Antonio Gramsci, il grande
intellettuale dimenticato

antonio gramsci
Antonio Gramsci

Il più grande intellettuale italiano del ‘900, Antonio Gramsci, è oggi quasi completamente dimenticato. A scuola non si studia, se non in storia come fondatore del Partito comunista italiano. In alcune università già va meglio: lo si trova citato in svariati manuali, specialmente di discipline sociologiche. Eppure del contributo di Gramsci alla storia della cultura italiana nessuno parla, fuori dal contesto specialistico… se non per qualche aforisma sparso e decontestualizzato.

Probabilmente ragione di questa amnesia è che si tende a considerarlo un marxista come tanti altri. E quindi, se a scuola bisogna scegliere qualche marxista da studiare, si studia l’originale, Karl Marx, e non Lenin, non Trotsky. Ma nemmeno Gramsci. Eppure questo è un errore grossolano: il pensiero gramsciano, seppur si inserisce nella tradizione di studi marxisti, presenta grandi elementi di innovazione. Soprattutto, però, la pubblicazione dell’opera principale di Gramsci, i Quaderni del carcere, ha segnato un vero e proprio punto di svolta nella cultura italiana del secondo Dopoguerra.

Nelle prossime righe cercheremo di concentrarci su tre temi fondamentali del pensiero gramsciano: la dialettica, l’egemonia e il ruolo degli intellettuali. Temi che costituiscono la profonda originalità di Gramsci, anche se ovviamente non ne esauriscono l’opera. Chi fosse interessato ad approfondire la ricca, seppur breve, biografia di Gramsci, può farlo qui.

Fonte: www.comunisti-italiani.it
Fonte: www.comunisti-italiani.it

Dialettica

Negli scritti gramsciani si trovano tutti i significati che la parola “dialettica” ha assunto nella tradizione marxiana, di cui almeno due fondamentali: quello di azione reciproca e quello di negazione della negazione.

Al primo caso corrispondono le varie antitesi che affollano gli scritti di Gramsci, quali intellettuale-massa, teoria-pratica, struttura-sovrastruttura. In questo caso i due termini si influenzano a vicenda in una relazione biunivoca (ad esempio la teoria si deve giustificare praticamente, la pratica deve giustificarsi teoricamente). Il secondo caso, d’altro canto, è quello più frequente e più importante ed è il significato genuinamente hegeliano-marxistico di dialettica.

La dialettica è infatti alla base del divenire storico, che procede per negazione della negazione secondo il ben conosciuto schema di tesi-antitesi-sintesi. La realtà storica è contraddittoria e la dialettica quindi è lo strumento adeguato per comprenderla e superarne le contraddizioni. Qui Gramsci segue il Marx delle Tesi su Feuerbach nella polemica contro da un lato l’idealismo e dall’altro il materialismo volgare. Per i due comunisti, infatti, l’idealismo hegeliano (e, per Gramsci, anche crociano), è sì dialettico, ma puramente speculativo (l’uomo che cammina sulla testa); mentre il materialismo volgare è sì anti-idealistico, ma non dialettico.

In questo scenario, Gramsci si pone il compito di ricostruire l’unità dialettica della filosofia della prassi, andando contro tanto a Nikolaj I. Bucharin quanto a Benedetto Croce. Secondo il pensatore sardo, il primo, anch’egli filosofo marxista, trascura il ruolo della dialettica, che è presupposta ma non esposta, non ne comprende la funzione e per questo involve in un pensiero meccanicistico e evoluzionistico che ostacola l’intervento attivo nella storia; mentre il secondo ha creato una filosofia speculativa impregnata di trascendenza e di teologia. In Croce, per Gramsci, la dialettica non è delle cose ma delle idee, scambiando così il divenire con il concetto di divenire.

Per Gramsci dunque solo la filosofia della prassi è libera da ogni residuo di trascendenza e per questo è uno storicismo assoluto – termine da lui usato per definire la sua filosofia in contrapposizione a quella crociana. Inoltre accusa il filosofo di Pescasseroli di non aver nemmeno compreso il meccanismo dialettico: «Nel processo dialettico [per Croce] si presuppone “meccanicamente” che la tesi debba essere “conservata” dall’antitesi per non distruggere il processo stesso, che pertanto viene “preveduto” come una ripetizione all’infinito […]. Si tratta di uno dei tanti modi di “mettere le brache al mondo”». Dal canto suo Gramsci sostiene che «nella storia reale l’antitesi tende a distruggere la tesi, la sintesi sarà un superamento, ma senza che si possa a priori stabilire ciò che della tesi sarà conservato nella sintesi». [Q: 1221]

Il complesso e travagliato rapporto tra Croce e Gramsci meriterebbe un approfondimento a parte, ma in definitiva, sul tema della dialettica, per Gramsci bisogna mettere l’accento sull’antitesi, che è negazione reale e totale della tesi, nonché consapevolezza teorica della rivoluzione.

