Alfred Hitchcock, il maestro del brivido

Biografia
Alfred Hitchcock nasce a Londra il 13 Agosto 1899. Terzogenito di un modesto fruttivendolo, dimostra subito un’indole pacata e buona, tanto che suo padre è solito chiamarlo “il suo agnellino senza macchia”. Sviluppa dentro di sé un forte sentimento di paura, dovuta, come lui stesso ammetterà, agli anni trascorsi (dai 9 ai 14) dai Gesuiti, al St. Ignatius College di Stamford Hill, dove subisce anche punizioni corporali. Non è un genio a scuola, ma ha un gran interesse per la fotografia e le mappe geografiche, che saranno la base della sua passione per i viaggi. Abile disegnatore, lavora a disegni e storyboard per varie case di produzione cinematografiche tra cui la Famous Players-Lasky, fino al 1922, quando debutta come regista. L’opera prima rimane però incompiuta negli archivi della Famous Players-Lasky. Anche il titolo è incerto, per la casa risulta Mrs. Peabody, mentre per lui sarà sempre Number 13. Hitchcock dovrà aspettare il 1925 per salire alla ribalta con film come Il giardino del piacere (1925), L’aquila sulla montagna (1926) e Il pensionante (1926). 

Nella vita di Hitchcock c’erano molte cose a proposito delle quali egli voleva essere evasivo: fantasie colpevoli, comportamenti sociali di aggressività passiva, desideri proibiti non sempre frenati, un’attitudine personale e registica manipolatoria, se non addirittura tirannica. Tutte caratteristiche che in maniera più o meno chiara alla fine diventarono elementi essenziali dei suoi film, e soprattutto nel momento in cui il regista inglese decise di trasferirsi negli Stati Uniti, dove poi avvenne la sua definitiva consacrazione.
Nei suoi film, oltre ad una maestria nel creare un intreccio chiaro, ma nello stesso tempo spiazzante nella sua intricatezza, si evidenzia una predilezione per i primi piani, a volte addirittura ripresi velocemente quasi a voler far uscire gli interpreti dallo schermo. La figura della “donna tentatrice” è altrettanto presente nei lavori di Hitchcock, il quale sceglie per questi ruoli donne “angelicate” rigorosamente bionde, ma tutte con una loro personalità che, man mano che la trama si dipana, viene fuori con forza. Basti pensare a Kim Novak in La donna che visse due volte e alla sua capacità di tenere viva l’attenzione e con il fiato sospeso per due ore e mezza, solo con il suo talento di rendere un gioco mentale, una situazione che pare reale. O ancora ai personaggi di Grace Kelly (soprannominata da Hitchcock “ghiaccio bollente”) e di un’insospettabile DorisDay, in La finestra sul cortile, Caccia al ladro o L’uomo che sapeva troppo, come riescano a guidare un James Stewart o un Cary Grant attraverso situazioni intricate o casi che parrebbero irrisolvibili, con il loro intuito e il loro fascino. In ciascun film è presente una certa vena di malinconia, un amore per i lieto fine (forse dovuto al fatto che essenzialmente era un individuo molto triste) e una considerazione duplice della donna: tentatrice, più subdola e acuta dell’uomo, ma essenziale allo svilupparsi della trama e all’agire di lui. Un maschilismo a metà. Ciò che però gli ha valso il titolo di “maestro del brivido” è la sua capacità di tenere lo spettatore con il fiato sospeso fino alla fine, servendosi di musiche ipnotiche, personaggi ammalianti e inquadrature sorprendenti; la capacità unica e incredibile di coinvolgere nella e attravero la trama, in maniera attiva, lo spettatore. Riesce davvero difficile spegnere a metà un suo film con il proposito di finirlo l’indomani: potreste rischiare di vedere, sullo sfondo di un vostro sogno, una figura panciuta e paffuta che cammina tranquilla.
 Il film della settimana
La donna che visse due volte (Vertigo)
Dopo un incidente in servizio, John “Scottie” Ferguson lascia la polizia e accetta di lavorare per un vecchio compagno di scuola che gli chiede di sorvegliare la moglie Madeleine che, in ricorrenti stati di incoscienza, pare posseduta dallo spirito di Carlotta Valdes, sua bisnonna morta suicida un secolo prima. Ferguson resta affascinato dall’infelice donna e quando è costretto ad intervenire per salvarla da un tentativo di suicidio in mare, tra i due scoppia la passione. Ma una tragedia sconvolgerà le vite di entrambi. Si trovano nella sceneggiatura alcuni dei temi più ricorrenti nell’opera di Hitchcock. Su tutti domina quello del “doppio”, che nel titolo italiano viene esplicitato, al contrario di quanto avviene in quello originale, che fornisce una sintesi perfetta sia della patologia sofferta del protagonista, sia del costante senso di instabilità esistenziale e di horror vacui che il film offre allo spettatore.

Susanna Causarano
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