Alda Merini: tra talento e lucida follia

Sono nata il ventuno a primavera
Ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
Vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

(Vuoto d’amore, 1991)

 

Alda Merini www.ilsole24ore.com
Alda Merini
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Alda Merini è quella che Roberto Vecchioni ha definito «una macchina d’amore»: il sentimento sacro, il più duro, quello che scortica la pelle lasciandoci esposti ai pericoli e alle lance altrui è il vero, grande, motore del suo spirito. Qualsiasi azione compia, qualunque pensiero trasferisca su carta, la «piccola ape furibonda» sfugge amore come fosse nettare, spargendolo con grazia come velo delicato, pronto a coprire d’invisibile desiderio ogni verso e strofa. Il suo amore, che è quello di tutti in realtà, attraversa le ere, gli anni, le teorie: si mostra come dio invalicabile («A volte Dio/ uccide gli amanti/ perché non vuole/ essere superato in amore») o come platonico pensiero (a Eugenio Montale dedica questo: «I tuoi acini d’oro/ i limoni perduti/ nel grembo di altre donne/ che ti hanno solo sognato./ Capita anche a me, Maestro,/ di aver fatto l’amore/ con quelli/ che non ho mai conosciuto»). Capita a chiunque di aspettar trepidante una chiamata sperata, un bacio voluto, un invito mancato. Questi momenti, infiniti, veloci, a volte impossibili, Alda traduce su carta. Non c’è ordine cronologico, non c’è schematismo; tutto si mischia e si consuma, come nella vita reale ogni attesa è già piacere e ogni addio è già dolore.

www.aldamerini.it
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Sembra strano, alla luce del ritratto meriniano che si è abituati a conoscere, parlare di questa poetessa in termini strettamente amorosi, sentimentali, meglio ancora vitali. Di lei, del suo percorso iniziato a Milano una sera di primavera, è stato raccontato soprattutto il periodo più buio, quello del manicomio. Lei stessa, parlando di Terra Santa – suo indiscusso capolavoro poetico – parlò dell’ospedale psichiatrico come di «un furto del talento, una spoliazione totale, della mente e del corpo». Ecco, quella che di Alda Merini si è andata perpetrando, attraverso un’inchiodatura comoda al cliché di “poetessa folle”, è una vera e propria spoliazione del talento. In questa dolce e finissima artista, poesia, amore e follia sono entrate di pari passo, scatenando quella «bufera» di cui essa stessa ha parlato in Vuoto d’amore, un intrico di elementi solo apparentemente contrastanti che unicamente con il tempo e il potere della parola è stata in grado di gestire e armonizzare miracolosamente.

Pochissimi sanno che, dell’esperienza d’internamento nel manicomio Paolo Pini, ella ricordava soprattutto l’esperienza più dolorosa: l’ordine da parte di un dottore di non innamorarsi. Un ordine, per sua stessa natura, è qualcosa che implica una certa capacità di controllo, una possibilità assoluta di governare sentimenti ed emozioni. Tuttavia, se tal capacità esistesse, non avrebbe senso un’ingerenza tanto pesante nell’intimità di una persona. Alda avvertiva tale peso ma, pur nella consapevolezza della malattia, continuava a cantare il suo essere, il suo mondo: «Qualcuno ha fermato il mio viaggio,/ senza nessuna carità di suono./ Ma anche distesa per terra/ io canto ora per te/ le mie canzoni d’amore».

Alda_Merini (1)L’amore è passione e ossessione, e lungi dal ripetere l’usurata formula che vuole strettamente legati tra loro genio e sregolatezza, non si può certamente ignorare come l’uno –il genio – abbia comunque una certa parentela con la follia. Per la Merini unicamente l’arte poteva significare il perfetto equilibrio tra talento e lucida pazzia. E l’amore, quello che, se assente, svuota la vita («la mancanza d’amore è la mia pestilenza») è l’unica luce che illumina le zone oscure della mente, l’unica grande follia positiva.

«La poesia è la luce che trionfa nella sera» ed ecco allora che nell’opera di Alda Merini si rintracciano due universi metaforici, quello della terra arida, sterile e quello del cielo, della luce. Il primo esprime il dolore della pazzia, il secondo, immenso, è la forza della poesia unita al potere salvifico dell’amore.

In un’ultima intervista rilasciata al Corriere della Sera, da quella casa sui Navigli in cui ha vissuto anni magnifici ed altri più duri, Alda ha tracciato un bilancio della propria vita, dichiarando: «Io la vita l’ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio. Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita, e la vita è spesso un inferno… Per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara». Alda Merini non era una donna comoda né voleva esserlo. La sua anima sensibile, esposta alle variazioni di un temperamento mutevole, doveva fare i conti quotidianamente con la tristezza di quel mondo patologico che si tende a chiamare normale. Normale perché si rifiuta di guardare in se stessi, di identificare le proprie nevrosi ormai elette a modello sociale. Se la differenza tra individuo sano e individuo malato risiede, come diceva Sigmund Freud, in un accumulo di peso, forse son tutti potenzialmente folli, ma solo i pazzi, quelli che si vuole chiamare così, riescono a vedere al di là dell’invisibile. Ecco lei, la vecchia poetessa pazza, in una società dove il cuore si chiude e la mente si ottunde, aveva saputo forse vedere meglio degli altri.

www.lopinionista.it
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