Antonio Gramsci. Fonte: www.a-desk.org
Fonte: www.a-desk.org

Egemonia

Che cosa mantiene subalterni i subalterni? E come possono fare per ribaltare la loro subalternità? Questa è la domanda cruciale che si pone Gramsci e per rispondervi introduce la nozione di egemonia.

Prima di esaminare questa nozione, bisogna introdurre la concezione gramsciana della società civile. Senza ripercorrere la lunga storia della nozione dai giusnaturalisti in poi, ci basti sapere che, fino a Hegel, essa è stata concepita come prodotto razionale (lo Stato) in contrapposizione allo stato di natura. Hegel ribalta questo paradigma: per lui la società civile corrisponde alla società pre-politica, dove si svolgono i rapporti economici, si formano le classi, si svolge l’amministrazione della giustizia, ha luogo l’ordinamento amministrativo e corporativo.

Marx a sua volta fissa il significato di società civile come luogo dello sviluppo dei rapporti economici che precede e determina il momento politico. La contrapposizione tra società civile e Stato per Marx quindi coincide con quella tra struttura e sovrastruttura.

È qui che si gioca la profonda carica innovativa del pensiero gramsciano entro il quadro delle teorie marxiste: per lui infatti la società civile non appartiene al momento strutturale, bensì a quello sovrastrutturale. La società politica – lo Stato – esercita un potere in forma di dominio diretto che si esprime nello Stato e nel governo giuridico, mentre nella società civile si svolge la funzione di egemonia che la classe dominante esercita in tutta la società. Non agisce con la forza, come lo Stato, bensì in modo più subdolo: tramite il consenso.

Eccoci al nodo centrale: la nozione di egemonia. Per Gramsci infatti le classi dominanti non esercitato solo il potere economico, e dunque politico, attraverso lo Stato, ma hanno la capacità di imporre la propria ideologia alle classi subalterne. Ad esempio egli riconosce nella Chiesa, in Italia, una funzione essenziale di egemonia nella propagazione e nel mantenimento dell’ideologia dominante. La società civile infatti comprende il complesso delle relazioni ideologico-culturali, della vita spirituale e intellettuale.

Gramsci non ha potuto leggere L’Ideologia tedesca di Marx, pubblicata solo nel 1932. In realtà in questo scritto Marx era giunto a una conclusione simile:

«Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cossiché ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale. Le idee dominanti non sono altro che l’espressione ideale dei rapporti materiali dominanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono dunque l’espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante, e dunque sono le idee del suo dominio».

A Marx d’altro canto mancava la parola per definire ciò, parola introdotta appunto da Gramsci: egemonia. Guardandola più da vicino, essa per il pensatore sardo ha tanto una direzione politica, volta alla formazione della volontà collettiva, quanto una direzione culturale, volta alla riforma intellettuale e morale della società. A differenza di quanto teorizzato da Lenin e dal “comunismo orientale”, Gramsci, che struttura le sue analisi sulle società occidentali, ritiene che il momento della forza nel processo rivoluzionario sia subordinato a quello dell’egemonia e, quindi, che la conquista dell’egemonia preceda la conquista del potere da parte delle classi subalterne.

Scopo dell’egemonia quindi è formare una volontà collettiva in grado di creare un nuovo apparato statale, ma anche di elaborare, diffondere e attuare una nuova concezione del mondo. Nella creazione di un’ideologia egemonica alternativa a quella dominante, secondo Gramsci gioca un ruolo cruciale il partito, ma non solo. Costruire l’egemonia è il compito precipuo che egli affida agli intellettuali. Ma chi sono?

