Bernhard: due solitudini e un canarino

Si è detto che quello del drammaturgo austriaco Thomas Bernhard è «un teatro senza trama e senza finale», interessato a offrire spaccati esistenziali e fotografie desolanti dell’anima contemporanea. In prima nazionale al Teatro Out Off viene presentato in questi giorni L’apparenza inganna, testo privo del furore corrosivo di altre opere ma pervaso da una enigmatica inquietudine.

Le parti dei due protagonisti sono affidate alla personalità intensa di Roberto Trifirò (Karl) che firma anche la regia, e a Giovanni Battaglia, il fratello Robert, che resta un po’ in secondo piano e avrebbe forse richiesto una marcatura di maggiore incisività. Il pubblico scopre i dettagli della storia gradatamente, come le perle di una collana che si infilano pazientemente in una catena di senso. La mano geniale di Bernhard si riconosce in questa lucida architettura testuale, in cui il flusso magmatico di parole non è mai casuale, ma tutto è necessario per disegnare i contorni di un mondo piccolo-borghese in disfacimento, e per insinuare dubbi irrisolti.

La scena riproduce i locali della casa di Karl, con i suoi mobili dal sapore d’antan, un po’ logorati e sbiaditi dalla polvere: il letto, un tavolo con sedie sfondate, l’angolo lettura accanto a una finestra dalle occhiaie ferite, pile di libri ammassate in un angolo, la gabbia di un canarino e due armadi scrostati. Bastano pochi cambiamenti, e verrà ricreata anche la seconda casa, quella del fratello Robert, speculare per il senso di vuoto che vi si respira: il vuoto delle distanze, di rapporti famigliari deteriorati e difficili, lacerati dall’incomunicabilità.

© Agneza Dorkin

Karl entra in scena strisciando carponi: guarda sotto gli armadi ed esplora il pavimento, come se cercasse uno spillo che ha perduto, o forse il bandolo della matassa della propria vita. «Non dobbiamo farci travolgere da questi anni orrendi» è il suo esordio, e il lungo monologo, condotto splendidamente da Trifirò, pare lo sfogo di un vecchio deluso dalla vita e dagli anni. Scopriamo che Karl è stato un giocoliere di successo, negli anni migliori era in grado di far volare ventuno piatti in una volta sola. Ed ecco il primo scarto. Questo suo passato da acrobazie circensi, che richiede coordinazione, ritmi calibrati e controllo, è in contrasto stridente con l’oggi. L’abilità tecnica di allora è diventata un “lasciarsi vivere” nella noia, nel rimpianto e nel timore inconfessato della morte. Un tempo Karl aspirava alla filosofia, alla «celebrità dello spirito», ma ora si sente un relitto. Sembrano dargli sollievo la musica e la lettura di Voltaire, come se il lindore razionalista riuscisse a spiegare la casualità di una vita che scorre inesorabile. Un’assenza marcata e costante segna i suoi pensieri, quella della moglie Mathilde, da poco morta per un attacco di cuore, molto affezionata al fratello Robert, a cui ha intestato la casetta del weekend, cosa che indispettisce molto Karl.

© Agneza Dorkin

Ogni martedì e giovedì i due fratelli a turno si incontrano nelle rispettive case. Un rito, un’abitudine ormai logora che si ripete nella monotonia. Sono due monadi solitarie che non riescono a comunicare. Gli incontri si risolvono in soliloqui giustapposti e lunghi silenzi. La regia di Trifirò potenzia la specularità della situazione: prima Karl è da solo in scena, in attesa del fratello, che come sempre è in ritardo, e commenta la sua mediocrità di attore («biascica Shakespeare, ma non lo capisce»), i suoi perenni piagnistei sui propri malanni, reali o immaginari. Nella seconda parte è Robert ad attendere Karl e a passarne in rassegna vizi, narcisismo e mediocrità.

I discorsi procedono divaricati, per frasi smozzicate, anche i rancori non esplodono, come ovattati da una velata ipocrisia. Solo per rapidi sprazzi sembrano affacciarsi punti di contatto, che ruotano attorno al ricordo di Mathilde. Con le sue pose da intellettuale, Karl si vanta di essere stato il Pigmalione della ragazza che, di umili origini, era ignara del mondo; Robert sembra meno cinico e legato da affetto per la cognata. La figura della donna resta però sfuggente: angelo del focolare succube di un marito che in fondo la disprezzava, amata forse da Robert, o luce radiosa di normalità?

Talvolta l’occasione del confronto scaturisce dalla banalità del quotidiano, come nella splendida scena che rasenta l’assurdo, in cui Karl vorrebbe farsi accorciare i pantaloni e Robert gli ribatte che invece gli calzano a pennello: per qualche minuto, ognuno dei due ripete la propria convinzione, sordo all’opinione dell’altro, e questo tratteggia molto bene i contorni delle loro solitudini.

© Agneza Dorkin

C’è infine un terzo personaggio, tanto amato dalla moglie: il canarino Maggie presente vivo in scena, nella gabbia. È un “osservatore in incognito”, come dice Karl. Una presenza discreta e paziente, che richiede cure minime e sembra garantire un aggancio alla realtà. Eppure, come rivela Robert, forse Maggie è cieco da un occhio e dunque anche la sua visione delle cose e del mondo è viziata e incoerente. L’apparenza inganna: il canarino è innocente e rappresenta l’obiettiva naturalità, però forse non vede metà del mondo; Mathilde era una creatura di poco conto eppure ora fa sentire la sua mancanza, la casa è vuota ma piena di lei; i due fratelli si amano però si disprezzano, si sono votati all’arte ma ora, inariditi, si trascinano in un vuoto logoro, incapace di esplosioni o catarsi.

 

L’apparenza inganna
di Thomas Bernhard
regia di Roberto Trifirò
con Roberto Trifirò e Giovanni Battaglia
Teatro Out Off, Milano
17 gennaio – 12 febbraio 2017

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Grecia e teatro riempiono la mia vita e i miei studi. Sono spazi fisici e dell'anima dove amo sempre tornare.