne, 1909-1910
Umberto Boccioni, Le tre donne, 1909-1910

A cento anni dalla morte di Umberto Boccioni (1882-1916), il Comune di Milano ha celebrato questo grande protagonista dell’avanguardia di primo Novecento con una mostra che esplora la genesi del suo linguaggio e le fonti visive che hanno contribuito alla formazione e allo sviluppo del suo stile. La mostra, nata dalla collaborazione con Electa, si associa ad un progetto di ricerca del Castello Sforzesco affiancato dal Museo del Novecento, da Palazzo Reale di Milano, Biblioteca Civica di Verona e Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Aperta da marzo è oggi alla sua conclusione a Palazzo Reale.

La scadenza del centenario dalla morte dell’artista ha coinciso con il ritrovamento negli archivi della Civica di Verona di un ampio nucleo di inediti documenti che permettono nuove analisi critiche all’opera di Boccioni. Tra queste l’affascinante Atlante delle immagini” che l’artista costruì con il progredire del proprio lavoro e delle idee creative, assemblando insieme tutte le immagini di varia provenienza che gli furono da spunto o da modello per lo studio delle proprie opere. Nella mostra è presente inoltre una Rassegna stampa futurista che raccoglie stralci di giornali internazionali riguardanti il movimento del Futurismo, collezionati con l’aiuto dell’amico Filippo Tommaso Marinetti.

L’esposizione è stata pensata proprio a partire dalle importanti novità che questi documenti d’archivio hanno fornito per conoscere la vita e l’opera di Boccioni, del quale nel percorso vengono analizzate le varie fasi di lavoro. Le relazioni stabilite con gli altri artisti con cui l’autore scelse di confrontarsi evidenziano la molteplicità delle sue ricerche nei vari registri tematici ed espressivi prima e dopo la svolta futurista: dal disegno alla scrittura, dalla pittura alla scultura, dai ritratti alle immagini della città moderna fino agli studi del rapporto tra forma, luce e spazio. Il percorso è scandito in ordine cronologico e tematico, a partire dalla integrale esposizione dei disegni provenienti dalla civiche raccolte milanesi del Castello Sforzesco, il più importante nucleo grafico boccioniano del mondo. La presenza dei disegni domina nella mostra permettendo di evidenziare come il linguaggio grafico sia stato il primo strumento di ricerca dell’artista.

Ad aprire la mostra anche tre diari dell’artista stesi tra il 1907 e il 1908 che risultano una viva testimonianza del soggiorno a Padova, Venezia e del primo anno di residenza a Milano dove Boccioni decise di vivere e lavorare. Seguono poi le sale dedicate all’Atlante della Memoria e agli esordi connessi al maestro del liberty Giovanni Maria Mataloni e a Giacomo Balla. In Boccioni le impressioni riportate dopo le Biennali veneziane del 1903 e del 1905 si affiancano allo studio dei grandi maestri antichi e dei massimi ritrattisti come Rembrandt e Van Dyck, nei mesi trascorsi tra Parigi e la Russia nel 1906. Con il trasferimento a Milano l’artista si avvicinò al divisionismo simbolista di Giovanni Segantini e Gaetano Previati: è di questo periodo (1906-1907) lAutoritratto con pennelli che Boccioni capovolse poi in orizzontale e riutilizzò sul retro per eseguirne uno nuovo. Anche le opere realizzate per la committenza milanese risentirono fortemente della lezione dei divisionisti, ne sono un esempio la meravigliosa Campagna Lombarda e il Romanzo di una cucitrice.

Molti richiami all’arte grafica antica e moderna hanno ispirato Boccioni nella fase della corrente simbolista. Su questa scia si inserisce Beata solitudo sola beatitudo, una composizione allegorica complessa in due disegni con forti rimandi all’arte nordica. Le incisioni nordiche si affiancano così ai modelli antichi di Donatello, Raffaello, Bellini, in una alternanza continua tra antico e moderno. Un doppio registro a cui Boccioni attinge anche nella ritrattistica, il cui apice si raggiunse con Le tre donne, dipinto esibito alla Permanente di Milano nel 1910 dopo la firma del primo Manifesto futurista.

«I pittori ci hanno sempre mostrato cose e persone poste davanti a noi. Noi porremo lo spettatore al centro del quadro». Questo principio, espresso nel Manifesto da Boccioni, indirizza così la sua ricerca successiva verso una fusione dinamica tra spettatore, ambiente e spazio in continua evoluzione. La macchina e la velocità sono i simboli principali della città moderna. Lo sviluppo di questo tema si realizza nelle opere dedicate alla trasformazione della periferia milanese da terreno agricolo a società industriale come nel caso di Officine a Porta Romana. Il gruppo delle sculture in gesso perdute che Boccioni presentò alla mostra personale itinerante di Parigi, Roma e Firenze del 1913 è ricreato invece nella sezione finale del percorso attraverso l’esposizione di tre fusioni postume relative alle famose Forme uniche della continuità nello spazio, Antigrazioso e Sviluppo di una bottiglia nello spazio. Al dinamismo si connette la straordinaria sequenza di fogli dedicati al movimento del corpo umano a confronto con alcuni disegni dell’atelier di Pablo Picasso.

«Disegnava rapidamente, ridendo e spiegando anche a se stesso: le cose che non stavano ritte, i tetti che s’aprivano, la folla che ondeggiava, la vita, la vita, la vita dappertutto… Ecco fatto. Era chiarissimo. Non è vero?» Nino Salvaneschi su Boccioni, dicembre 1916.

Umberto Boccioni, Romanzo di una cucitrice, 1908
Umberto Boccioni, Romanzo di una cucitrice, 1908
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