Foto segnaletica di Gramsci nel 1933. Fonte: Wikipedia
Foto segnaletica di Antonio Gramsci nel 1933. Fonte: Wikipedia

Ruolo degli intellettuali

Come abbiamo visto, gli intellettuali occupano un ruolo cruciale nel sistema di pensiero gramsciano: sono i portatori di una cultura nuova. Essi devono trasformare le concezioni del mondo frammentate e incoerenti dei subalterni in una descrizione coerente del mondo e del suo divenire. Scrive Gramsci:

«L’elemento popolare “sente”, ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale sa, ma non sempre “sente” […]. L’errore dell’intellettuale consiste (nel credere) che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionato (non solo del sapere in sé, ma per l’oggetto del sapere) cioè che l’intellettuale possa essere tale (e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo, comprendendole e quindi spiegandole e giustificandole nella determinata situazione storica, e collegandole dialetticamente alle leggi della storia, a una superiore concezione del mondo, scientificamente e coerentemente elaborata, il “sapere”; non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione». [Q: 1505]

L’intellettuale dunque secondo Gramsci non è contraddistinto da una capacità intellettiva superiore, bensì dalla sua responsabilità sociale di produrre e diffondere conoscenza.

Esistono per Gramsci due tipi di intellettuali: gli intellettuali organici e gli intellettuali tradizionali. I primi sono strutturalmente legati a particolari classi sociali, e per questo sono definiti “organici” e essi concorrono o al mantenimento della supremazia di una classe già dominante, o all’emersione di una classe subalterna; la loro “organicità” dipende da quanto partecipano al processo di costruzione dell’egemonia di una classe. I secondi, per il filosofo sardo, inizialmente hanno legami con classi particolari, ma nel tempo si evolvono in una categoria sociale a sé e cristallizzata, «che cioè concepisce se stessa come continuazione ininterrotta nella storia, quindi indipendentemente dalla lotta dei gruppi» [Q: 1406].

Una classe sociale che lotta per emergere dalla subalternità deve quindi avere i suoi intellettuali organici di rifermento, i quali sono portatori di una determinata concezione del mondo. Questa concezione può diventare una forza storica, in grado cioè di trasformare la realtà, solo nel contesto di un partito politico. E non nei salotti televisivi.

Antonio Gramsci nel 1906. Fonte: Wikipedia
Antonio Gramsci nel 1906. Fonte: Wikipedia

Dopo Gramsci

Non è facile approcciarsi allo studio di un pensatore complesso come Gramsci, specialmente perché la sua opera principale, i Quaderni del carcere, non è stata redatta per la pubblicazione. Tuttavia è vergognoso il velo di oblio che è calato sulla sua figura: la cultura italiana del ‘900 non può essere capita senza il riferimento ai suoi lavori.

Basti pensare a uno dei più grandi intellettuali della seconda metà del secolo: Pier Paolo Pasolini. Forse nessuno meglio di lui ha rappresentato la concezione gramsciana di intellettuale organico, di poeta delle classi subalterne. Senza Gramsci è impossibile comprendere Pasolini, che è stata una lettura fondamentale per il regista friulano, come testimoniato dal fatto che la principale opera poetica pasoliniana si intitola, appunto, Le ceneri di Gramsci.

La pubblicazione dei Quaderni è iniziata nell’immediato Dopoguerra, tra il ’48 e il ’51 in sei volumi suddivisi per temi, mentre nel 1975 è stata pubblicata una seconda edizione incentrata sull’andamento temporale degli appunti. La pubblicazione della prima edizione è stata uno spartiacque decisivo nella cultura italiana: i principali intellettuali scoprirono l’opera gramsciana, di cui fino a quel momento non si sapeva pressoché nulla, prendendo le distanze dal crocianesimo. Emblematica è la vicenda dell’etnologo napoletano Ernesto De Martino.

Oggi Gramsci è noto ai più solo per essere fondatore del Partito comunista d’Italia e de l’Unità. Lo si conosce anche per qualche scritto sparso, come ad esempio Odio gli indifferenti. Spesso, girando in rete, capita di imbattersi in alcuni suoi aforismi estrapolati dai Quaderni o dalle Lettere scritte, sempre dal carcere, ai suoi cari, oppure dagli articoli di giornale precedenti l’arresto. Eppure manca una riflessione sistematica sulla sua figura, e questa riflessione non può che partire dalle scuole. Per riscoprire, innanzitutto, l’opera di uno dei più grandi intellettuali italiani di sempre e poi per formare una consapevolezza critica dei meccanismi che regolano i rapporti di potere in una società.

È curioso che, oggi, Gramsci sia più studiato all’estero, soprattutto negli Stati Uniti nell’ambito dei Cultural Studies, che in Italia, sua terra d’origine.

Fonti:

  • N. Bobbio, Saggi su Gramsci, Feltrinelli, Milano 1990
  • K. Crehan, Gramsci, cultura e antropologia, Argo, Lecce 2010

 

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