Alain Delon, l’eterno Ganimede del cinema francese

Inutile fingere di non saperlo, ipocrita credere di essere immuni da tale tentazione: parlare di Alain Delon comporta sempre, e da sempre, un’attenzione ossessiva per la sua bellezza. Quasi che essa fosse l’essenza stessa del divo francese, la qualità – la meno sudata, l’unica forse davvero innata – in grado di mettere in ombra tutte le altre, relegate in un angolo, riconosciute nel breve intervallo di visione della pellicola, offuscate dai “rivali” (uno su tutti, Jean-Paul Belmondo) meno belli e più alla mano.

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Non c’è saggio, articolo di giornale, o sinossi di film che non rechi accanto al suo nome un riferimento alla bellezza: “Alain Delon, l’uomo più bello del mondo”; “Luci e ombre del divo dal fascino intramontabile”; “L’attore più bello di tutti i tempi non sorride più”. Perché persino la sua depressione – da tempo nota, da lui stesso ammessa – non ha potuto scalfire l’immagine della divina beltà dalla coscienza collettiva. Persino i suoi compleanni, con la soglia degli ottanta superata nella quasi solitudine, sono l’ennesimo pretesto di ricordarsi di lui – una volta l’anno -, tirando in ballo quello che fu il fascino maledetto a cui era impossibile resistere.

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Jean-Paul Belmondo e Alain Delon in “Borsalino”, regia di Jacques Deray, 1970

Alain Delon è ancora occhi blu e faccia d’angelo. È Rocco venuto dal Sud nella gelida Milano, è Tancredi di Falconeri dalla seducente ambiguità, è il supplente di liceo classico che s’innamora dell’alunna. La bellezza può essere una condanna quando la si avverte come una fortuna il cui peso diventa insostenibile. Ma può esserlo anche quando su di essa (o meglio, a partire da essa), si è costruita una carriera costellata di grandi prove attoriali, avvertite come derivazione quasi spontanea di un dono del cielo che spetta in sorte, in misura così perfetta, a pochi eletti sulla terra.

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Alain Delon e Claudia Cardinale in “Il Gattopardo”, regia di Luchino Visconti, 1963

Delon sapeva di essere bello, lo aveva avvertito da quando Yves Allegret lo scelse per L’amante pura chiudendo le porte della legione francese per spalancare quelle dell’industria del cinema. Lo aveva saputo sempre nel suo rapporto con Romy Schneider, amata e abbandonata senza tanti perché, desideroso solo di altro successo, di altre donne, di Nathalie che gli darà un figlio ma che non basterà. Sapeva di generare l’invidia maschile – forse degli stessi colleghi – e l’adorazione femminile, in una Francia che scopriva in lui e Brigitte Bardot le icone sexy di tutta un’epoca.

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Alain Delon e Romy Schneider in “La Piscina”, regia di Jacques Deray, 1969
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È per questo allora che il vedersi appassire è stata per lui la croce più grande. Non c’è dolore maggiore, per chi ha avuto tutto, di veder svanire la fonte primaria di tale fortuna. Non esistono premi, Legioni d’onore, Orsi d’oro alla carriera. A nulla servono le autoironie, gli “Ave me” di un Giulio Cesare interpretato col sorriso in Asterix alle Olimpiadi.

Il tempo scorre e intacca tutto, anche ciò che sembrava eterno. E niente frena l’addio di una moglie più giovane di trent’anni, nemmeno il passato da bello e dannato, nemmeno Visconti, Antonioni e Zurlini da annoverare nel curriculum di una carriera da intoccabile. La divina beltà, al pari del sole luminoso, prima illumina e scalda ma alla lunga scotta. E quando il sole che ha sempre brillato si spegne in silenzio, e assai lentamente, alla fine del giorno resta ben poco, se non un ricordo sbiadito di ciò che una volta era rara virtù.

Alain Delon non deve niente a nessuno [1] se non, appunto, alla sua bellezza.

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[1] Questo ciò che dice interpretando Cesare ma riferendosi a se stesso, com’è chiaro dai titoli dei film da lui stesso interpretati e citati.

 

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